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Full text of "Discorsi d'arte di Maria Alinda Brunamonti, nata Bonacci ..."

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A' 
-P>i 



fms^RSiJ 


^\ 


D'AETE .^^1 


^^^_. MARIA ALI-NDABRUKAMONTl ^H 




NATA. liUTlACCI ^^^1 


^^^^^M 


CITTÀ DI CASTELLO ^^M 
(.API TlPoaRÀFO-KDlTOnB ^^^| 




^^^^^^1 



Si avranno per oontraffatti 
tntti gli esemplari senza il sif^llo dell* autrice. 




PROPRIETÀ LETTERARIA 



PIETRO PERUGINO 



B l'artb umbra 



Discorso letto alP Accademia dì Belle Arti in Perugia 

ril settembre 1887. 



StPfEMBERJSaa 
17636 



I. 



Italiani e etranieri s'occuparono variamente 
dell'arte umbra. Non abbastanza gì' italiani 
per collocarla in una luce chiara, che ne rilevasse 
con nitidezza i contorni, e ne rendesse visibili 
le ragioni e la storia. Incidentemente gli stra- 
nieri, che, invaghiti del genio principe della pit- 
tura, KafEaello Sanzio, riguardarono a lui, come 
a stella di prima grandezza, venuta su dal nostro 
oriente, e non porsero che una debole attenzione 
alle opere e agl'ingegni minori, che precedet- 
tero e accompagnarono nell'Umbria quel nuovo 
splendore. Inoltre, perchè viaggiatori spesso fret- 
tolosi, quantunque dotti e di tenace proposito 
nelle indagini che domandano pazienza molta, 
non pervennero sempre ad agevolare la soluzione 
delle nostre controversie artistiche e storiche. 
Ed anche, talvolta, con troppa fede si rimisero 
al Vasari, invido di glorie che non sieno fioren- 



9 PIETRO PERDGINO 

tine e mìchelangioleeche, e narratore non meno'^ 
elegante che faceto di novellette maligne. 

Scrive il Muntz, per esempio, che la fison 
mìa e il carattere dei perugini corrisponde 
quanto v'è di più povero ed umile nei loro quar- 'J 
tieri popolani ; che il tipo ha qualche cosa di J 
malaticcio e di sofferente, come nelle Madonne,] 
della loro scuola. E conclude che non è l'Um- 
bria la terra delle forti ispirazioni, ma del rac- I 
eoglimento e del fervore, Solo S. Francesco | 
d'Assisi riusci a trarre tesori di tenerezza e di 1 
sacrifìcio da queste nature, in apparenza cosi J 
tarde e ritrose. ' Invece il Lafenestre asserisce 
ohe, secondo un adagio popolare, i perugini erano 
angeli o demonj ; e che, angeli o demonj a Gub- 
bio, a Spello, ad Assisi e a Perugia, gli umbri 
domandarono sempre ai loro pittori opere con- i 
fonni all'esaltazione dell'anima loro. * Almeno 1 
poteva notare che, quando gli umbri richiesero 
l'opera de' loro artisti, non avvenne mai nei 
momenti dell'esaltazione demoniaca, perchè la 
tempra dell'arte rimase qui costantemente serena 
ed angelica. 

Noi dunque umbri, più che gli altri, possiamo 
riconoscere quel che fummo da quel che siamo ; 
non ci manca notizia diretta delle tradizioni 



ccutirc et «on ie.tnpa, par Euain 1 
:, par Gkokois LirsiiEStBi. 



E L ARTE DMBEA 9 

municipali, dei costumi, delle leggende: e lo 
studio dell'arte nostra, fatto da noi nel nostro 
paese, e avvalorato da uno sguardo comparativo 
tra le diverse scuole d' Italia che fiorivano nel 
secolo stesso, riuscirebbe molto più facile e fe- 
condo. Esso avrebbe già in parte i suoi appa- 
recchi negli scrìtti speciali d'alcuni valenti eru- 
diti umbri. Non è in mio potere che immagi- 
narlo e proporlo: e soltanto per eccitare chi 
possa e voglia assumerlo con intelligenza di cri- 
tico e coscienza di storico, ne toccherò legger- 
mente qualche punto, lumeggiandolo colle im- 
pressioni vive di cose da me stessa vedute e 
meditate. 



n. 



Come avvenisse quel simultaneo erompere 
d'un' intima potenza nuova in opere di bellezza, 
quella diffusa primavera sacra, non somigliante 
né alla greca né alla romana, lo sa bene chi 
sente profondamente nella storia l' importanza 
civile del cristianesimo. Non ogni vero e bel- 
lezza in natura ; ma la bontà del vero, quando 
è riconosciuta, accolta ed amata, e gìà prossima 
a trovare una veste di luoe conveniente, una 
forma fantastica che prende le grazie, ora ro- 
buste ora delicate, dalla fisonomia paesana, e di- 
venta cosi figliuola d'una gente, e fattrice in- 
sieme della sua grandezza. 



10 



PIETRO PBBCGINO 



Il cristianesimo ci aveva dato prima l'artiat!! 
della parola, Dante AlighiBTl ; ci diede subito e 
intìStntì coh Dante, l'artista della, figura, Giotto, 
L'uno cantando, l'altro effigiando comuni pen-' 
sie^i, liberissimi, audacissimi, fiitono meno di' 
ogni aV^ò, figli, come oggi snol dirsi, dell^ara- 
biente. Efesi anzi lo infOtinaronO o lo rinnova-^ 
rOtìb, awiandrf' tutto il movimento del pensieW 
estetico niiirionHle, clie dtt sette secoli' fino a noi 
dura ancora. Né' paia strano. Il genio vero 
sdegna lo dipendenza. Si vale degli elementi 
del snO tempo, per dominarlo e tra,BformaPlo ; 
qualche volta, per combatterlo. Se' nell' ineguale 
battaglia soccombe, muore senza vedere le anè 
future vittorie ; muore come il profeta, coU'oc- 
chio pieno dei fati e degli splendori dell'avve- 
nire, A Dante ed a Giotto non diede il tempo 
loro tutta la gloria: questa si accumulò lenta- 
mente intorno ad essi : si è f^tta gigante : ha 
follato una nazione d'artisti'. Lasciamo Dante; 
che non appartiene a questo argomento ; cer- 
chiamo invece come il pensiero di Giotto ai trar 
ducesse pet tutta Italia in forme schiette e native 
dì venustà. 



I 



m. 



Dobbiani'o ofccupatci quasi esclusivamente del- 
la; pittura religiotìa. L'architettura, sempre leg- 
germente ardita nelle gtìglift , n'elle cùspidi , 



E' l'aste DHÉRk 1( 

nelle spiW, ma temperata dalla soavità della 
o^va e della curva itialiana; dedicava i suoi 
monumenti ora al- popolo, ora a Dio. La piti- 
fcura usciva rammente dai sanfraario e dal ce'' 
nobio. Ma v'hanno due manlerfe di' pittura re- 
ligiosa : la contemplativa e la storica. Nella 
prima, inBUperabili gli umbri ei toscani: nella 
seconda i toscani ed i veneti. Perchè' la- To- 
scana, bisogna renderle qaesto singolare onore, 
posBedevà in arte il segreto d'una squisita propor- 
zione tra il' senso mistico e lo storico; tra l'affetto 
dell'anima e il- plastico movimento dei corpi. 
Così, quando GHotfco istoriò in' Assisi' la basilica 
del Poverello, e a Padova la chiesa di S. Maria 
d'Arena, gli effetti furono diversi. L'Umbria, 
poco disposta da natura- a quell'arte, lasciò non 
imitata quella eemplice e grandiosa maniera di 
rappresentare. Padova , inTfeoe , apparecchiata 
e sollecita, la fece sua, e se ne avvalorarono' per 
le future prove i suoi ingegni vi*aci. Manca- 
vano- tanti soccorsi all'arte'! Mancavano le 
luBÌngli«' del' paesaggio, della prospettiffa, degli 
scorci audaci, dei chiaroscuri, e' tutte- le astUBÌe 
del magistero. E nondimeno coti pochi' segni, 
con pochi colori, con sobrie piegke, coU'energia 
dell' ingenTii'Bà', affronta- Giotto le difficoltà del- 
l'arte fanciulla, e le vince con' naturalezza po- 
del*osa, ignota agli studi raffinati dei secoli suc- 
cessivi, L' im'portanza è tutta nel comporre 
gira-n-dioso, nei visi' e nei ge«ti. I-vi è l'anima, 
i^ è la paroFa' e- lA passione<. È il pr([ che me 



, dato 



PIETRO PEBDHIKO 

il resto verrà. Però la scuola di Pa- 




dova non 8Ì fermò all'espressione naturale del 
sentimento giottesco ; ma si condusBe più tardi 
all'imitazione dei modelli scultorj dell'antichità 
classica. Cobi ebbe principio la severa e plastica 
maniera del Mantegua. E se, nei suoi primi 
dipinti , dispiacque una certa rigidezza quasi 
marmorea, essa poco stante si addolcì e talora 
si dileguò, per gli ammonimenti e gli esempi 
dei cognati Bellini, principalmente di Giovanni, 
che, per finezze spirituali ravvicinandosi a Giot- 
to, rimase il più ideale e direi quasi il più um- 
brotoBoanò di tutti i pittori veneti. 



IV. 



Ma verso la felice metà del secolo quindice- 
simo, le condizioni primitive dell'arte italiana 
si mutano. Non è più il genio solitario che si 
eleva sui volghi ignari, innova tutto e s'impone. 
È un altro periodo rarissimo nella vita delle 
genti. Non sempre un millennio riuscirà a darne 
uno. È r impetuoso e improvviso sbocciare d'una 
civiltà. Gli Etruschi ebbero questo periodo; poi 
tramontarono per sempre. Lo ebbero i Greci 
una volta. Appena una volta i Romani ; perchè 
la gloria loro artistica è in gran parte cosa elle- 
nica. Certo, di mente e mano ellenica le scul- 
ture ; e molto più ohe non immaginiamo dovet- 
tero ai greci gli stassi grandi poeti latini. Oo- 



E l'arte umbra 



mtmqiie ai prepari questo miracolo, credo di non 
errare osservando che lo precede e accompagna 
una specie di lenta e inconscia elevazione delle 
plebi a concepimenti di bellezza. Gli artisti ei 
affaticano senza aforzo, perchè raccolgono intorno 
a loro gli elementi abbondanti e omogenei del- 
l'arte. Avviene uno scambio di forze vitali tra 
paese e paese, tra popolo e popolo. Allora è 
proprio vero che l'ambiente è saturo di quella 
specie d'etere luminoso, che permette molto di- 
latamento d'ala agi' ingegni, e molto eaaltamen- 
to d'affetto alla gente. Allora non si discute 
ma si produce soltanto. E, nella fretta e nella 
gioia della produzione, l'arte si moltiplica sotto 
belle forme diverse, che s'incontrano, s'allonta- 
nano, si ravvicinano, si compiono, senza strava- 
ganze, senza confusione, senz'affettazione, senza 
eccesso, senza contradizione. Partiti gl'impulsi 
primi dalla Toscana e dal Veneto, il movimento 
a'acceleró, si propagò subitamente, serio, energico 
6 multiforme, nelle pianure lombarde, nel Friuli, 
a Verona, a Brescia, a Vercelli, a Ferrara, a 
Bologna, nell'Umbria, dovunque, per l'intelli- 
genza dei principi, o per la magnificenza delle 
repubbliche, o per la pietà dei popoli, si chie- 
dessero incessanti o nuovi lavori agli artefici. 

Venezia, dopo Giambellini, interrogò sé stessa, 
e si mise rapidamente per una via diversa. I 
suoi artisti non si curarono più d'effigiare tipi 
spirituali, degni d'apparire e svanire nelle visioni 



ih& ha di ^H 
iella vita. ^H 
)Dolo di re. ^^ 



14 PIKTHO PERDGINO 

dell'aurora; ma cercarono tutto ciò che 
più pomposo e seducente la realtà della 
In quella repubblica composta d'un popolo di T 
che faceva emergere dall'acqua i palazzi più belli 
del mondo ; che all'Oriente rapiva i marmi, le 
gemme ; che vedeva sfumar nell'oltremare delle 
sue lagune gli splendori della Basilica d'oro ; che 
nelle sue stesse industrie antiche e moderne ri- 
vela il gusto per tutto ciò ch'è dovizioso, allegro, 
iridescente (vetri soffiati, fiori, smalti, trine, mo- 
saici e venturine) ; non è meraviglia che i pittori 
nascessero a gruppi di famiglie. I misteri di 
governo, le sacre tenebre del tempio di S. Marco, 
l'arte bizantina, tanto difliiaa tra Ravenna e 
Venezia, non bastavano a mortificare la sete di 
festa e di luce, ingenita a quel popolo marinaio. 
Tantoché tutta la vita della pittura parve rac- 
cogliersi ed effondersi in una specie d'iiiebbria- 
mento della virtù visiva, che teneva luogo d'ogni 
altro incanto. 

Non cosi la Toscana. Essa subordinò savia- 
mente ogni artificio e ogni pompa esteriore al 
sentimento e al disegno. Le regioni intermedie 
s'attennero all'una o all'altra maniera, secondo 
le infliienze della vicinanza, e l'indole delle pro- 
prie popolazioni. Dalla scuola antica di Padova 
s'era diramato un raggio d'arte a Ferrara, e di là a 
Bologna. Maniera aspretfa sul principio, si rin- 
gentilì presto con Lorenzo Costa, e più con Fran- 
cesco Francia. Il quale, ingegno versatile 6 



a l'abte umbra 15 

moaeBto, aveva ricevuto l'attitudine d'assimiltirsi 
Is bellezze altrui dal genio eclettico del suo 
paese. Ammiratore caldo dei coloristi veneti, 
ma temperato dalla purità e dal sentimento um- 
brofiorentino, egli, col suo stile sereno e vivace, 
segna un armonico passaggio tra le due scuole. 
Rammento come mi fermassi dinanzi alle pitture 
del Francia nella pinacoteca, nelle chiese di Bo- 
logna, e soprattutto nella cappella di S. Cecilia. 
Conobbi allora quanto florida e vigorosa doves- 
s'essere la scuola del Raiboliui, se Timoteo Viti, 
seguendo la patetica e luminosa maniera del 
maestro, trovò un tipo tutto nuovo di Giovanni 
Battista adolescente, un tipo tra il selvaggio e 
l'angelico che inn 



Verona, che aveva dato all'arte Altichiero di 
Zevio, Jacopo d'Avanzo e Vittore Pisano, rimase 
incerta tra le delicatezze de' miniatori e le pre- 
potenze padovane, finché queste due qualità non 
ai fusero amabilmente sotto il pennello di Giro- 
lamo de' Libri, pittore fine e robusto. 

Chi direbbe che il freddo Piemonte, in cui 
ammirammo tanto valore civile e militare, tanto 
senno di storici, di statisti e di filosofi, ma che 
ne parve sempre tanto ritroso a produrre il bello 
nell'arte, svolgesse quietamente una piccola scuo- 
la, che ricorda il sentimento casto ed ideale degli 
umbri ? Defendente De Ferrari e Giovenone 
trattarono infatti sacri argomenti con. simmetria 



16 PIETRO PKEDQINO 

antica, con decorosa e malinconica sevorità te- 
desca, ma insieme con molta dolcezza d'affetto 
italiano. La stessa ingenuità (osserva qui egre- 
giamente il Lafenestre) li fa trovatori di poesia 
impreveduta e sincera. Però qnella piccola scuola 
non ebbe seguito. Leonardo intanto aveva già 
svegliato Milano colia gloria del suo ingegno 
molteplice ; e Parma silenziosa aspettava il Cor- 
reggio. 

Lasciamo la parte più meridionale d'Italia, 
dove l'arte della pittura, per molte cagioni, tra 
le quali la cultura insufficiente, non s'era fatta 
mai popolare. Quasi solitario v'apparisce Anto- 
nello da Messina, che col nostro Perugino fu dei 
primi a mettere in uso la pratica del colorire a 
olio. Tuttavia egli, anziché avere un modo suo, 
ritrae dai fiamminghi per la finitezza, e dai ve- 
neti, tra cui visse molto, per il colorito. 

Ma Boma, in tanto movimento, ohe cosa 
fa? che cosa pensa? ohe cosa produce? Roma 
sembra nata a portare al sommo le cose umane, 
e sospingerle poi per arcano fato alla decaden- 
za. Imperatori e pontefici, nei due secoli, così 
tra loro distanti, che furon chiamati dell'oro, si 
concordarono per dar convegno nella capitale del 
mondo a tutte le grandezze, a tutte le arti, a 
tutti i genj delle due civiltà. Nella prima, la 
bellezza greca si fece romana sul Tevere ; l'arte 
italiana si fece romana, emigrando da Mantova, 



I 



I 



E l' ARTK DMBKA 17 

da Sirmione, da VenoBa, d'Arpino e dall'Umbria a 
Roma. Nella aecouda, Michelangelo v'acquista 
forze maggiori : Raffaello si accorge che gli si apre 
ancora una scala a salire, e la sale rapidamente 
tutta ; indi è ritenuto dalla morte sulla cima del 
grande arco, innanzi che cominciasse la generale 
discesa. Il Vasari, parlando del Correggio, so- 
spira : peccato, non fosse stato a Roma ! 

Ma Roma non fu mai patria d'un poeta, né 
d'un artista grande. Perchè ? Perchè quella ter- 
ra è troppo sazia di gloria storica, è troppo com- 
presa della sua importanza sui destini dell'uma- 
nità, per produrre quella divina leggerezza, quel 
figliuolo di meditazione e d'entusiasmo, quella 
vittima delle siie passioni profonde e delle sue 
pazienze severe, che si chiama il genio dell'arte, 
Nel 1600 poi l'arte pagana che risorgeva di sot- 
terra coi monumenti, l'erudizione classica fatta 
generale, le rinascenti filosofie ueoplatoniche e 
panteistiche, i coskimi sciolti nella cura allegra 
dei godimenti, il culto di tutto ciò che nella na- 
tura è formosamente sensuale, erano cagioni for- 
tissime che si dileguasse sempre più l' idea cri- 
■fltiaua dalle arti e dalla vita di Roma. Inoltre, 
essa era troppo dissipata nelle mondanità e nel 
nepotismo ; troppo preocciipata iu quel nuovo 
formarsi e costituirsi d'un proprio e vero princi- 
pato civile, per gustare ancora il Vangelo, con- 
forme l'avevauo gustato e rappresentato Daut«, 
Giotto e Francesco d'Assisi. Roma aveva chia- 



18 PIETRO PERDOINO 

mato a sé, a volta a volta, le celebrità dell'arte 
italiana. Melozzo da T'orli, un gagliardo che 
per somiglianzo di stile ai potrebbe ijuasi chia- 
mar umbro, benché nella verità delle prospetti- 
ve e nell'arditezza delle pose prendesse molto dal 
Mantegna, v'aveva avuto titolo di pittore papale. 
Il Perugino, it Botticelli, il Ghirlandaio, il Ros- 
selli, il Pinturicchio avevano portato là l'opera 
loro. Ma Roma inappagata la rifiutò pre&to e can- 
cellò in parte. Al Perugino fu usato riguardo, 
perchè Raffaello serbò sempre riverenza al mae- 
stro; e unico non osò rompere i! filo d'oro della J 
tradizione spiritualista. I 

A Borgo San Sepolcro, allora paese umbro, 
sul confine della Toscana, Pier della Francesca 
teneva lodata officina. Naturalista di forza, pro- 
fondo nelle scienze geometriche e matematiche, 
mostra abilità nuove negli sfondi architettonici 
e negli effetti di luci e d'ombre. Nella chiesa 
di 3. Francesco d'Arezzo, è mirabile il suo stu- 
dio passionato per i movimenti vivi delle cose 
e degli animali, più che per l'espressione delle 
umane fisonomie. Ardito e vigoroso quel cavallo 
che impennandosi sembra lanciarsi eolle zampe 
fuori della parete ; e quell'altro che col collo 
proteso faticosamente esce su da un fossato. Nel 
frappeggio vario delle piante ai fa visibile il folto 
e il rado per un' insolita gradazione di chiaro- 
scuro, Stujwnda, nel ritrovamento della croce, 
la figura dello scavatore clie s'appoggia sulla 



H l'abtk dubba 19 

TongEi, coli' indifferenza dell'operaio pagato, di 
fronte alla fede impaziente di saut'Elena e dei 
devoti. 



Allievo di si valente maestro, non è i 
glia che Laca Siguorelli divenisse l'austero pre- 
cursore di Michelangelo. Non comprendo Ìl SÌ- 
gnorelli in quel ciclo d'arte spirituale e fina che 
distinse da tutte le altre la scuola umbra. Egli 
n'è quasi il contrapposto. Più ohe agli umbri, 
appartiene a quella schiera di naturalisti toscani, 
che da Masolino di Panicale, dal Masaccio, dal- 
l'Uccello, dal Castagno, dal Verrocchio, giunsero 
sino a fra' Bartolomeo, ad Andrea del Sarto e 
a Michelangelo. Mette infatti ne' suoi lavori 
molto spirito d'osservazione, molto rispetto del 
vero reale. Aggrappa sapientemente, panneggia 
con disinvoltura ; ha la scienza, allora difficile 
6 rara, dei movimenti umani nella luce e nel- 
l'ombra ; ama armi e battaglie, perché gli danno 
occasione ad attitudini baldanzose. Ritrattista 
efficace, manca d'elevazione. Disamabile spesso, 
qualche volta sgarbato, Io sa e non se ne cura. 
N'è prova un suo dipinto nella cattedrale di Pe- 
rugia. In quel corteggio d'angeli e santi alla 
Vergine, in quelle pose simmetriche, in quella 
quiete prestabilita, pare che ìl pittore si trovi a 



disagio. Fino gli scorci e 

trascura impaziente. L'an 

larghe pareti e gli epi 



poeta che adegni i limiti d'una 



.1 disegno del nudo vi 
ma sua amava meglio 
.ci argomenti ; quasi 



petrai 



20 PIETRO PERDQINO 

ohesca, sentendosi capace d'un poema come l'A^ 
riosto. 

E poema vero è il suo Giudizio finale, ad Oi> 1 
vieto, diviso in cinque compartimenti. 11 sog-^■ 
getto non è da tutti gl'ingegni. Vi si provò a. T 
Firenze il beato Angelico ; ma egli nel terribile 
riusciva grottesco. I suoi demonj sono più t 
cbe malefici '■ i suoi dannati hanno aria di fan- 1 
ciulli messi in castigo. Non sapeva dipinger la ] 
malizia umana il pio fiesolauo. Dolce deùcien- 
za d'anime sovranamente pure, che passò, come 
vedremo, alla scuola perugina, TI Signorelli in- 
vece tratta valorosamente tutte le tetre ombre 
che attristano l'umana natiira, dall' ipocrisia alla 
crudeltà . 

Entra nell'argomento colla predicazione del- 
l'Anticristo, che, simile a Gesù nel volto e nelle 
vesti, ma coll'occhio torvo, insegna cose maligne. 
Intorno a lui scene di delitti diversi, per una piaz-1 
za grande, ornata d'un tempio superbo di stile ro* , 
mano. Seguono i lugubri presagi del finimondo: 
tremuoti e nembi. Crollano i monumenti: il 
sole diventa un clipeo di rame, circondato da 
un alone tetro : la luna un disco livido : le stel- 
le filano giù, come gomitoli di lana rossa, che si 
svolgano traversando l'aria. Le Sibille spiegano 
in fretta i loro libri, e dicono: queste cose ave- 
vamo predetto. Un profeta raccoglie l'ampia ve- 
ste orientale, e mostrando tutto il bianco degli oc- 



E l'arte ombra 21 

ohi, grida alto: ecco il tempo vaticinato. I demo- 
nj che hanno potere sugli elementi, scatenano le 
loro forze procellose. Meteore di vapore acceso 
piovono sui popoli : le dilatate falde di fuoco 
nel sabbione infernale dell'Alighieri si rifan- 
no vive nella fantasia del Signocelli. II tuo- 
no s'indovina dalle mani che non chiudono solo, 
ma premono le orecchie. Ecco i fulminati. So- 
pra i morti, gli ultimi vivi si rotolano e si schiac- 
ciano fuori delle pareti, con tutta la palpabile 
evidenza delle membra. Sotto il dipinto, nel 
basso del muro, da un finestrello tondo, Empe- 
docle sporge la testa, guardando attonito in su 
l'avverarsi della sua predizione che il mondo tor- 
nerebbe al Caos. 

Nel compartimento della resurrezione, due 
angioli giganti si curvano a gonfiano le gote, 
sonando di gran forza le tube araldiche per ri- 
svegliare la morte. I risorti sbucano di sotter- 
ra, alcuni ancora scheletri, o rivestiti appena di 
nuovi muscoli; altri già. ritti, colle mani sui 
fianchi, aspirano a pieno petto quell' aria di- 
menticata che li rinfi-anca. L'affresco dei dan- 
nati rappresenta un meraviglioso intreccio di 
corpi. Demouj e reprobi s'abbrancano, s'aggro- 
vigliano, si strangolano coi più violenti scorci. 
Si direbbero viluppi di serpenti, se non si vedes- 
sero braccia, gambe e torsi umani commisti a 
membra diaboliche, livide per colore di bronzo 
antico, con sfumature di porfido e d'ametista. 



22 PIETRO FEnoaiNO 

Neasuua leggenda scandinava, nessun poeta te- 
desco immaginò mai tregenda pia strana. Nel 
campo aereo un demonio volante, dal ghigno di 
Meflstofele, s'è caricata la spalla d'una bellissi- 
ma donna, le cui dita affusolate s'irrigidiscono tra 
gli unghioni dello spirito nero, che la guarda 
negli occhi tra cupido e beffardo. La donna vol- 
ta il viso al ritratto del pittore nella parete di 
contro, come chiedesse : perchè m'hai posto qui? 
Ma il Signorelli, dai lunghi capelli rossi, dalle 
labbm ironiche e sottili, vestito di lucco nero 
come un giudice, rimane impassibile e soddisfat- 
to di questa sua vendetta dantesca. I fieri ar- 
cangeli, chiusi nelle corazze, guardano tranquilli 
il ratto e il tumulto. 

Dall' indole dell'artista si può immaginare 
che il compartimento degli eletti è il meno bello. 
Ma l'avvenenza vigorosa e le movenze libere de- 
gli angeli ravvivano anche quest'ultimo lavoro. 
Nonostante le forti ombre terrose e i gruppi che 
non s'allontanano nell' indietro con sagaci vela- 
ture di tinte, nessuno seppe distribuire in più 
stretto spazio tanta gente e tant'azione, benché 
rapida e violonta. Né m'e possibile dimenticare 
gli ornati dtUtt porta, Sul fondo nero dei pi- 
lastri disegnò il Signorelli due svelte ed elegan- 
tissime candeliere a chiaroscuri verdastri. Da 
lontano non paiono altro che un rabesco vago 
di fogliami e di chimere : ma da vicino sono un 
intreccio di mostriccioli, di draghi e di diavoli 



alle prese coi dannati. Disposti in simmetria, i 
satiretfci d'inferno forzano i cattivi alle mosso 
più stravaganti, per piegarli ai capricci decora- 
tivi. Qua due diavoli tirano pei piedi due pec- 
catori ; altri due giocherellando con un soffietto, 
attizzano le vampe di Malebolge ; altri fanno be- 
re a due dannati per certi otri un liquore male- 
fico ; alcuni spiriti seduti in forma di cariatidi 
piangono. Costringere così gl'infelici a far ri- 
dere e divertire, decorando un monumento con 
atteggiamenti bizzarri, è il eolmo del terribile. 



L'Umbria aveva già avuto i due più operosi 
e amabili contemplanti dell'Occidente, S. Bene- 
detto e S. Francesco: due poeti d'amore, due tro- 
vatori di Cristo, 9. Prancetico e Jacopoue da To- 
di. Francesco ci aveva dato una forma di sal- 
mo italico pieno di semplicità e d'ardore. Ma la 
miglior poesia di Francesco non fu il suo cantico 
al sole ; fu la sua vita. Cavaliere perfetto, co- 
noscitore d'ogni cosa fina, portò nel suo asceti- 
smo il culto grazioso d'una natura boschiva e 
montagnola. Dalla vallata degli Angeli al tor- 
rente secco dell'eremo delle Carceri, dall'isoletta 
selvatica del Trasimeno ai gioghi del Casentino, 
empi il paese de' suoi fervori e di quel suo amo- 
re stranamente bello e nuovo nel medio evo, a- 
more sovrabbondante che ai effondeva au tutte le 



24 PIETRO PKRDQINO 

creature. Predicava agli uccelli sulla via tra 
Cannara e Eevagua : ricomprava le tortori, cui 
fabbricava il nido nella selva delle sue contem- 
plazioni: rimoveva il vermicello dalla via, per- 
chè nOQ fosse calpestato. Delirj di carità in tem- 
pi d'altri delirj sanguinosi; e n'aveva bisogno 
l'Italia armata e affaeendata troppo in offese ci- 
vili, città contro città, castello contro castello, 
famiglia contro famiglia. Intanto quell'umile 
cordigliere andava mansuefacendo petti rabbiosi, 
come il lupo di Gubbio. E distro a Francesco, 
innamorate di tanto raggio divino, venivano a 
poca distanza, coli 'Aligli ieri, le arti della bellez- 
za. L'undecime del Paradiso è canto umbro. 
Dante aveva visitato diligentemente il nostro 
paese: ranunentava il nome e le sorgenti de' no- 
stri piccoli fiumi : sapeva di che prospetto orien- 
tale s'allegri Perugia; e questa cura minuta del 
proprio e del vero è anche nota di grandezza 
poetica. Cantava le ricordanze de' suoi viaggi 
e le glorie nostre. Il culto di Francesco per la 
natura, che a qualche mente estenuata e super- 
ficiale può parere un inconsapevole panteismo, 
ma che nella tradizionale filosofia italiana è vin- 
colo ideale d'amore pel mezzo delle creature tra 
l'uomo e Dio, sdoppiava involontariamente in due 
diverse e quasi contradicenti forme lo spirito re- 
ligioso del medio evo. L'una rigida, difficile, 
conducente all'annichilamento de' sensi e del vo- 
lere, all'umiltà spinta sino all'amor della contu- 
melia, alla perfetta letizia collocata nell'abbie- 



1 



D l'abte ombra 25 

zione, nell' infermità, nella morte. Conforman- 
dosi a questa lugubre disciplina, partivano da 
Perugia le compagine de' Flagellanti o de' Lau- 
deei, guidate dall'eremita Ranieri Fasani, coper- 
te di cilicio, percotendosi, gridando misericordia 
e penitenza, ed empiendo le contrade d'Italia di 
follie, di sospiri e di laudi. L'altra forma, più 
propria all'indole fervorosa e tenera di France- 
sco, era quella cui accennammo poc'anzi, giocon- 
dità di spirito nella contemplazione e nell'affetto 
comprensivo delle cose belle naturali. Tantoché 
6Ì gridava : nil jucundius vidi mea valle spoìeta- 
na. Jacopone, consentendo in tutto al dolce 
maestro, divideva i suoi canti popolari tra il ri- 
so e il pianto, tra le giuUerie volontarie che ri- 
chiamavano il disprezzo sopra di sé, e le ispira- 
razioni pietose della croce e del presepio. Cor- 
rendo con passione mistica il paese umbro, fra 
tanto sorriso di cielo e di terra, il poeta, che 
ipesso era ruvido, volgare, stravagante, si tra- 
iforma talvolta all' improvviso, e grida con in- 
Bueta gentilezza, che somiglia a modulazione di 
etornello o a cantilena peschereccia : 

Voglia invitar tutto il mondo ad amare, 
Le valli e i monti e le genti a cantare, 
L'abisso e i cieli e tutt'acque del mare, 
Obe faccian versi davanti al mio amore. 



Nell'amore che lo arde e nella bellezza che lo 
circonda trova qualche volta modo d' illeggiadri r- 
6 dovunque vi sia un gruppo di popolo pei 
villaggi, le facili strofe gitta al di là delle siepi 



36 PIETRO rOlRtJGINO ^H 

e lungo i campi, ove germoglieranno come, gran 
di Hpelta, restando (secondo l' energica parola 
d'Alessandro D'Ancona) quasi un prodotto parti- 
colare di quella regione, che altri coltiverà e fa- 
rà fruttificare. ^ 

Ma quale sarà il fiore e il frutto di quel sil- 
vestre germoglio? L'arte umbra, in ciò che si 
distingue dall'arte degli altri paesi. Forse Ja- 
copoue compose lo Stabat, quel divino lamento 
materno, che ha ispirato musiche di paradiso al 
Rossini e al Pergoleai. L'elegia del Calvario fu 
con profonda pietà, unitamente a ineffabile bel- 
lezza, assai spesso colorita dai nostri pittori. An- 
zi gli argomenti più ripetuti e più caramente 
condotti da essi rimangono sempre il Calvario e 
il Presepio. Francesco d'Assisi inventò primo 
a Greccio e mise in uso tra il popolo l'idillica 
rappresentazione della capanna di Betlem. Ja- 
copone la descrisse nel più delicato, nel più ni- 
tido de' suoi canti. È una lirica infantile. Chiama 
Tnammolino il pargolo, con soave idiotismo imibro 
marchigiano. Lo dice fratellino nostro e giglio 
luminoso e amor fino. Dipinge le sue grazie in- 
genue e lo sgambettare nel fieno ; e la madre che 
lo culla, lo ricopre, lo allatta chiama donna di cot- 
testa, con frase degna della Vita Nuova di Dante. 
Né dimentica gii angeli ohe d' intorno se ne gìan 

'Studi sulla leltertilura de' prtutt lecolì, per At-BsskHDHO 



VI. 



B l'arte umbra 27 

damando, facendo dolci versi e d'amor favellan- 
do. Naturalismo purisBÌmu, uscito dai casti fo- 
colari umbri, e salito a grado a grado col popo- 
lare fervore sugli altari nei presepi di Niccolò, 
di Fiorenzo, di Pietro, di Pinturiccìiio, dello Spa- 

Lapo Lombardo, sulla costa del Subasio, ave- 
I va edificato la doppia basilica: cripta e tempio. 
L'una, grave, bassa, velata di soavi tenebre; 
tutta sfondi di cappelle e luci di finestre piccole, 
donde il raggio, traversando i santi, cadeva sulla 
fronte dei siippliclievoli ; e dove i suoni dell'or- 
gano erravano come fruscio d'ali angeliche o so- 
spiri dell'anime alla speranza. L'altro, altissimo, 
ricevente il sole umbro dalle gemine porte e 
dalla grande rosa traforata della parete fren- 
ivi Cimabue, e Giotto sopra tutti, il Gaddi, 
il Cavallini, il Qiottino, il Buffalmacco, Simon 
Mommi, il Nelli, e più tardi lo Spagna, Dono Do- 
ni concorsero a compire e illustrare cjuesto monu- 
mento di stile scbiettamentp italico, e niente af- 
fatto gotico come afferma il Taino. ' Orvieto 
aveva innalzato il suo duomo, la cui facciata è 
la più splendida, la più leggiadra, la più deco- 
rosa del mondo. Angiolo d'Orvieto, sul dirupo 
di monte Ingino, costruiva sopra volte doglie 

■ Phitoiophie de Cari, tom. I,pai. H. Tiinb. 



38 PIETRO PERUGINO 

dell'audacia romana il Palazzo de' ConBoli, co- 
si adorno e quadrato, con una torre di campa- 
na terribilmente aUauciata nel vuoto, quasi a 
vedetta di pericoli clie appaiano sull'orizzonte. 
Presso Foligno, le solitudini alpestri de' monaci 
di Sassovivo erano nobilitate da un chiostro, de- 
corato tanto vagamente di mosaici e di doppie 
colonnine spirali, da far pensare a una reggia, 
anziché ad un eremo, yalii da fanciulla lassù 
per le gole di quella montagna, e notai con tri- 
stezza gli atrj sonori e cadenti e le pietruzze 
d'oro che brillavano per terra fra i sassi, dove i 
soli e i geli avevano screpolato i mosaici. An- 
che Perugia si rinnovava elegantemente. Sorgeva 
allora il Palazzo del Popolo, tra i più belli d'Ita- 
lia : e si commetteva ai Pisani e ad Arnolfo 
la Fonte che la fa superba. In quanto alle arti 
figurative, il primo esempio di rara bellezza le 
venne da Agostino Ducei fiorentino, quando nel 
1462 scolpiva il tempietto di S. Bernardino, o 
popolarmente della Giustizia. Angeli che han- 
no la musica negli occhi, nei movimenti, sulle 
labbra ; creature avvolte iu veli trasparenti, e 
mosse al volo con una leggerezza che toglie fede 
alla pietra: armonia, unità, proporzioni, tutto si 
accoglie in quell' edicola perfetta. 

VII. 

Ma la bellezza pittorica, per opera d'artistjj 
perugini, non compariva ancora. Doveva e 



E l'arte uubra 29 

certo un valente collegio di miniatori, poiché la 
moltitudine o la vaghezza de' nostri codici prova 
quanto fiorisse tra noi tjnesto magistero. Tut- 
tavia, se i monaci salmeggianti erano speBBO ri- 
ereati dalle delicatezze e dai fulgori delle per- 
gamene corali, il popolo non considerava ancora 
la pittura che come una seria e malinconica 
espressione della sua pietà. Qui tra noi le Ma- 
donne non erano ancora le amabili ispiratrici 
delle arti belle cittadine, Firenze tu la prima 
che, con intuito di popolo artista, chiamò Borgo 
Allegri la via, per cui passò dall'officina del pit- 
tore alla chiesa la Vergine di Cimabue ; inau- 
gurando così religiosamente e civilmente i se- 
coli gloriosi della pittura in Italia. Non bastava 
che l'arte timidetta ma soave della vicina Siena 
ravvivasse le consuete forme bizantine con fre- 
schezza di colorito chiaro e festoso. A noi s' im- 
poneva rigidamente il verde crocifìsso di Marga- 
ritone d'Arezzo e i gonfaloni dipinti e suppli- 
cati in tempi di pubbliche sventure. Questi 
stendardi si serbavano, e si serbano ancora, ve- 
lati oou paurosa riverenza. Ho presente in fan- 
tasia il più antico di tutti, quello di 8. France- 
sco al Prato. Una Vergine alta, pallida e non 

I più giovane, che ricovera la popolazione sotto il 
manto. Ha negli occhi la grande apertura e 
fissità dello spavento, tìli angioli dell'ira tra- 
Boorrono un cielo tetro, lanciando saette piccole 

[ ohe ai spezzano sul manto di lei. 



80 PIETRO PBRUdUNO ■ 

Altre città dell'Umbria ebbero il privilegio 

dell'apparir nuovo della bellezza. Per tre fo- 
colari distinti l'arte s'acces^e. ' Gubbio ricevet- 
te o forse donò prima la celeste scintilla. A 
Gubbio durava bella, antica e vivace la fama 
de' miniatori, tra' (juali quell' Oderisio, lodato 
tanto nella Divina Commedia. Gentile da Fa- 
briano, che portava la gentilezza nel nome e più 
nell' ingegno , alunno forse per poco in patria 
d'Allegretto Nuzi, fu studioso piVi che per poco 
nelle finezze artistiche de' suoi coufinaati Eugu- 
bini. Come avviene di cosa appresa con lunga 
pazienza ed amore nella giovinezza, egli non 
dimenticò mai quel fare delicato, neppure nelle 
grandi composizioni. Chi vede infatti nell'Ac- 
cademia di Belle Arti a Firenze la sua Adora- 
zione de' Magi, scopre subito la passione iudiei- 
bile cou cui sono toccata e finite le minime cose, 
dai sottili ondeggiamenti dei capelli, dagli or- 
nati rilevati in oro delle cinture e de' diademi, 
sino al lucido sperone d'un cavaliere. Gentile 
s' incontrò a Firenze e si strinse di simpatia ar- 
tistica con i^uel giovinetto amabile che fu Gui- 
dolino del Mugello, che poi si chiamò frate Gio- 
vanni Angelico. Ambedue ingrandirono la pit- 
tura, conservandole tutte le qualità sfumate, gem- 
mate e lucenti di quell'arte ohe fu detta illu- 
minare, con efficace verbo francese, a cui Dante 
diede la cittadinanza italiana. Gentile ebbe al- , 



' i pittori di Foligno, par A.dàiio Bossi. 



E l'arte ombra 31 

lievo a Firenze Jacopo Bellini, padre di GentilB 
e di Giovanni, i veri e puri idealisti delle lagu- 
ne. Ma la dolce maniera del fabrianese, cono- 
sciuta ed amata in Toscana, a Roma, a Vene- 
zia, non poteva restare ignota e infeconda tra i 
monti de' suoi patri confini. Ottaviano di Mar- 
tino Nelli mise tutta l'anima sua ad imitarla; 
e creò verso il 1404 la bellissima Madonna di 
Belvedere, a S. Maria Nuova di Gubbio. La per- 
fezione che raggiunse allora in quel delicato e 
magnifico affresco non pare ottenesse più in al- 
tri lavori. Forse al suo ingegno, finché fu alacre 
e giovane, ridevano le ricordanze fresche dell'in- 
signe maestro marchegiano. Ma quando nel 1424 
venne a Foligno per dipingervi la cappella dei 
Trinci, condusse le storie e le fisonomie con 
mano alquanto grossa e dura e con fantasia meno 
agile e chiara. Tantoché il secondo focolare um- 
bro, Foligno, non s'accese allora per lui, ma più 
tardi per altri esempi. 

Non parlo dei pittori primitivi ch'ebbe Fo- 
ligno, magri e rozzi giotteschi, come appare nel 
sotterraneo della beata Angelina al convento 
delle Contesse, e nella chiesa vetustissima di 
8, Maria infra portaa, e in una tavola e in qualche 
affresco della chiesa di S. Salvatore. Non cerco 
io tanto la storia, quanto la bellezza ; e m'arre- 
sto solo quando la vedo comparire a Foligno 
tutt'ad un tratto, non già pargola, ma giovinetta 
formosa, con Niccolò di Liberatore e con Pier 
Antonio Mezzastris. 



ss PIETRO PERDHINO ^H 

Io credo che l'anima degli artisti nasca di 
per sé stessa sinfoniale, ossia capace di trovare 
le armonie intime dei propri amori e delle pro- 
prie fantasie colla natura, anche se non adde- 
strata da norme prestabilite, o da esempi ante- 
riori. Nondimeno una norma o un maestro le 
può abbreviare la via e agevolare la scoperta. 
E tradizione assai verosimile che a Foligno abi- 
tasse per qualche anno della sua giovinezza irate 
Angelico, emigrante da Fiesole. Certamente, il 
suo discepolo Benozzo Grozzoli dipinse a Monte- 
falco nel 1450 la chiesa di S. Fortunato, e nel 
1452 l'altra di S. Francesco. Quello stile amo- 
roso piacque ai nostri due umbri , e lo fecero 
proprio, secondo le diverse disposizioni degl'in- 
gegni. Niccolò, più robusto e ruvido, vi si ac- 
costò affettuoso ma guardingo, e si serbò più ori- 
ginale e indipendente. Non poteva spogliarsi 
di quella sua ealvatichezza umbra. Non era ca- 
pace di far suoi tutti i pregi che trovarono l'ec- 
cellenza loro nella maniera di frate Giovanni; 
al quale l'attitudine alle miniature finissime non 
diminuiva la scienza delle composizioni larghe, 
e lasciava la mano sempre eguale, chiara e sicura, 
senza bisogno mai d'alcun ritocco. Niccolò ri- 
produsse fisonomie e per.sone virili con segno 
spesso disavvenente e sgradevole ; ma è pittore 
di gran forza, di gran disegno e di proporzioni 
magnifiche : la gentilezza che gli mancava, gli ■ 
venne aggiunta dall' esempio fiorentino ; e gli 
venne aggiunta si caramente, ohe nelle teste 




E l'arte umbra 33 

d'alcuni angeli e delle Madonne non si può im- 
maginare cosa più spirituale. Il trittico nella 
chiesa di S, Niccolò a Foligno n'è prova. Nel 
centro e un presepio. La Madonna e d'una gra- 
zia cosi virginale e pensosa che non pare crea- 
tura terrena. In fondo son praterie verdi, e la 
strada vi gira e rigira come non volesse saziarsi 
del suo trattenimento in paese bello. Ecco l'am- 
mirazione degli umbri per le loro campagne. 
S. Giuseppe ha qualcosa di duro nell'aspetto, e 
non è composto in affetti corrispondenti all'ora 
e al luogo. Una rovina grandiosa tien vece di 
capanna ; sarei per dire un ricordo di ruderi ro- 
mani, COBI frequenti nell'Umbria. I santi late- 
rali son disegnati con arte stupenda. S. Niccolò 
vescovo ha la testa nobilmente austera ; e la dal- 
matica purpurea, tramezzata di fili d'oro, si spie- 
ga con naturale rigidezza e con riflessi di pieghe 
metalliche alla luce. Nel nudo di S. Sebastiano 
è tanta mae.itria di disegno e di chiaroscuro, che 
più tardi anclio Luca Siguorelli, il grande anato- 
mista, l'avrebbe ammirato. L'Arcangelo è biondo 
e leggiadro, come un paggio medievale. Schiac- 
cia il demonio , col piede chiuso in gambiera 
d'acciaio: ma il briccone gli gioca un brutto 
scherzo. Mentre l'Arcangelo libra nei piatti 
d'una bilancia due piccole anime, il diavolo leva 
eu una verghetta riccia di ferro nero e arrouci- 
glia un piatto, per trarre a sé almeno una preda. 
n diavolo nel medio evo era condannato a far 
una parte non solo cattiva, ma bene spesso ri- 




3i PIETRO PBRDQINO V 

dicola: lo vediamo anche nella Divina Comme- 
dia. E questi fcocclii burleschi non dispiacevano 
al popolo, neppure sugli altari. 

L'ingegno angusto e devoto di Pier Antonio 
Mezzastris s'era tuffato come ape in un giglio 
nelle morbidezze ingenue della scuola fiesolana. 
Sopra la porta di due monasteri, sant'Anna e santa 
Lucia, rimangono effigiate da lui due Vergini in 
compagnia di angioli e sante. Questi due afFre- 
schi o quelli della Maestà bella, edicoletta na- 
scosta nelle campagne presso Carpello, sono col 
trittico di Niccolò le cose d'arte più care che 
possieda Foligno. Pareva avesse paura dei co- 
lori vivi il Mezzastris, e non erano mai abba- 
stanza aerei, periati e diafani per la Madonna. 
Pensava che ritraendo lei non fosse lecito om- 
breggiarla. Si sarebbe detto ch'ei dipingesse con 
infusione di foglie di rosa e d'altre tenere erbe. 
Pregio unico in lui, che del reato mancava di 
vigore e di varietà. 1 

Così principalmente per questi due pittori s' in* " 
cominciò a fissare nella scuola umbra il carattere 
dominante di femminilità delicata e casta, che 
raggiunse tutta la perfezione del suo incauto a 
Perugia, con Pietro Vannucci e e oli a giovinezza 
del Sanzio. 

Vili. 

E a Perugia appunto il Boccati da Camerino, 
benché non conosca ancora il segreto dell'ilare 




B l'abte umbba 35 

soavità spirante dai visi, tenta d'aggraziare le 
consuete conversazioni di santi e devoti, con 
qnalehfs tocco di leggiadro naturalismo. Dipin- 
gendo nel 1447 un quadro per la compagnia de' 
disciplinanti, chiuse i fratelli Ingubrementè nei 
loro sacchi cinerei, donde i soli occhi traspaiono 
e il dorso nudo preparato al flagello; ma pose in 
alto la Vergine sotto pergolati di rose, fra an- 
geli cantanti, che nella ingenua rotondità della 
bocca ricordano i fanciulli di Donatello, scolpiti 
per la cantoria del Duomo a Firenze, In un al- 
tro quadro un cardellino, con insistenza d'uccel- 
letto inquieto, bezzica il piccolo indice del bam- 
bino posato iu grembo a Maria. 

Ma pittore più memorabile a Perugia è Be- 
nedetto Bonfigli ; quantunque, rude verista pe' 
suoi tempi, non potess'essere iniziatore della 
scuola perugina, e rimanesse infatti solitario e 
non imitato. Umanizzando il divino, come ri- 
trattista nei visi e nelle fogge dei vestimenti, 
prescelse a tipo di Madonna una forma di fan- 
ciulla biondissima e aristocratica. Coronava i 
suoi angeli di un diadema di rose allungato a 
cresta di gallo, donando cosi a quegli spiritelli 
dell'aria, se non del paradiso, un vezzo nuovo e 
geniale. Per queste sue qualità, che lo rendeva- 
no debole pittore mìstico, riusci gagliardo come 
pittore storico. Lo stendardo votivo di S. Ber- 
nardino e gli affreschi della cappella antica mu- 
nicipale ne fanno prova. 



36 flETHO PERUGINO 

Bartolomeo Caporali avea forse veduto e am- 
mirato qualche cosa della patetica souola foli- 
gnate; poiché una sua piccola Annunziata, nella 
compostezza della persona, nelle pieghe de' panni 
e nel movimento ingenuo del capo, ci richiama 
al pensiero quello stendardo dell'Annunziata, di- 
pinto da Niccolò nel 1466 per S. Maria Nuova 
di Perugia, che oggi è decoro insigne della no- 
stra pinacoteca. 

Ma con Fiorenzo di Lorenzo ha principio ve- 
ramente la scuola perugina. S'egli non raggiun- 
ge Niccolò di Foligno nella espressione pietosa 
de' volti, lo supera nell'abilità pittorica e nella 
fantasia. Si sviluppa facilmente dalle consuete 
durezze, panneggia largamente , compone con 
disinvoltura ; solo dispiace in lui qualche volta 
il tono arido e biancastro delle carni. I suoi 
quadretti dei miracoli di S. Bernardino, forbi- 
tissime miniature, mostrano già nuove eleganze 
dì prospettiva e di paese. Le figurine si atteg- 
giano con grazia giovanile e soldatesca. Le 
maglie serrate ai corpi, le chiome fine, i gesti 
pronti accennano a nuove armonie del reale 
coli' ideale. Ma v'è un quadro, l'Adorazione de' 
Magi, che ne tiene sospesi e meravigliati. Ss è 
di Fiorenzo, secondo il comune giudizio, come 
potè in questo lavoro unico levarsi tanto aopra 
di sé? Ohi gli ha insegnato quelle tinte aniEi- 
bili di carni, cosi insolite a lui? Chi gli ha 
ispirato quel profilo di Maria, quella pura fronte, 



I 



I 




r^ 



E l'arte umbra 37 

su cui riposa un tocco di lume argentino, che 
non sai dira se derivi dall'interno dell'anima 
virginea, o da esterna luce mattinale ? Una ma- 
no più delicata e più potente non l'avrà ravvi- 
vato ? Sarà la mano di Pietro ? Il barone di 
Eunihor ed altri, per alcune somiglianze di stile, 
credono Pietro alunno di Fiorenzo. Se non che 
la poca difl'erenza d'età che si può stabilire tra 
i due pittori rende difficilmente accettabile que- 
sta opinione. Eppure nell'angolo a sinistra del 
dipinto, si delinea nn viso largo e vigoroso, che 
ai contomi e ai rilievi si direbbe proprio il ri- 
tratto giovanile del nostro Vannuoci. È una 
testimonianza d'animo grato, od è soltanto un 
omaggio reso al nome divenuto glorioso d'un 
compagno antico d'officina ? Checche se ne pen- 
si, non v' ha dubbio che la nota cortesia e fra- 
tellanza artistica di quei tempi ci permetta di 
veder lampi di vari ingegni in un'opera sola e abi- 
lità diverso esercitate in comune. 



IX. 

Vannucci e Pinturicchio : due genj concordi 
e a prima vista somiglianti ; tra i quali però un'os- 
servazione attenta saprebbe discernere molte dif- 



Per norma d' italiani e di stranieri ohe visi- 
tino Perugia, per cautela degli studiosi dell'arte, 



PIETRO PKROBINO 



bisogna non dimenticare clie, se nelle diciotto 
sale della nostra pinacoteca si apprende bene la 
storia dell'arte umbra dalle origini alla deca- 
denza, noi uon possediamo più neppure un ca- 
polavoro. Tutte le opere più eccellenti sono con 
nòstro dolore ed orgoglio a Marsiglia, a Lione, 
a Parigi, a Londra, a Dresda, a Berlino, a Ma- 
drid, a Pietroburgo ; senza contare lavori mira- 
bili a Firenze, a Roma, a Vallorabrosa, a Siena, 
a Milano, a Pavia. Dobbiamo formarci una pi- 
nacoteca fantastica, disponendovi ordinatamente 
cose molteplici e varie. Il catalogo solo delle 
opere ci direbbe che non potremmo lagnarci trop- 
po di quella monotonia artistica, che forse ec- 
cessivamente ci fu rimproverata. ' 



La monotonia non derivò solo dal genio al- 
quanto monocorde e limitato di Pietro ; ma dalla 
fretta con cui cercava qualche volta di soddi- 
sfare alle frequenti commissioni che da tutta Ita- 
lia gli pervenivano. Derivava eziandio dalla 



' Mi BÌa lecito esprìoiBre un desiderio. "Vorrei che in 
ogni aala. della pinacoteca perugina venissero collocate, por 
ordine di tempi e d'autori, incisioni, disegni o fotografìe 
dello opere più importanti di scuola umbra, sparse in Ita- 
lia e fuori. Questo compimento dato alla nostra collezio- 
ne municipale gioverebbe molto agli studiosi, che vedreb- 
bero in una 3^cces^4ione non interrotta l' intero svolgimento 
dell'arto nostra. Koa a! può immaginare quanto utile e 
bollo sia l'esempio che ha dato Firenze colla sua esposizio- 
ne Donatelliaua permanente, dallit quale possia 
scere quell'artista grande in tutta la varietà delle ope- 



E I, AKTE DMBRA 39 

consaetudine d' affidare a discepoli numerosi e 
mediocri l' accurata, non ispirata riproduzione 
delle Bue pitture. Forse anche illuso dal grido 
comune che lo designava grandissimo, cedette 
troppo al fascino delle sue creazioni, e si appagò 
e quietò nella propria stima. Indi il ripetersi 
frequente. Non epnsiderò che altrove gli anni 
correvano rapidi e fecondi ; forse troppo fecondi, 
per esser durevoli in bene. Quando tornò a Fi- 
renze da vecchio, era diventato un anacronismo; 
fece l'impressione d'un morto risuscitato, Che 
colpa n'ho io, se non vi piacciono più quei lavori 
che già vi piacevano tanto ? Cosi chiedeva ram- 
maricandosi. La domanda parve ed era semplice 
assai, dinanzi ai cartoni di Leonardo e di Mi- 
chelangelo. 

Nella sua vigorosa gioventù egli aveva fati- 
cato per due motivi, molto gravi sull'animo suo : 
la gloria e il guadagno onesto. Aveva provato 
le dure strette della povertà e la temeva. Quindi 
nell'Umbria, sua facile e fedele ammiratrice, ti- 
rava via a guadagnare e lavorava di pratica. Ma 
non era cosi a Roma e a Firenze. Là si sen- 
tiva sospinto principalmente dal desiderio d'emu- 
lare i suoi grandi contemporanei. Là cercava di 
superar sé medesimo, con ispirazioni più larghe 
s gagliarde. Là si scioglieva da certa sua ma- 
niera di composizioni e di pose, disegnando dal 
vero con franchezza maggiore, né ripugnando più 
dai tocchi risentiti del ritratto. Eicordiamo la 



40 PIETRO PEROGINO 

consegna delle chiavi in Vaticano. Ma nella 
deposizione di Palazzo Pitti e in quella dell'Ac- 
cademia di Belle Arti a Firenze chiedeTa vigori 
nnovi al colorito. Riuniva un gruppo di per- 
sone bellissime, esprimenti una pietà immensa, 
con tutto il variare proprio di ciascuna età e di 
ciascun individuo : v'ha chi ragiona del suo do- 
lore, e chi lo medita in silenzio ; v'ha il doloro 
serio e operoso della virilità e della vecchiezza, 
v'ha quello appassiouato e riverente delle donne 
giovani, teste, come dice il Vasari, molto gra^ 
ziose nel pianto. Ivi la Vergine dei presepi, 
quel biondo tipo di villanella umbra dorata dal 
sole, coi capelli ravvolti in piccoli veli, s'è di- 
leguata. Resta una vedova, orfana del suo uni- 
genito, chiusa in vestimenti severi, la cui vita 
si raccoglie tutta nello sguardo ; uno sguardo 
che fa piangere ! I ritratti dei monaci di Val- 
lombrosa, oggi nell'Accademia fiorentina di Belle 
Arti, furono lungamente creduti di Raffaello. 

Terribile onore l'avere allevato all'arte la gio- 
ventù del Sanzio ; ma titolo di gran lode 1' 
dato occasione a simili scambi. Se in Pietro o 
in Pinturicchio apparisca alcunché di più finito 
6 perfetto, ecco subito i critici dell'arte venirci 
sopra con tutto il peso delle induzioni e delle 
ipotesi, per rivedere e correggere l'inventario delle 
nostre ricchezze. Cosi il Cavaleaselle ed il Cro- 
we, guardando la bellissima volta della sala del 
Cambio, fatti sospettosi dalla stessa ammirazione^^ 



I 
I 



E l'arte umbra 



41 



esclamano: Se ci sia concesso giudicare dall'im- 
pressione che noi ne proviamo, diremo che, os- 
servando le belle personificazioni dei pianeti di- 
pinte sulla volta, non possiamo a meno di con- 
cludere ch'esse dovettero esser condotte a ter- 
mine da Raffaello e dallo Spagna, o da Raffaello 
solo. Tale e tanto grande è l' impressione che 
quei dipinti ci lasciano, da doverli credere opera 
di Raffaello, fino ad una prova diretta e sicura 
del contrario. ' Ma la prova non manca : è la 
data del 1500 sottoposta al ritratto del Vannncci 
e all'elogio dell'opera compiuta ; e Raffaello, ve- 
nuto a Perugia da un anno appena, non poteva 
già perfettamente imitare ne superare la manie- 
ra del maestro. 

Talvolta, per amoroso capriccio d'artista, la- 
sciò Pietro a piccoli paesi pitture che merite- 
rebbero pellegrinaggi. Cosi a Trevi nella chiesa 
delle Lacrime, l'Adorazione dei Magi. Nel viso 
pieno dalla carnagione rosea, periata della Ver- 
gine, è maternità dolcissima. Ma nelle gote e 
nelle palpebre di S. Giuseppe, lievemente arros- 
sate per le lacrime che luccicano negli occhi, è 
un sentimento di tenerezza umana che commo- 
ve. La sua più vasta composizione murale l'ebbe 
Città della Pieve, per tenue pagamento e molta 
cortesia del pittore concittadino. Panicale ebbe 
il S. Sebastiano. Guardiamolo un poco. II mar- 



B le tue op»re, per G. B, Cavai,- 



42 PIETRO PKRDOINO 

tire è sopra un piodiatallo m forma di alfcarer^ 
Lft persona esile ha tutte le grazie d'un'adole- | 
Bcenza vereconda. Il piegarsi delle ginocchia e j 
l'espressione dello sguardo rammentano il S. Ste- I 
fano di Dante nel XV del Purgatorio: 

E lui vedea chinarsi per la morte, 

Che l'aggravara giù inver la terra; 

Ma degli occhi ficea aempro al cial porto, 
Orando all'alto Sire, in tanta guerra. 

Che penlona93e a' suoi perseoutori, 

Con quell'aspetto ohe pietà disserra. 

Nella rappresentazione dei tormenti e dei tor- 
mentati, non chiedete mai a Pietro lo strazio, ' 
la ferocia, il terrore : ei non saprà darveli. I 1 
suoi dolori sono sublimi rassegnazioni. Negli J 
occhi sarà forse lo spasimo e il pianto, nelle 
membra la quiete. Non è contradizione ; non è 'j 
stoicismo. E negligenza del dolore per l'amore : 
e patimento dominato dalla speranza. Gli occhi 
di Sebastiano lo dicono: essi nuotano nella luce < 
superna : le labbra non sanno dimonticare il sor- 
riso , mentre leggermente impallidiscono. Le 
membra trafitte non vibrano, non si contraggono, 
non sprizzano sangue : rimangono rosee, lente. 
Gli stessi arcieri non hanno ira. Sono giovi- j 
netti che non possono ferir per odio un corpo ' 
così bello e innocente. Comandati, compiono il 
tristo ufficio. La consuetudine li rende freddi { 
e li mantiene eleganti. 

Mi Bon fermata su questo tipo di Sebastiano, ] 
perchè vi si raccoglie l'anima profondamente idil- 



E L' ARTE UMBHA 



-'lica ed elegiaca di Pietro. Il dolore non turba 
la, serenità: il dolore è nemico della gioia, non 
della pace. Questa sentenza cristiana è incar- 
nata nell'arte nostra. Pace, non gioia, è ne' suoi 
idilli, come il presepio e il battesimo. Pace nei 
paesaggi, così veramente nostri, cosi serenamente 
belli. Quante volte, mentre lo sguardo si pro- 
fondava nell' infinito del cielo, dietro le nostre 
colline verdi, e più là dietro i contrafforti del- 
l'Appennino violetti, e più là ancora, dietro le 
montagne cerulee nell'azzurro dell'aria, non ho 
io pensato : quest'orizzonte ha una bellezza in- 
verosimile! Come non essere artisti sovranamen- 
te ideali, se la natura ci avvezza da sé alla scuola 
di tanto squisita idealità? 

Ogni opera d'arte ha il suo fondo. Gli an- 
tichi facevano pareti d'oro, che è una densa e 
corpulenta imitazione della luce. Venne poi 
l'azzurro de' cieli, il verde dei campi, la traspa- 
renza dell'aria. Anche Dante fa cosi : dietro le 
visioni v'è la patria sua, Firenze, e 1* Italia colle 
sue bellezze. Ogni artista mette sempre i toni 
più dolci nei fondi de' paesi che ama. Tra i ve- 
neti. Cima da Conegliauo e Marco Basalti, sulle 
loro patrie montagne e sui loro freschi laghi 
friulani. Il Perugino sui colli del Trasimeno, e 
sugli alberelli di poca fronda ai soli d'aprile. 
Se può arricchire e variare i prospetti vaghi del- 
le campagne con edilìzi di elettissima architet- 
tura, tanto meglio : è giunta di bellezza alla bel- 



44 



PIETRO PERUGINO 



lezza. La pittura, come la poesia, si presta spon- 
tanea a queste graziose invasioni d'un'arte nel 
campo delle altre arti. Abbiamo parole comuni 
per indicare i loro pregi separati ; diciamo la dol- 
cezza delle linee, l'armonia dei colori. E ogni 
vaghezza particolare si fonde nella pienezza del- 
l'arte nazionale. I francesi e i fiamminghi han- 
no grandi paesisti. Per noi il paesaggio è quasi 
sempre un accessorio. Noi lo intendiamo e lo 
amiamo poco, se non è animato dall' uomo. Sen- 
za la vita umana, ha per noi il valore d' una 
semplice def^crizione in poesia, d' un accompagno 
di suoni senza canto, d'un teatro senza dramma. 
Unito all'azione intelligente, prende e dona ef- 
ficacia. E una qualità predominante in noi del 
genio greoolatino, ereditato dall'Alighieri, che 
attribuisce ai fatti umani un'importanza supe- 
riore a quelli della natura. 



Italiani e stranieri resero di rado giustizia t 
Pinturicchio. Cominciarono le scortesie col Va- 
sari. G-li nocquero forse in principio l'indole 
modesta e timida e i difetti fisici della j 
Per cui dovette in seguito contentarsi sempi 
del secondo posto, potendo stare alla pari o(d 
Vannucci. Il Lanzi, che non attribuì all' IlMfl^ 
bria neppur l'onore d'una propria scuola, e con4 
fuse grossolanamente la nostra colla romana 0^1 



E L ABTK OMBRA 45 

non esisteva, si sgomenta di dover credere il Piu- 
taricchio autore delle grandi pitture di Siena ; 
e a lui già provetto in arte, già celebre per le 
prove di Eoma, assegna la parte del corvo che si 
pompeggia nella bellezza delle penne altrui. Il 
Muntz, ruvido e ironico ancbe nella lode, scrive ; 
Si direbbe che il buon Pinturiochio non avesse 
mai sentito parlare di tonalità e di gamma. 
Trista cosa mancar così di scienza e d' ispirazione : 
più trista cosa ancora essere interamente eclis- 
sato da un giovinetto di veut'anni, quand'uno 
si ohiama Pinturicchio ed è stato il pittore fa- 
vorito dei Borgia. Il Passavant giunge fino a 
negargli l'abilità di riempir convenientemente 
i grandi spazi e mettere armonia tra le parti 
della composizione. Per conciliare poi la sua 
opinione coi documenti nuovi, rifiuta bensì la 
cooperazione di Raffaello, sia della mano sugli 
afireachì di Siena, eia dell' ingegno nel disegno 
dei cartoni ; ma col Rumhor accenna all' ipotesi 
ohe il Pinturicchio richiedesse consigli a Raffael- 
lo e aiuti ad altri pittori della scuola senese. ' 
Eppure doveva rammentare che Siena, sorella 
nostra nelle sventure civili e nell'arte, se ci pro- 
cedeva colla scultura che noi non avevamo, pel 
suo Jacopo della Quercia; se ci pareggiava pel 
gusto s(iuÌBÌto dell' intaglio in legno ; ci restava 
indietro nella pittura, quantunque il Sodoma la 
sollecitasse valorosamente. E si dovrebbe anche 

I Raphael d' Urbin, pai J. D. Pabb&vmit. 



PIKTHO PKHDGINO 




tener conto dei modi gelosi e ritrosi dell'arte : 
ohe non si può impunemente sovrapporre stile a 
stile e mano a mano di scuole diverse, senza che 
ne sia divisa anzi sdoppiata l'anima unita ed in- 
tegra d'un capolavoro. Il solo Sanzio avrebbe 
potuto, por fedeltà alla comune scuola, portar 
senza danno il sorriso dell'ingegno e il tocco 
della mano su quelle grandiose composizioni. Ma, 
escluso il Sanzio per forza di documenti, bisogna 
escludere i senesi per forza di logica. In quelle 
dieci storia tutto è nostro, tutto reca un fresco 
sigillo, non pure umbro, ma perugino, Ve la 
baldezza florida e giovanile dei cavalieri, di cui 
diede i primi saggi Fiorenzo di Lorenzo : v' è la 
sveltezza delle forme e il colorito fino, gemmato 
e diafano di Pietro. Ma v'é di più, una pompa 
esuberante di gruppi, di volti guerreschi, di pae- 
saggi, di cavalcate, di prospettive, di porti, di 
galere, di marine, d'iridi e di pioggie sul mare. 
Varietà sobria e festosa, studio di movimento 
vivo e di ritratti ; pregi raramente visibili nel 
Vannncci, ma propri della maniera fiamminga, 
attribuita al Pinturicchio dallo stesso suo nemico 
il Vasari. I senesi volevano un monumento se- 
colare al loro Piccolomini; chiedevano un poema 
nell'edificio di quella loro superba cattedrale. Se 
avessero avuto un'eguale fiducia nei loro artisti 
concittadini, non avrebbero chiamato il pittore 
dei Borgia, come scrivo il Miìntz con mal celato 
disprezzo ; quasiché il decorare regalmente in Va- 
ticano l'appartamento di Papa Alessandro VI 




fosse lo steB&o che partecipare ai misteri della sua 
vita rea. 

Anche il Cavalcaselle ed il Crowe, per la so- 
lita impressione della troppa bellezza, assegnano 
al Sanzio tutti i migliori pensieri dei quadri e 
dei cartoni, e ci danno un Piufcuricchio dimi- 
nuito; disegnatore sempre scolare; artista in- 
vecchiato nelle tradizioni umbre ; imitatore di 
forme antiquate ; incapace a lottare contro la 
nuova evoluzione dell'idee artistiche che si ve- 
niva manifestando; quindi, essi dicono, nell'of- 
ficina di Pietro, destinato sempre al secondo po- 
sto, i>er le abitudini pazienti di miniatore e l'at- 
titudine al lavoro manuale. 

Però debbo aggiungere che il Lafenestre vide 
le sale dei Borgia, le ammirò come la prova più 
brillante delle incantevoli fantasie del pittore 
umbro, e si compiacque di trovar meritata la lo- 
de di vivacità fiamminga data dal Vasari al Pin- 
turicchio. II quale finalmente ha per noi un 
nuovo e singolare valore ; poiché è il solo che 
col Signorelli abbia avuto nell' Umbria il genio 
e la potenza della grande pittura storica. 



Non ardisco trattenermi su Raffaello, come 
scolare del Perugino. Non potrei parlarne in 
modo conveniente, senza uscir dai limiti dell'ar- 



48 PIETRO PEKOOIKO 

gomento. Ma Kafifaello in questo mio studi 
eouio l'aria e la luce in luogo bello ed aperto % 
non se ne parla ; forse non vi si pensa ; entra, J 
esce, gira, sempre necessaria e presente, e tuttol 
ravviva o rischiara. Il Orocifisso di Lord Dudley^ 
la Incoronazione della Vergine in Vaticano, lo9 
Sposalizio eh' è la perla di Brera, la Madonna* 
degli Ansidei e la Madonna del Libro sono stu-T 
pendi lavori di maniera umbra, che non chiedono 
no parole lodative, ma ammirazione tacita e com-j 



Chi direbbe che dopo aver esaurito la varieb» 
degli aggettivi significanti grazia, verecondia ( 
passione nelle pitture di Pietro, bisognasse ri-\( 
cominciar daccapo e trovarne altri più freschi 
per designare quel non so che d' ineffabile cha- 
poneva nelle sue pitture lo Spagna? La spiri-"! 
tualità fina del suo pennello nei visi è uguagliata-J 
ma forse non superata dallo stesso Urbinate, 
Pure non fu voglioso mai di trovar novità, e s'ap- 
pagò di perfezionare l'antico. Abitatore contente 
della valle spoletina, portava di paese in pai 
il casto tesoro dell'arte sua, lasciando lavori nie-j| 
ravigUosi a Todi, a Trevi, ad Assisi, a Narui, e 
Ferentillo, alla montana Rocca di Spoleto, e fi-n] 
nanche al villaggio di S. Giacomo, vicino alle'l 
sorgenti del Clitunno. Il quadro della pìaaco-J 
teca perugina attribuito allo Spagna, è un rosaio>| 
in fiore, per festività di colorito. La Vergina- 
giovinetta ha l'aspetto così lieto che comandi 



; L ARTE IJMBI 



49 



alle anime la gioia. Noto questa siguificazione 
di gioia, piuttosto rara nella pittura umbra, sem- 
pre malinconicamente f 



Un'Adorazione de' Magi, creduta d' Eusebio 
di S. G-iorgio, mi ritiene dubitosa, oome poco fa 
l'Adorazione dei Magi di Fiorenzo. V è una 
vita tiepida e valorosa tanto, v'ènnatale sicu- 
rezza e larghezza di disegno, e gira l'aria cobi 
bene tra le teate e il paese, che non posso at- 
tribuire cosa si bella al solo debole ingegno di 
Eusebio, discepolo fedele di Pietro, ma povero 
d' ispirazione o di colorito. Io vedo qui il tocco 
geniale d'un angelo. Sull'angolo sinistro del 
quadro appaiono due ritratti di pittori in fra- 
tellevole società. 11 viso bellissimo dell' uno e 
lo stemma del Sanzio ricamato nella sua maglia 
mi svelano abbastanza U delicato mistero. 

Giannioola Mann! è forte più d' Eusebio nel- 
l' imitazione del maestro : tanto forte che qual- 
che volta sembra un altro paio di mani del Van- 
nucci. Ma non a.ggiunge nulla : e nulla aggiun- 
gono gli altri numerosi alunni ; anzi per languide, 
stanche e continue ripetizioni prenunziano il tra- 
monto dell'arte nostra. 



Domenico di Paris All'ani s'accorse ch'era nato 
tardi per la nostra scuola. Non avendo ala ro- 
busta da sé per alzarsi a nuovi orizzonti, medi- 
tava, come uccelletto sul dorso di qualche aquila. 



60 PIETRO PKRDGINO ^H 

un'ascensione in aria non sua. Ebbe da Raffaello 
un bozzetto stupendo di sacra famiglia ; ma per 
quanto si studiasse di reticolarlo finamente, il 
chiaroscuro rimane pallido, l'affetto fievole, il di- 
segno stentato, e il paesaggio non si profonda. 
Più tardi tentò di contemperare la maniera del 
Sanzio a quella d'Andrea del Sarto. Una sua 
nobile Vergine, seduta in trono, ha chiaroscnri 
più intonati e maggior larghezza di disegno. Ma 
l'invenzione è sempre povera, e gli angeli sono 
gravi ed obesi. Gli angeli sono una grande dif- 
ficoltà per i pittori naturalisti. Come rappre- 
sentare quelle creature aeree, inverosimili per la 
con tradizione con la gravezza naturale dei corpi ? 
I quattrocentisti seppero trarre angeli volanti 
dal sasso, e Dante seppe trarli da una terzina. 
L'arte umbra rese alata e spirituale la natura tut- 
ta delle cose. Ma la materia ripigliò presto i 
suoi diritti pesanti, e gli angeli si dileguarono 
dall'arte. In un quadro, ch'è forse tra i più belli 
dell'AlCani, egli già non aspira più alla gloria 
di pittore spiritualista. Gli angeli son divenuti 
tre fanciulli cantanti, coronati di vorzura, pieni 
di umana floridezza. Sant'Anna prepara un ba 
gno al pargolo Gesù ; un pargolo dalla pelle rosea, 
rorida, e con membra paffutelle. La madre di- 
mentica la cura domestica , contemplando. E 
una famiglia dond'è partito il divino, ma non 
ancora la semplicità e la purità dello etile. E 
d'ora innanzi, anche questa umana bellezza di- 
spare. L'arte lascia quest'umbro laghetto lim- 



E l'arte dmbha 



51 



pido o quieto, in cui per mezzo secolo si raccolse, 
e rientra nel burrascoso mare comune. Non ab- 
biamo avuto un vero e proprio seicento iimliro ; 
il seicento fu tutta Italia : per l'arte cessammo 
di vivere. 



xn. 



Ma, poiché le patetiche ispirazioni, che uni- 
vano allora i popoli umbri ai maestri delle arti, 
oggi si spengono sotto un realismo repugnante 
ad ogni idealità ; ci dovremo noi umbri consi- 
derare falliti, con tanto patrimonio di glorie 
avite? Passeggeremo per le sale della nostra pi- 
nacoteca, come si passeggia tra gli scavi delle 
necropoli etrusohe, dove l' idioma divenuto ignoto, 
i misteri e i vasi funerari sollecitano la fredda 
coriosità degli archeologi e l'avidità de' posses- 
sori, ma lasciano disoccupato il cuore e inerte la 
facoltà emulatrice? Accettando questo partito, 
perdiamo il frutto de' nostri secoli migliori. 
D'una cosa viva, mobile e feconda, com'è la poe- 
sia e l'arte tra i popoli, facciamo un cimelio. 
Ma fortunatamente la vita giovane si spaventa 
per istinto del vuoto e delle rovine ; e non è fa- 
cile rompere le tradizioni tra gente come la no- 
stra, avvezza ad amare per educazione e per con- 
suetudine, e a riguardare con orgoglio i suoi do- 
mestici tesori. Ce ne affidano il gusto squisito 
ohe si mantiene tra noi nei lavori d' intaglio e 



63 PIETRO PERDOINO 

d' intarsio ; gì' ingegni limpidi, vigorosi e pronti, 
che usciti dalle sale perugine di studio, resero 
6 rendono gentile e onorato il nome della nostra 
provincia ; la sagacia sicura e il garbo fino con 
cui si compiono i restauri de' nostri monumenti. 
Il Palazzo Municipale di Perugia ha ripreso la 
sua corona di merli, le sue linee unite, eleganti 
6 severe. La grande sala dei Notari s'è rifatta 
concorde all'edifizio, colle velature basse dei co- 
lori, cogli ornati ricercati sulle tracce antiche, 
senza intromissione nessuna di gaiezze moderne. 
Il finestrone di S. Domenico ha riacceso al sole 
le sue storie di santi, e l'arte del monaco quat- 
trocentista v' è rinata brillante ed ingenua. 

Ne soltanto per conservare, anche per rinno- 
vare è necessario lo studio dell'antico. Solo una 
leggerezza incolta potrebbe indurre nella per- 
suasione d'ottenere originalità di cose belle, sen- 
za chiedere come l'ottenessero i nostri : 
È il segreto della loro grandezza. Interrogati 
ci risponderanno sempre : che il hello non si 
trova fuori del vero ; che Ìl vero è ideale i 
che la perfezione e nell' intima ed intera corri- 
spondenza della realtà coli' idealità sua; che le 
lorme di quest'armonia sono varie e inesauribili; 
che il nuovo è il loro sucoetfsivo apparire ; e che 
il coglierle con limpida fantasia nella schiettez- 
za della loro natura e del loro movimento, o con- 
traffarle per impotenza o per arbitrio, è generare 
il nuovo bello o il nuovo brutto. Così ne con- 



B l'abtk umbra 53 

dnrranno incolumi per via diritta e radente due 
eguali pericoli : la sterile riproduzione delle for- 
me viete, e lo scambio del nuovo bello col nuovo 
falso e stravagante. 



Tutti i nostri umbri si misero alla ricerca sa- 
lutare di qualche novità ; ma cou eiìetti diversi. 
I primitivi, a passi pìccoli ma sicuri, si accosta- 
rono alla bellezza ; i tardivi, a passi grandi e 
rapidi, se la lasciarono addietro. Tuttavia, nella 
ricerca del nuovo non dobbiamo rimanere eaclu- 
sivaraeute e perpetuamente umbri. La sempli- 
cità unilaterale della nostra scuola non ci sa- 
rebbe abbastanza feconda. Dobbiamo rimetter 
1' Umbria con dignità modesta nella storia arti- 
stica della nazione. Borgo S. Sepolcro compie 
Perugia ; Firenze e Venezia si compiono a vi- 
cenda ; Michelangelo compie Luca Signorelli ; e 
il Correggio il Mantegna. L'arte italiana è una 
grande fratellanza. Fa una gara valorosa d'ascen- 
sione. Non tutti pervennero all'apice. S'arre- 
starono chi prima e chi dopo sull'erta. Anche 
il Perugino si fermò con serena e soddisfatta 
pace. Poco più su era l'eccellenza. Fu conqui- 
stata la vergine e bianca cima simultaneamente 
da una pìccola schiera d'alpinisti dell'arte. Ti- 
ziano, Michelangelo; Eafiaello, Leonardo e il Cor- 
reggio si trovarono, per un istante, in quell'atmo- 
sfera gagliarda, che abbrucia la vita e consuma in 
pochi lampi gl'ingegni. Ma i tempi affrettavano la 
; o piuttosto l'impazienza umana-, tempre 



54 PIETRO PERUGINO 

vogliosa del nuovo, anche a scapito del bello. Però, 
bisogna pur riconoscerlo, mantener Parte su quel- 
l'altezza, continuare utilmente le ricerche del 
nuovo, subito dopo Raffaello, era quasi impossi- 
bile. Il seicento fu un grande errore. Ma tutti 
gli errori, compresi quelli dell'arte, hanno le loro 
circostanze attenuanti. Se anche il nostro tem- 
po, travagliandosi nella ricerca di poderose no- 
vità, scambia molti fantasmi vani per forme so- 
stanziali, dovremo perderci d'animo o giudicarlo 
troppo severamente? Nel movimento è la spe- 
ranza. Nostro debito piuttosto è rammentare che 
nell'antico sono gli esempi, i germi e le pro- 
messe del nuovo; e che nelle arti, nella vita, 
nella storia, il saldo collegamento ad un passato 
non decrepito, ma vigoroso d' inconsumabile gio- 
vinezza, è la sola guarentigia d' un florido e du- 
revole avvenire. 



RAFFAELLO SANZIO 

OSSIA DELL'ARTE PERFETTA 



Discorso letto nel Palazzo Ducale d' Urbino 
il 6 d'aprile 1879. 



I. 



Avvengono talora nelle vite umano incontri 
Btrani di giorni, che fauno pensare quanto 
profonde e imperscrutabili aieao nell' intima es- 
senza loro le leggi della storia. Il 6 d'aprile, che 
forse gli antichi avrebbero consacrato alle Rrazie, 
fu giorno memorabile del pari nella vita del pit;- 
tore e del cantore della perfetta bellezza. Era 
un 6 d'aprile ed 

Era il giorno ch'ai Sol ai scoloralo 
Per la pietà del suo Fattore i rtii, 

quando il Petrarca s' innamorò nella decorosa 
figlinola della Provenza. Egli la vide allora, la 
prima volta, sotto i temperati s£ilendori del tem- 
pio, che ne illuminavano il biondo capo, come 
a creatura di cielo. E un 6 d'aprile moriva la 
bellissima donna, lasciando viva nell'anima del 
poeta l' immagine sua, ispiratrice di meste con- 



58 RAFFAELLO SANZIO 

templazìoni e di canti dolcisKimi. Nasceva tm 
6 d' aprilo, in venerdì sante, dalla virtuosa e 
avvenente madonna Magia, Raffaello Sanzio ; e 
trentasette anni più tardi moriva, nell' isteaso 
giorno e nell' istessa grande e dolorosa solennità 
cristiana. Roma intera lo pianse, a Io accompa- 
gnò al Panteon con onoranze s 



Ma ben altre e inteUettnali corrispondani 
ne appaiono tra il Sanzio e il Petrarca, se gnu 
diamo per poco all'indole loro ed all' ingegni^ 
Essi furono ambedue miti, innamorativi e felid 
Principi e popoli li predilessero e venerarono 3 
né forse avvenne mai che potenza vera d' ìnge-^ 
gni viventi fosse tanto onorata e cara, se ne 
togli Tiziano in Venezia sua, e al secol nostro 
Alessandro Manzoni e Giusejipe Verdi. Tratti 
all'amore, meno forse dalle forme leggiadre di 
Laura e della Fornarina, che dalla bellezza idea- 
le leggermente incarnata in quelle due fragili 
creature; confortati dall'arte, che fu si valente 
in essi a ripetere coi colori e coi canti le con- 
cezioni dilette del pensiero, gioirono in tutta la 
vita d' un appagamento interiore, che fu gelo- J 
samente custodito (per eÉFetto fora' anche di dats^ 
licata complessione) sotto un velame di t 
melanconia, non avversa alla felicità e ci 
trice cortese del genio. 

Se difetto adombrò la loro gloria futura, i 
difetto comune ad entrambi. Il Petrarca, nm 



OSSIA DELL' AUTE PERFETTA 59 

credendo che col volgare idioma si potease fare 
grande opera d' arte, non tenne l' Alighieri nel 
debito pregio; e aperò di salire tra gl'immortali 
colla lingua di Cicerone e di Virgilio, piuttosto- 
ohè colla fresca e florida giovinezza del parlar 
materno, RafFaello, giudicando qaasi barbara 
l'arte medievale, alle cattedrali e a' palazzi del 
popolo, onde tanto rifulse l'epoca dei Comuni 
italiani, antepose la Roma sotterranea, e non 
ebbe occhi ed anima se non per le dissepolte 
grandezze dell' arte greca e romana. 

Ambedue si conformarono dolcemente e sen- 
za contrasti alle condizioni de' tempi loro. Poi- 
ché nelle attitudini del loro spirito era virtii di 
secondare e avvalorare il bello e il bene che 
fioriva intorno ad essi, di riprodurlo nuovo va- 
gheggiando l' antico, più che di combattere il 
brutto e il malefico. Si direl>be che sdegnaro- 
no quasi di riguardarlo; a somiglianza di colom- 
be che non si posano mai, ove temano contami- 
nar di fango l' ala immacolata. Se il Petrarca 
si addolora talvolta per le travagliose fortune 
d'Italia e per lo scadimento della grandezza di 
Koma, il suo è lamentoso richiamo di vecchie 
glorie, gemito di figlio sulle sventure della terra 
materna; e solo contro la corrotta corte avigno- 
nese e iracondo tlagello di potenza vendica- 
trice. Raffaello, nel secolo baldanzoso di bea- 
te spensieratezze e di magnificenze, nel secolo 
delle corti splendide, delle coltissime donne va- 



60 BAFFAELLO SANZIO 

gheggiate da artisti e da poeti, nel secolo del Bra- 
mante, del Castiglioae, del Gellini, del Polizia- 
no, di Vittoria Colonna, del Sannazaro, dell'Ario- 
sto -, tra le statue, i colonnati e le terme ri* j 
sorgenti sul Tevere dall'umidore degli scavi ; tra . 
il ripullulare delle latine eleganze ; Raffaello 
aspirò largamente tant' aura di diffusa bellezza 
che, pari all'ambrosia degli Dei, fu il suo unico 
e vitale alimento. Tra il luminoso tramonto 
della scuola umbra, e i meridiani fulgori di fra' 
Bartolomeo , di Leonardo e di Michelangelo, ' 
mantenne un'olimpica temperanza di luce e d'om- 1 
bra, d'ideale e di reale, di sentimento e di ] 
concetto, di colorito e di disegno, che lo fece 
maestro insuperato di quel bello sempre uguale 1 
a sé stesso, che pare un sorriso della verità sulle J 
mutabili vicende dei tempi. Giovane, non d'al-l 
tro pensoso che dell'arte, passò tra le abbaglian-. | 
ti apparenze che io circondavano, non curò il ] 
frastuono delle pompe cortigiane, le feste de' 
conviti, delle cacce, da' tornei : ma non udii 
neanche il cupo rombo che minacciava quella , 
generazione gaudente, infiacchita, sensuale, la. 
quale sonnecchiava tra gì' imitatori del Berni 6 
del Petrarca, e tra le adulazioni ingegnose de* 
suoi dotti parassiti. 



II. 



Dante e Michelangelo invece elevarono tra J 
i contemporanei le fiere e solitarie persone, qua- j 



0S3IA dell'arte PERFETT4 61 

si torri poste a vedetta sul mare. Dallo sdegno 
e dal dolore attinsero la potenza dell'arte: per- 
ciò ambedue si compiacquero, pur serbando ri- 
verenza e feda alia santità del Vero cristiano, 
oiferire agli occhi della corte sacerdotale di Ro- 
ma la terribile vÌKÌoue del Giudizio di Dio. E 
mentre l' uno fremeva sugli errori e i danui della 
divisa Italia, l' altro adombrava ne' Crepuscoli il 
omocioso rammarico delle libertà perdute, delle 
virtù civili estinte, delle viltà onorate, e quasi un 
amaro desiderio di dormire eternamente dinanzi 
a 61 nuova miseria. Pure alla fama contempora- 
nea di que' due formidabili ingegni non nocque 
l'altera e pugnace indipendenza degli animi loro; 
chèli secolo soggiogato s'inchinò a quel valore 
stesso che audacemente lo combatteva e flagellava. 
L'esilio e la povertà dell' Alighieri ofiesero la vin- 
ta fazione del cittadino : ma il poeta si gloriò di- 
gnitosamente di farsi parte per sé stesso ; e il po- 
polo e i grandi ebbero in alto onore colui che 
a' guelfi e a' ghibellini , a Bonifacio e a Carlo 
d'Angiò disse le immortali rampogne. E il Buo- 
narroti si contenne volontario nelle consuetu- 
dini di vita austerissima e solinga, per rimaner 
signore di so e serbar l'arte custode e insegna- 
trice autorevole di liberi veri. 

III. 

Benché cotanto dissimili nelle qualità dell'in- 
gegno e dell'animo, questi quattro incompara- 



RAFFAELLO 



bili giunsero per diffijreiiti vie alle supreme a 
tezze dell'arte ; e la bellezza unica che raggia. I 
dalla profonda diversità delle opere loro, ne in- J 
duce agevolmente alle più armoniose rassomi- 
glianze. Cosi spesse volte, con unità spontanea J 
di linguaggio, suol chiamaryi soavità di pitturai 
raffaellesoa la vereconda forma di Matelda, di I 
Piccarda e di Beatrice, e quella di Laura sotto J 
la pioggia de' fiori, presso l'acque fretìche e lu- 
centi; cosi vediamo quasi un ordinamento di 
poema nella Disputa del Sacramento e nella Scuo- 
la di Atene: cosi nelle sue più ardite conceiaio- 
ni si attribuisce a Dante lo scalpello di Miche- 
langelo, parendoci uscir viventi dalla pietra, 
anziché dal poetico ritmo, quelle vigorose figure, 
tanto somiglianti al David e al Mosè. 



Meravigliose analogie di bellezza, che non 
sempre furono semplici richiami intellettivi, ma 
spesso furono anche multiformi manifestazioni 
della potenza privilegiata d'un medesimo arti- 
sta. Il Buonarroti che a Dante e alla Bibbia 
chiedeva assiduo il forte cibo dell' intelletto, ben- 
ché confessasse l'architettura arte non sua, con- 
cepì, già vecchio, con audacia pari al valore, la 
grandiosa cupola del primo tempio del cristia- 
nesimo. E il Sanzio vagheggiava una Roma ri- 
nascente dalle rovine sue, aiutandosi collo stu- 
dio degli antichi, assistendo agli scavi, confron- 
tando i ruderi con le tradizioni e con gli scritti, j 
Si riordinavano nella sua fantasia i colonnati 



OSBIA DELL AKTE PERFETTA fl3 

le basiliche, gli anfiteatri; e non pago del vasto 
disegno che gli occupava la mente, si adoperava 
a gara col Bramante nelle magnificenze del nuovo 
S. Pietro. Ma dopo costoro parve non rimanesse 
più nulla da tentare all'età successiva, e fu confu- 
sione e turbamento tutto quello che vi aggiun- 
sero del loro i volenterosi e ricchi eredi del 
cinquecento. 



IV. 

Raffaello, orfano e giovinetto, recò a Perugia 
caramente impressa nell'anima la casta bellezza 
materna, lo splendore della corte d'Urbino, la 
giocondità serena del colle nativo ; e dal padre 
suo Giovanni Santi potè avere appresso, se non 
un fino magistero nell'arte, certo utili insegna- 
menti 6 la stima de' grandi artisti del tempo. 
Che già i Bellini e il Carpaccio avevano inco- 
minciato a illuminare lo tele con le tinte delle 
gemme orientali: e con elegante severità di di- 
segno e nuovi studi di prospettiva decorava lo 
sue pitture il Mantegna: e il grido di Leonardo 
da Vinci avea già salito le alture d'Urbino. La 
scuola perugina gareggiava colla vicina toscana 
nelle soavi ispirazioni cristiane e nel culto del- 
l'ideale. Ivi Raffaello trovò i blandi chiarori, 
la quiete del paesaggio, le lontananze che fan- 
no pensare all'infinito, gli alberelli elevati, la 
cai fina chioma lascia scorgere molt'aria azzur- 



04 ItAFFAELLO SANZIO ^H 

ra, testoline angeliche e verginali anche ne' 
vecchi e ne' guerrieri ; creature pietose a cui la 
contemplazione e l'amore consunia le gentili 
parsone, esistenze eteree a cui la materia è quasi 
d'ingombro, astrazioni leggere dalla terra, rive- 
lazioni sorridenti del mondo celeste. 

L" età nostra che prosegue avidamente il vero 
che si vede e si tocca, negligendo quello che si 
pensa, e in arte non disdegna il volgare e il co- 
mune, purché si esempli sul reale di natura, 
dovrebbe onorar meno e dimenticar di più le pit- 
ture di quella scuola, in cui si audacemente 
V ideale tenta quasi di affermarsi incorporeo. Ep- 
pure nella pinacoteca della mia Perugia, dove 
tre secoli e più non lian potuto offuscare i la- 
vori vivaci e freschi del Vannucci e de' suoi di- 
scepoli, gli stranieri rimangono immoti e vinti 
da irresistibile incanto, e noi cittadini, avendo 
ammirato cento volte, altre cento torniamo ad 
ammirare e gloriarci. 

Nondimeno era quell'arte lontana ancora dal- 
la perfezione. Che se Pietro dipingendo a Fi- 
renze ed a Roma, acceso dall'esempio de' grandi 
artisti fiorentini e dal desiderio d'onore sempre 
più alto, esercitò alacremente l' ingegno in ope- 
re meravigliose per larghezza di composizione, 
vigoria di colorito, vera e varia dignità di espres- 
sione, di pose e di panni ; tornato poi alla pace 
k dell' Umbria nativa, le bellissime forme, tanto 
J 



OSSIA dell'arte perfetta 65 

lodate altrove, si die a riprodurre cou finezza 
costante di esecuzione, con dolcezza ugnale di 
seutimento, ma aeuz'itssidue ricerche inventi- 
ve, e senza diligenti varietà di colorito, di at- 
taggiamenti e di sembianze, 

Questi difetti però non impedirono, né adug- 
giarojio il tenero genio del Sanzio, perche furo- 
no in lui come i difetti promettenti d'una rigo- 
gliosa adolescenza. Credo anzi che non errasse 
dal vero ehi dist-e miglior ventura a Raffaello 
essere stato allievo del Perugino, piuttosto che 
del Vinci o del Buonarroti. Cosi fu gloria a 
lui giovinetto superare il maestro nella conve- 
niente diversità del figurar le parsone, ne' mo- 
vimenti più liberi e propri, nell'arte della pro- 
spettiva e nella delicatezza della grazia; e la- 
sciar sempre nelle molteplici opere, compiute poi 
a Firenze ed a Roma, l' impronta di quella ve- 
reconda dolcezza di peufiisro, che fu qualità par- 
ticolare della scuola umbra, e tanto conforme 
alla nativa indole sua. La maggior potenza di 
que' due sommi avrebbe forse rapito troppo 
l'ammirazione del Sanzio, ed egli forse non si 
farebbe rivolto a cercare nel proprio ingegno 
quella virtù libera e attiva, per cui si costituì 
da 80 principe della bellezza, nel secolo che il 
bello indiava. Se il fare di Leonardo e di fì-a' 
Bartolomeo traspare nelle sue opere di Firenze, 
e la forza di Michelangelo in altre del Vatica- 
no, ciò, anziché offendere l'originalità viva, ag- 



RAFFAELLO 



giunge fascino alla semplicità e luce alla natu' 
rale chiarezza. Con grazia che non s' insegna 
non s' impara, ogni dono eletto ài venustà fa suo 
dovunque lo trovi ; negli splendori del cielo ro- 
mano, 6 ne' sereni orizzonti dell' Umbria ; nelle 
grandezze superbe del paganesimo, nei casti af- 
fetti del Vangelo : spirituale nel senso, squisita- 
mente sensibile nell' idealità, trasvola le sfere il 
cerca di raggi, i giardini altrui in cerca di prò»" 
fumi, rapitore leggiadro della bellezza, ispirato, 
felice, sorridente ed amato. 



tu'^H 

a ^"^1 
mo ^^ 



Pensa un illus^tre viaggiatore de' nostri giorni 
ni che la Paradisea Apoda, uccello della Nuovi 
Guinea, innamorato delle tinte soavi delle aurO'^fl 
re e de' tramonti, riguardandole assiduamentff-'p 
dalle più aeree cime delle sue foreste, giunga a»] 
riprodurle sulle sue piume in vaghe sfumature j 
d'arancio, di porpora e di cilestro. come le ved( 
diifuse nella pompa afi'ocata dei cieli australì^fl 
Se questa non fosse soltanto una gentile fanta^'S 
sia del Beccari, ma una virtù veramente con-^ 
cessa al meraviglioso uccello, direi che cosi f 
educò all'arte il Sanzio, e così debbono educai 
si coloro che chiedono alla natura e ai maestri' ' 
il segreto della bellezza. 



OSSIA DELL'ARTE PERFETTA. 67 

Senonchè l'Aligiiieri, parlando della perfe- 
zione ideale nelle creature, osservò ohe 

la. natura la Ai\ Bcmpre scema, 

Simìleinento operando all'artista, 
C'ba l'abito dell'arte e man. che trema. 

E mi pare che venisse a dire per noi che la hel- 
lezza, come nno degli aspetti della perfezione 
ideale, si raccoglie intera e in ninna parte di- 
fettiva nella mente della natura ; ma ch'essa 
stessa non giunge (juasi mai a riprodurla nelle 
opere sue, ae non scarsa e manchevole di quel 
raggio d'elezione, in cui principalmente consi- 
ste la vita e la manifestazione propria dell'arte, 
Kè altrimenti gli artisti si atfatioano sovente 
indarno a rappresentare con fedele rassomiglian- 
za le immagini più amorosamente idoleggiate 
dal loro intelletto. Indi quelle subite mestizie 
dubitative e quegl' indefiniti sgomenti che pro- 
vano i sommi, quando la facile e serena soddi- 
sfazione di se stessi fa tranquilli e beati i me- 
diocri. Indi quel rapido alternarsi di diffidenze 
6 di audacie, quel non mai sazio desiderio di 
correggere e rifinire, quello scontento d'ogni mo- 
dello, quell'ansia di superare nuove e più ardue 
cime, pur disperando sempre di tuccare la più 
sublime. 

Come dunque natura perenuemonte ammae- 
stra gli artisti, se maestra e discepoli riescono sì 
raramente a rendere l'estrinseco vero specchio 
lucente del vero interiore ? se anzi essa più dei 



RAFFAELLO SANZIO 



discepoli ha ai spesso tremante la mano nell' im- * 
primere il suggello di perfezione alle opere sue? 
In quella medesima guisa che ogni ammaestra- 
mento si compie, nonostante l' inadeguata pa- 
rola, per la ricerca intellettuale che il discentpe \ 
fa, con animo intento, del significato che la tra- J 
scende. Non esiterei a dire, pertanto, che 
grandi artisti parlano colla natura ijuasi da men- ■ 
te a mente, investigando ciò ch'essa pensa 
fine di perfezionare ciò ch'esosa fa. E quando 
chiedono diligentemente alle cose esteriori la 
materia, la verità de' segni e tutti i BOccorsi 
dell'arte, non mendicano già il pensiero che do- 
vrà, dominandoli, adoperarli a conseguimento di 
perfetta bellezza. Oh ! gran fortuna invero agli 
artisti, se dai meccanici accorgimenti dell'arte 
potessero sostanzialmente attingere il loro pro- 
prio valore. Perchè ormai nell'abbondanza e 
finitezza degli espedienti sagaci, sarebbe dato 
agevolmente di far ampio bottino ne' campi dal 
bello, cosi a coloro che per paura dell'accademia 
sdegnano lo studio degli antichi e presumono 
copiar la natura qual' è, come a coloro che, se- 
guendo servilmente i maestri, non osano gua^■^ 
dare in viso la divina e vivente natura. 




Ma essa provvidamente non nasconde con ì 
tanta gelosia il suo pensiero, che sia raro pri- 
vilegio di pochi il penetrarlo. Auzi il ( 
mento della virtuale bellezza delle cose > 
comparte con graduata misura a tutte le intel- 



OSSIA dell'arte perfetta 



69 



ligenze, non agli artisti soltantij. Che non sono 
essi soli capaci a giudicare e fruire dell'arte : la 
quale, se intende alla bellezza come a suo fine 
essenziale e immediato, aspira eziandio ad altro 
fine meno esclusivo e più universale, come qiiello 
di educare a gentilezza e dignità gli animi uma- 
ni, elevandoli a conoscere le potenze creative di 
natura e a riconoscere le potenze imitative del- 
l'uomo, per via di mentale confronto. Ogni giu- 
dizio, di persona esperta o indotta non monta, 
con cui si affermi o si neghi la convenienza 
estetica d'un'opera d'arte, implica il paragone 
segreto, inconsapevole o deliberato, tra l'oggetto 
che si riguarda ed una certa idea che ne balena 
improvvisamente al pensiero. Questa idea, quan- 
to più fioca e iniziale nelle menti povere e mal 
preparate, tanto più appare lucida, ampia e si- 
cura nelle ben disposte e gagliarde: è l'intui- 
zione del giudice, e l'ispirazione del genio. 

In egual modo l'artista che intende all'inse- 
gnamento di natura, quando abbia vigoroso l' in- 
gegno e non viziato da torte abitudini od offu- 
scato da preoccupazioni, intravvede nelle fatture 
di lei quelle forme ideali che la guidarono net 
suo diverso operare. E s'accorge, s' innamora, e 
si consiglia, avventurato prigioniero della bel- 
lezza, ch'egli assiduamente tenterà poi di ritrar- 
re nelle creature della sua i 



Ne troverà un' invida emulatrìee nella natu- 
, a cui piuttosto torna utile e bello lasciarsi 



70 RAFFAELLO SANZIO 

vincere nella nobile gara dall'umana intelligen*^ 
za. S' essa quasi con alterezza regale getta : 
topazi rudi ed oscuri tra le rocce di nessun pre- 
gio, sa che all'avida industria è serbata la dili- \ 
genza di rinvenirli e farli lampeggiare nelle I 
collane. E se ne accresce onore a lei, che pe- 
renne iniziatrice nella storia dell'arte, pure non. j 
istampa che raramente nel mondo le orme vive I 
del bello che ai tipi suoi si avvicina, senza darsi I 
la cura minuta di compierlo con finitezza di ar- ] 
tista. Non è questo l'ufficio buo consueto e pre- 
cipuo, né vorrebbe ci saprebbe indugiar visi, quan- 
tunque la bellezza entri anch'essa ne' suoi alti 
disegni, come melodia nell'armonia, e come ma- 
nifestazione dilettosa ed amata della bontà e 
della verità ordinativa dell'universo. La digni- 
tà della perfezione ideale essa non attinge né 
spiega intera che nella unione di tutti i tem- 
pi e nella correlazione suprema e comprensiva 
d'ogni esistenza. E se l'azione di lei par pigra e 
manchevole all'uomo ohe la misura alla rapida 
brevità di sua vita, di questa stessa ineluttabile 
lentezza ei s'avvantaggia per sé, sollecitamente 
adempiendo il perfezionamento suo proprio per ec- 
cellenza di virtù, e delle fatture del suo ingegno 
per eccellenza di verità e di bellezza. Suo bene 
e suo potere, che ritornano ad eificace sussidio e 
a meravigliosa antecipazione del tardo lavoro di 
natura ; dacché col valore del libero intelletto 
aduna e compendia nelle opere sue, come in foco 
di lente, i bagliori sparsi di luce occidua, o an* 



099IA dell' AIITE PERFETTA 71 

cor non uata, che qua e là lambiscono i lontani 
orizzonti del creato. E così, eleggendo, com- 
piendo e affrettando, l'arte umana costringe e 
moltiplica la bellezza ne' suoi innumerevoli ob- 
bietti, e supera l'antica maestra colla dovizia e 
colla perfezione dell'estrinseche prove, 

La supera, ma non se ne discioglie : perche 
appunto non ha altro modo a superarla nella pro- 
duzione delle particolari novità, che derivarle 
da quella stessa indefinita potenza di combina- 
zioni ideali che in lei s'acchiude, e che nessuna 
moltiplicità varietà d'atti giunge mai ad ade- 
guare esaurire. È questo anzi il suo conforto, 
la sua guarentigia e la sua ricchezza : questo 
richiama con attraimento vigoroso e continuo 
gli artisti all'indefettibile insegnamento di na- 
tura, affidandoli che tutto, se sappiano interro- 
garla, troveranno in lei. Anche l'ispirazione, 
che ne sembra più indipendente e remota, e che, 
quantunque consista in un subito, involontario 
e profondo eccitamento dell'animo, pure è sem- 
pre originariamente promossa da elomenti obbiet- 
tivi, verso cui, idoleggiandoli e carezzandoli, ri- 
torna fedelmente con amorosa espansione. An- 
che i segni e gli adombramenti del soprannatu- 
rale, che per la relazione creativa con cui in- 
dissolubilmente congiunge a se la natura e la 
penetra e la trascende, fa intrawedere in lei la 
ana velata presenza, e quasi sentirne l'arcana 
infinità. Molto più poi gli affetti vari dell'ani- 



72 RAFFAELLO SANZIO 

mo e il loro movimento diverso, che obbedisi 
per corrispondenze costanti alla graduale viv 
cita e al particolare conserto, con cui cagio 
morali o fisiclie, fantastiche o reali, di amicizia 
o di famiglia, di religione o di patria, di tradi- 
zioni o di speranze, esercitano la loro influenza 
sullo spirito umano. 



Però come la natura non disdegna, ma su- 
scita cooperatori nella produzione della bellezza, 
cosi non li rifiuta, ma li chiama a se compagni 
nel magistero dell'arte. Ed essi ridicono in bre- J 
ve quel che natura loro insegnò, meno tratte- 
nendoli intorno alla formosa esteriorità delle j 
opere sue, che introducendoli ad esplorare la for- 
mosità interiore e l' immensurabile dovizia dei ' 
suoi modelli ideali, e il modo della loro più cjon- 
veniente rappresentazione. Laonde addestrano ■ 
coll'esempio gl'ingegni a investigare, sorpren- 
dere e rapire il segret^o della bellezza ; ma traen- 
doli all'imitazione del come essi fecero, e noa ] 
già di quello che fecero. L'arte vera imita « . 
inventa i imita osservando e non ripetendo, in- 
venta contemplando e amando ; imita l'operare ] 
di natura e de' maestri, non copia le fatture lo- j 
ro ; inventa bellezze ignorate, e nuove solo per- ] 
ohe prima occulte, non piglia in prestito bel- 



OaSIA DELL ARTE PERFETTA 73 

lezze note, né s'avventura tra fantasie strane a 
cercarne fuori del verosimile e del naturale. 

Non penseremo certo che Dante non sarebbe 
venuto in fama senza Virgilio, (quantunque per 
gratitudine amorosa chiamasse suo autore colui 
dal quale apprese il bello stile. Ma non pense- 
remo neppure che, senza i grandi contempora- 
nei e le meraviglie rinate dell'arte greca e ro- 
mana, avrebbe Raffaello conosciiito e signoril- 
mente adoperato nell'arte tutti i modi più ardui 
di perfezione. Né il Vasari ebbe diversa opi- 
nione, quando commentando alcune parole di 
Michelangelo sulle opere di Tiziano, osservava 
che " chi non ha disegnato assai s studiato cose 
Bcelte, antiche o moderne, non può far bene di 
pratica da sé, né aiutare le cose che si ritranno 
dal vivo, dando loro quella grazia e perfezione 
ohe dà r arte fuori dell'ordine della natura, la 
quale fa ordinariamente alcune parti che non 
son belle „ , 

Cosi il Masaccio affrancava, il Sanzio dalle 
simmetrie consuete, e gli mostrava, co' suoi ener- 
gici chiaroscuri, come dovesse rinvigorire il co- 
lorito, che dal Perugino teneva, tra il biondo e 
il roseo, troppo tenui ed eguali tinte. Anche 
fra' Bartolomeo lo soccorreva più tardi, strin- 
gendolo a più accurati studi sul vero, e inna- 
morandolo coi tocchi luminosi e risoluti del suo 
pennello e colla sicurezza grandiosa del drap- 



74 BAFKAET.LO SANZIO 

peggiare. Ma più potente di tutti s' insinuava 
in quell'anima, docile e pronta ad ogni ricliiamo 
di bellezza, lo spirito e l'arte sovrana di Leo- 
nardo, la sua profonda conoscenza della natura, 
la sua compinta vaghezza di prospettive, il suo 
perfetto condurre de' contorni e de' rilievi, il 
visibile parlare de' volti, e la sublime dignità 
degli aspetti e delle composizioni;, e senza tur- 
bare i purissimi ideali eh'ei recava dall'ascetica 
e contemplativa Umbria, ne sgombrava solo quel 
non so che di troppo molle e femmineo cb'è 
particolar nota di quella scuola. Solo all'indo- 
mabile Buonarroti potea perdonarsi la sdegnosa 
parola che Raffaello fosse a lui debitore di tutto 
quanto sapeva. Certamente, se la sapienza del- 
l'arte consistesse intera nell' imitazione di quan- 
to è fiero, prepotente, muscoloso e terribile in 
natura, il dipintore della Sistina non avrebbe 
rivali. E Raffaello, che pure si gloriava con 
benevolenza d'animo retto e modesto d'esser na- 
to a! secolo del gran fiorentino, se talora si ac- 
costò a lui nell'ardimento del concepire e nel 
vigore preciso del delineare, non lo superò mai 
in questo singolare valore. Ma la bellezza non 
ha un solo aspetto, né un'unica forma di perfe- 
zione : ed appunto nel tentarne con mano sicura 
la varietà inesausta, e nel riuscir sempre a rap- 
presentarla con la più squisita eccellenza, egli 
vinse l'altero emulo suo. 

Della eletta cultura poi che l'aiutò nella fa* J 
conda diversità di sue prove, forse Roma e Fi- 



I 




OSSIA dell'arte perfetta 7B 

renze ebbero minor merito d'Urbino, sua picco- 
letta ma nobilissima patria. Qui, nel ducale 
palazzo di Q-uidobaldo, ambasciate di veneti patri- 
, pomposamente accolte e degnamente intrat- 
tenute. Qui esempi di valore e di cortesia nei 
cavalieri e nelle dame: e singolarmente in quella 
)vanna della Rovere e in quell'Emilia Pia, 
tanto onorate per intelligente bontà e grazia de- 
corosa. Qui il Castiglione ed il Bembo, raccolti 
con esse a disputare sulle più alte dottrine pla- 
toniche dell'amore, dell'arte, della bellezza ; men- 
tre forse, tacendo e aRcoltando, fin d'allora Kaf- 
faello, reduce da Perugia e da Firenze, disponeva 
. mente alle future creazioni della Scuola di 
.tene. Insomma, gli artisti e i dotti del tempo 
suo fecero per lui non altrimenti di chi, a illu- 
minare vie meglio una reggia, aprisse da ogni 
lato terrazze e balconi, rimovesse veli e cortine, 
togliendo ogni impedimento all'onda piena della 
luce, e alla libera vista del cielo e della terra. 



VII. 



E dalla considerazione attenta e diretta della 
bellezza, quale appare schiettamente nella uni- 
versale natura, attinse appunto Raiìaello quella 
novità limpidissima e propria, e quella idealità 
ed elezione di forme, che serbò sempre, auche 
quando secondò con disinvolta prontezza i modi 
d'altre scuole, e quando seguì con segno fedele 



76 RAFPABLLO SANZIO 

i modi particolari della realtà. Né sembra che 
durasse maggior fatica dell' i un amo rato contem- 
plare, per assimilarsi ogni bello che original- 
mente s'otfrisse alla sua vivace apprensiva; tanto 
è il numero de' suoi lavori, e si breve la vita 
venutagli meno nella Borente gioventù. Eppure 
non accadde mai che, eccitato dal veloce pen- 
siero e dal succedersi e moltiplicarsi d' immagini 
luminose nella fervida fantasia, si contentasse 
di accennare e abbozzare, senza indugiarsi nella 
pazienza del compiere. Ma la stessa ispirazione 
primitiva che lo moveva, ne obbligava la mano 
a condur l'opere a quell'ultima finitezza, che 
sola potea rendere al di fuori l'idea perfetta, 
vagheggiata dalla sua mente. Allora, come Pig- 
malione, ei si sente quasi rapito alla dolcezza 
delle sue creazioni. E se l'amante artista del 
vecchio mito ebbe, per dono di Venere, tramu- 
tata l'eburnea statua in vivente fanciulla ; an- 
ch'egli, sotto i sagaci tocchi e le tenni blandizie 
del suo pennello, vede trasfondersi ne' suoi la- 
vori vita di pensiero e parola intellettiva d'af- 
fetto. 

(ìnardiamo per poco alla Trasfigurazione. Nel- 
la parte superiore del quadro, 1' umanità glorifi- 
cata in apparenza eterea di luce, candore e le- 
tizia. Lassù, adorazione, amore, senso di pace e 
oblio della corporea esistenza. Di sotto, inve- 
ce, l'umanità sotìerente, schiava, sxipplichevole. 
Ma il giovinetto che si divincola sotto le strette , 




OsaiA dsll'artk perfetta 77 

della potenza malefica, non lascia di mostrare 
nel viso pietoso e bello l' intelligenza umana, 
dignitosa anche nella sconfitta. I Discepoli si 
alìàticauo indarno a cercar nei vecchi libri la 
parola liberatrice e consolatrice ; ma apertamente 
s'intende che la Parola vivente ò là, snl vertice 
del colle, e che scenderà fra poco dalle nuvole 

.diose, per recar vittoria e salute colla sola vir- 
tù dell'augusta presenza. Se le forme opulente 

la romana treccia della donna che sporge la 
bianca spalla nel gruppo inferiore ricordano la 
florida fanciulla trasteverina, e se le figure han- 
no atteggiamenti e moti còlti nella schietta di- 
sinvoltura della realtà; un vero più eletto, più 
intero, più nobile si palesa nei volti, negli af- 
fetti, nei contrasti e nella unità sapiente della 
composizione. Ed è uu vero ideale che sparso 
nella storia, nelle credenze, nella tradizione, ne- 
gli animi umani, nella natura, divenuto poi pen- 
siero e sentimento di bellezza, si fissa e si co- 
lora nella tela, a quel modo ohe si fissa e si co- 
lora il raggio solare nella terrej-tre atmosfera. 

Ma Raffaello, così potente qui e nelle stanze 
della Segnatura, cosi leggiadro nella Galatea, 
cosi mirabilmente vero nel Leone X, e alta- 
mente ispirato nella Madonna di S. Sisto, pure 
idoleggiò con più cara predilezione la Sacra 
Famiglia: forse jierchè gli parve argomento, in 
cui al soprannaturale, diminuito il mistero, non 
la dignità, si accompagnassero meglio gli urna- 



7S BAFFAELLO SANZIO 

ni affetti più teneri, e le più ingenue grazie 
verginali e infantili. In quanti modi ne lumeg- 
giasse, variando, il concetto, è sempre dolce co- 
sa il ricordare. Ei la pose su praterie smaltate 
di fiori, con riliessi d'acque lontane, o all'ombra 
malinconica di portici dirati, quasi a significare 
la civiltà nuova albeggiante accanto alle roìuaj 
dell'antica. Avvolse talora la Vergine in palu-J 
damenti persiani come una regina, o la chiuse 
in veste semplice e gentile come una giardinie- 
ra. Ed ora ella legge pietosa e mesta i destini 
di lui che le pargoleggia ai piedi ; or socchiuso 
il libro fra le dita, sogguarda ai trastulli de' due 
fanciulletti, e pensosa sorride. Ammirabile va- 
rietà d'aspetti nuovi nella rappresentazione d'uno 
stesso argomento, e testimonianza splendida S 1 
vittoriosa dell'intimo valore dell'artista, non"'" 
meno che della virtualità feconda degli oggetti 
propri dell'arte. Poiché l'ingegno s'adoprerebbe 
invano a tentar novità di bellezze, se correlati- 
vamente non fossero diversi e mutabili anche i 
lati ideali di natura ; e le sue immaginazioni ' 
destituite d'una esemplarità obbiettiva perenne,..» 
non troverebbero altra origine ed altra regola.] 
che l'arbìtrio fantastico e i suoi disordinati mo- 
vimenti: la ricerca dal nuovo riuscirebbe solo al^ 
conseguimento dello strano. 

Vili. 

Tuttavia la bellezza esemplare non ci sotto- -J 
pone i suoi molteplici sembianti con tanto fa-*' 




OSSIA dell'arte PEErETTA 79 

Cile e universale liberalità, come si veggono per- 
sone paesi immoti diuauzi a cristallo che li 
specchi, riflettendone una copia più o meno lim- 
pida e precisa ma sempre verace. Occorre os- 
servazione acuta, discernimento sagace, medi- 
tazione paziente, semplicità d'animo inchinevole 
a ricevere più che frettoloso a operare, per 
acquistar fiducia d'interpretare con fedeltà viva 
e potente il bello vero nell'arte, e sicurezza 
onesta di non scambiare i) vacuo artifizio de' 
nostri pensamenti , coli' originalità dell' ispira- 
zione. 

Queste disposizioni individuali, e queste nor- 
me impreteribili e direttive dell'arte, parve che, 
mancato Rafiaello, s'afiìevolissero, o almeno mu- 
tassero oggetto nella sua scuola ; giacché né lo 
splendido esempio di lui, né le rette tradizioni 
valsero a preservarla da una rapida decadenza. 
Eppure non falliva baldezza di gioventù e d' in- 
gegni, uè desiderio di eccellenza in quel nu- 
meroso stuolo d'alunni, che beato d'entusiasmo 
a di fede, circondava assiduamente il sovrano 
pittore. Ma essi, e i migliori tra essi, lieti del 
fortunato acquisto d'un sicuro disegnare e d'un 
Irauco colorire, afiàseinati dal suo meraviglioso 
comporre, sedotti anche dalle perigliose audacie 
di Michelangelo, obliarono quasi l'antico e per- 
petuo esemplare che fu comune ai due grandi ; 
e unicamente e direttamente dalle opere loro 
cercarono novità di bellezze, variando o carez- 



80 IIAFFAELLO SANZIO 

zaudo una forma, a cui uulla sì poteva aggiun- 
gere togliere senza offesa della perfezione. 
Laonde (uosa singolare nella storia dell'arte) r 
mase maggior lode a Giulio Romano quando osò ■ j 
meno, e quando, pago di compire lavori inco- 
minciati o pensati dal Sanzio, seppe mostrarsi 
in certa guisa ispirato nella stessa imitazione.. 
Francesco Peuni dovè alla timida e modesta. J 
tempra del suo spirito non conoscere e non amar* J 
altro ohe il bello stile de! ano maestro. E il f 
Garofolo e il Gaudenzio o Giovanni da Udine- ] 
valsero a ornare, finché imitarono, di non poche 
leggiadrie i concetti loro. 

Ma quella non fu luce d'astri sorgenti, sib- , 
bene porpore di sole tramontato, fugacemente- 
riflesse ancora ne' cieli. Già la letteratura, eru- 
dita, non dotta, imitatrice, non ispirata, ave» 1 
perduta la virtù del sentimento vero ; e le so» j 
primitive forme naturali, austere, originali, aem- 
plici, vigorose avean ceduto alla pompa d' inani ' 
ornamenti e di meditati artifizi. Le arti del ^ 
disegno non furono ìente a secondarla. Nei lan-. 
guidi e manierati vezzi di Pierin del Vaga e del. I 
Parmigianino appassiva la grazia ingenua e di-'J 
gnitosa di Raffaello ; e l'energia fastosa di Giulio } 
lìomano n'esagerava la grandezza severa, spo-' 
gliaudola d'ogni eleganza affettuosa e gentile.* 
Altri dissipava il sentimento schietto e protòn-- 
do nell'ostentazione delle dilficoltà superate, 
la sollecitudine dell'evidenza nella realtà inda-J 



OSSIA dell'arte perfetta 81 

ceva a poco a poco alla negligenza dell'elezione. 
In tutti pai vennero meno quegli accordi e quello 
temperanze squisite tra il senso e l'idealità, di 
cui i! Sanzio avea dato esempio perenne e im- 
mortale. Disunirono e resero nemiche tra loro 
virtù diverse, destinate, coli' integrarsi a vicenda, 
a prodnr l'incanto della perfetta bellezza. Si com- 
posero idealità fittizie, a cui mancò ogni corri- 
spondenza col vero : o dalla opache forme corporee 
non trasparve più, come fiammella per alabastro, 
alcun ideale 



IX. 

Fraintesa ma non estinta, l'arte perfetta rin- 
chiudeva in sé Bteaea le ingenite e non periture 
potenze sue, e riserbava i disconosciuti suoi doni 
ad altre generazioni, ad altri paesi. Migrata da 
Boma, appariva a Venezia nella maggior pie- 
nezza del suo vigore, meno contemplativa, meno 
austera, meno divina, ma pift radiante di mon- 
dana vita, qual conveniva meglio alla sposa del 
mare, alla sua magnificenza orientale, alla sua 
gioiosa alterezza, alla sua stessa indipendenza. 
L'eclettismo dei Caracci nella scuola bologne- 
se, so non impedi il colorire schietto e la sem- 
plicità accurata del disegiio nelle opere loro, 
vi trasfuse nondimeno quella certa freddezza 
d'imitazione, ohe tolse allo stile unità e forza 
nativa al pensiero. Ma spesso ne trionfò G-uido 



62 BAFFAELLO SANZIO 

Eeni, con fanbasia varia e vivace, e con no-'| 
bile e disinvolta eleganza ; e bellezza incan- ' 
tevole rifulse dai suoi visi di donne, e dalle j 
pupille in atti ispirati e soavi rivolte al cielo, ' 
Con sapiente ritorno allo studio della natura e 
del proprio pensiero, il Domeuicbino mesceasi 
alla gente, per apprendere a colorire gli affetti | 
e la vita; e richiesto perchù non continuasse a J 
dipingere la cupola di sant'Andrea della valle, i 
rispondeva : La sto dipingendo continuamente J 
dentro di me. Da questa sua intima virtù e 
ditativa, e da quest'assidua ricerca del bello in- i 
genuo, nasceva la Comunione di S. Girolamo,! 
mirabile sempre per sentimento vero, tanto piiil 
mirabile in quel secolo dissipat-o e borioso. Ma i 
ormai, tra i generali vaneggiamenti delle arti 1 
traviate, desta meraviglia come potesse s 
la fiera originalità di Salvator Rosa ; il iiuale, 
conformi all' indole amaramente satirica e pas— 1 
sionata, chiedeva ispirazioni alla selvaggia na- J 
tura, 6 ne improntava vigorosamente i suoi tetri 4 
paesi, le sue fantastiche tregende, le sue bosc*- J 
glie e le sue rocco fulminate. 




E infatti per tempo lungo non dovean più i 1 
genj dell'arte nostra levarsi su a gruppi come I 
le Pleiadi, ma splender qua e là come astri s<^ 1 
litari in povero cielo. Non è però lieve conforto j 
né labile vittoria se, particolarmente nella scul- J 
tura, dal Canova al Bartolini, al Tenerani, al 1 
Fedi, al Duprè, al Monteverde, le gloriose tra^J 



OSSIA DELL ARTE PERFKTTA 83 

dizioni dell'arte antica si sono avventurosamente 
ricongiunte colle speranze della novella. Impe- 
rocché la vita dell' arte, come la vita morale 
dell' umanità, trae sempre dal passato le cagioni 
del suo rinascimento e le fidate guarentigie del 
suo avvenire. I suoi presagi sono tutti nella sua 
storia medesima ; e chi la segue con occhio per- 
spicace nelle sue diverge vicende, sa che i suoi pro- 
gressi furono più sinceri, più certi, più universali, 
se confermati, soccorsi, avvalorati dall'autorità e 
dal sentimento delle tradizioni. Raffaello non si 
carebbe sgomentato se avesse veduto i vicini trionfi 
di Tiziano, in tanta parte differenti dai suoi. Né il 
Canova, primo restauratore della concordia tra la 
natura e le scuole, avrebbe provato rammarico, se 
avesse divinato gli onori serbati all'autore del Ge- 
nio di Franklin, e a quello dell'Abele e del bassori- 
lievo di S. Croce. Avrebbero invece gioito di nobi- 
le compiacenza, dinanzi a queste nuove determi- 
nazioni di bellezza, dissimili, non repugnanti da 
quelle Vagheggiato nel loro pensiero ; e si sareb- 
bero unicamente doluti di tutte quelle fallaci 
preoconpazioui, che, offuscando nelle menti l' i- 
dealità limpida di natura, sono e furono sempre 
causa diretta d'ogni parziale o generale scadi- 
mento dell'arte. Che non si può in essa, come 
non si può nella morale, dimenticare o preterire 
le supreme norme del vero e del bene, e fidar 
che nell'uomo tuttavia rimangano intere le at- 
titudini a conseguire l'ordinata perfezione nella 
sza e nella virtù. I sedotti dal culto della 



RAFFAELLO S 



realtà immediata e superficiale a impoverir l'art© 
nella riproduzione del volgare o del comune ; 
" gl'illusi dalle convenzionali idealità, che non 
sanno rinvenir la natura fuori delta scuola; co- 
loro cui move al superbo dispregio dei maestri 
ambiziosa fretta d' inconsulti rinnovamenti ; 
coloro che timidi d'ogn' inusata arditezza vietano 1 
all'arte libertà di mezzi e d' ispirazione, non e 
ranno giammai i predestinati ad una fama sc&^m 
vra di disinganni, e perpetuata dal consenso dell»; 
posterità. L'arte, per propria indole, non hftj 
m^ii posa ; nell' immobilità si corrompe e si dia- T 
solve. Essa è come l'acqua delle vergini polle i 
montane: avviate a corsi liberi, larghi e tran- j 
quilli, ripetono nella loro trasparente purezza, ] 
a mano a mano che gì' incontrano, gli e 
vari de' circostanti paesi ; ma se ristagnano in 1 
paludi, si disfanno in nebbie e in torbido limo, A 

Innovare serbando è la parola che dovremmo ] 
scrivere sul vestibolo di tutte le accademie. Se ! 
questa sarà l'arte dell'avvenire, conservatrioe ] 
prudente, rinnovatrice non pnaillanirae, l'affret-j 
teremo coi voti, e la saluteremo di lontano. Ma 1 
piii la invocheremo e benediremo , se richiamerà j 
in alto gli sguardi nostri ; se ci renderà la fidu- j 
eia salutare in ogn' ideale grandezza; se, come I 
fecero i nostri antichi, dai concetti di patria, di j 
religione, di famiglia, dalla varia e serena na- ) 
tura, dagli umani affanni e dalle gioie, dagli J 
amori, ed anche dagli odj e dalle colpe, saprì 



OSSIA dell' ABTB PERFETTA 85 

trarre forme tuttora ignorate di bellezza, digni- 
tosi conforti, melodiose concordie d'affetti uni- 
versali, limpide e consolatrici visioni di civiltà 
sincera ed onesta, e desiderj potenti d'ogn' in- 
tellettuale e morale perfezione. 



GIACOMO ZANELLA 

B l'opera sua poetica 



Discorso letto air Accademia de' Filedoni in Perugia 

il 26 maggio 1889. 



D: 



>iciott'aimi sono, nell'autunno del 71, Giaco- 
mo Zanella visitava l'Umbria, e ne partiva 
invaghito. Me ne scrìveva poco dopo : " Già l' Um- 
bria mi ha innamorato. Assisi, Perugia, il Cli- 
tunno, la Nera mi stanno sempre nell'anima. 
Mi pare che l' Italia in quei luoghi sia più sacra „ . 
L'illustre poeta vicentino è. morto da un anno 
testé compiuto j e fu dolore di tutti gli animi 
colti ed elevati in Italia. Parlò di luì all'Acca- 
demia della Crusca, con parola piana, meditata 
Cesare Guasti, due mesi innanzi che 
moriase egli stesso. Parlò di lui a Torino An- 
tonio Fogazzaro, suo concittadino ed alunno, 
scrittore di spiriti alti e delicati, e di fulgida 
eleganza. Non più tardi della scorsa domei 
il Vicepresidente del Senato, Marco Tabarrini, 
ne parlava al Teatro Olimpico di Vicenza, con 
q^uell' agile larghezza di concetto e sopraffina di- 



90 QIAOOMO ZANELLA 

gaitù di forma, clie houo prerogative invidiate i 
della sua mente. Sicché, tacendo anche del cri- 
tico e dello storico, e discorrendo solo del poeta, 
sarei certa di non aggiunger nulla di nuovo allo 
cose già nobilmente e squisitamente dette da j 
loro. Tuttavia credo non vi sia discaro che parli ] 
anch' io a Perugia di Giacomo Zanella e dell' o- f 
pera sua poetica, narrandovi, con brevità t 
sincerità modesta, quale m'apparve nella con- 
versazione, nella corrispondenza e ne' libri ; giac- 
che alla vostra cultura e alla vostra gentilezza 
non è straniero mai ciò che commove od esalta 
il sentimento artistico della nazione. 



II. 



Fu nel 69 che mi vennero alle mani la pri- 
ma volta le poesie dello Zanella. Non assue- 
fatta alle facili ammirazioni, per indole e più 
per gì' insegnamenti austeri dell' ottimo padre 
mio, ricordo d' aver opposto una eerta resistenza 
a quell'onda di piena, nuova e tranquilla bel- 
lezza di canto, che voleva invadere e conqui- 
stare l' anima mia. Mi chiesi anche se, per caso, 
la grande rettitudine dell' intelletto nello scrit- 
tore, quello splendore di sapienza civile fatta 
scopo del verso, quell' importanza d' argomenti 
audaci sì ma tanto vitali e presenti al nostro ■ 
spirito, quel passo celere e alato vagante sai I 
campi delle scienze come fossero i naturali poEh J 




l 90A POETICA 



M E 

I sedimeuti dell'arte, quGH'uuità di veri iu cui si 
specchiava tanto la mente sua che la mia, quella 
conformità d'amori intellettuali, non fossero la 
cagione d'un felice equivoco, che guadagnasse 
all'artista la stima e l'affetto, dovuto più larga- 
mente al galantuomo e al valentuomo. 

Ma no, ero costretta a rispondermi, rileggen- 
do la Conchiglia fossile, Natura e Scienza, il La- 
voro, il Taglio dell' Istmo di Suez ; non è illu- 
sione la forza, la venustà, la melodia, la parsi- 
monia di quest'arte, tanto antica e tanto ringio- 
vanita, tanto latina e tanto italiana, così consa- 
pevole delle opere straniere, eppure cosi gelosa 
dell' indole patria, tanto avversa a vecchie e nuo- 
ve rettoriche, e superiore a pregiudizi di scuole 
e di tempi. Parevami di sentire un' aura recen- 
te, che dopo avere al di là dell'Atlantico traver- 
sato col Longfellow le fiumane del Labrador e 
le foreste vergini, e in Europa sfiorato i laghi 
di Scozia ; dopo essersi ritemprata nelle brezze 
gagliarde del Mare del Nord e profumata negli 
effluvi resinosi della gran Selva Eroinia; venuta 
a noi per le Alpi, trascorresse qua e là, molle e 
salubre, i prati di Teocrito e le pendici di timo, 
sacre agli alveari virgiliani. 

ni. 

Tale si presentò all'immaginazione mia gio- 
vanile la poesia di Giacomo Zanella. E quando 



92 OtACOUO ZANELLA 

Andrea MafFei me lo fece conoscere, vogliosa 
d'apprendere il modo con cui s' era formata quella 
nuova natura di poeta, cercai d'esplorare a fondo 
i suoi studi, il suo pensiero, e domandargli la < 
sua storia, il suo segreto; poiché non appena ' 
conosciamo un aomo che ci sembri raro, ci po- 
niamo subito in fantasia ch'egli debba avere un ] 
segreto e una storia da rivelare. 

Era invece un uomo semplice : e nessuno n 
meno di lui fti circonfuso dalla caligine d' an 1 
aroano, che potesse divenire col tempo o colla 1 
morte la leggenda del poeta. Nato in un pae- 
Bello del Vicentino, l' ignaro fanciullo si abban- j 
donava alla guida veridica della natura, senza ] 
resistenze e senza presagi. In apparenza, i suoi 1 
svaghi erano quelli dei suoi coetanei nei villagr ] 
gi: dondolarsi sulle assicelle del ponte, errare I 
lungo le rive de' ruscBlH montani, seguire la 1 
voce del cuculo, udito sempre e non mai tro- ' 
vato, e sbucar dal mulino, bianco di crusca abiti | 
e chioma. Stava in ascolto: parlavano a lui le ! 
cose belle ; ed erano tremolìi di pioppi, susunri J 
d'acqua cadente. Tutti udivano queste voci}. 3 
egli solo le tesoreggiava per l'arte. 

Nell'idillio di Domenico racconta quella &rj 
stevole odissea della sua puerizia. Domenico eil|| 
un vecchio soldato di Napoleone, tornato al bor-« 
go nativo e al mestiere d' armaiolo, dalle guerra I 
di Spagna e dai difesi valichi dei Pirenei. L'aut 



e uaden; lu t 



E 1,'OPERA S0A POETICA 03 

fcacno andava a caccia nella foresta. Il piccolo 
Giacomo aspettava iusoune la aua chiamata p, 
coucordiasiini amici, salivamo l'erta, quando an- 
cora 

le stelle 

BugiadosQ brillavauo; lu strido 

Della gru, e' 

Pel rotto uè 

Apriva il 

Guatava il giorno ancor profondo. 

11 veterano intanto narrava le gole terribili delle 
Sierre, le lande di Castiglia e le falangi dei cri- 
niti dragoni. Ad un tratto il fruscio della bec- 
caccia ne' roveti troncava l'omerico racconto : 
e già l' aria si facea più chiara, e ascendeva 
dalle valli il rombo delle campane. Guadagnato 
il sommo giogo ad un punto col sole, appari- 
vano da una parte in rosaastra luce le alpi Les- 
ainie ; e dall'altra parte. Io Strabene del villag- 
gio, stringendo fieramente la canna del fucile, 
mostrava Arcole e le paludi lagrimose al tede- 
sco. E quando il fanciullo gli chiedeva dove 
fosae la Francia, 

ogli la mano 

Levando verso il aol, trinciava un'arco 
Verso ponente, e sì fea muto. 

Per questa medesima scuola della natura pas- 
sarono i grandi poeti. 11 Goethe lo narra di rè; 
e Victor Hugo da quell'attento guardare e udire 
trasse più vigorose e più fresche lo virtù di de- 
scrivere, nelle quali è meraviglioso. Lo stesso 
Bante, colia dovizia delle similitudini, sorprese 



t 



QIAOOMO ZANELLA 



nella vivente natura, diede al poema l'incanto 
d'una verità tanto adolescente, che non è stata 
ancor tocca dall'ala trascorrente di eette secoli. 



IV. 

Uiia mattina di novembre, in compagnia d'a 
cardellino, l'uno o l'altro egualmente esperti dti'm 
mondo, il fanciullo prese la vìa della città. Uj 
seminario vicentino non isterilì la sua mentejj 
lode rara, lode somma per que' maestri : anzi la. À 
educò alla conoscenza non superficiale di nn'al- "] 
tra bellezza, la bellezza dell'arte greca e latina. 
Fin d' allora cominciarono per lui le laboriose 
prove delle traduzioni, nelle quali lottando, gio- 
vanilmente audace, colla matura potenza dei clas- 
sici, divenne appassionato e incontentabile cul- 
tore dello stile. Che se -polii avere un segreto, 
fu quello appunto di non apjiagarsi mai della 
prima forma. Lo dice a Fedele Lampertico: 
" Nelle cave di pietra che sono in Chiampo, mio 
luogo natale, ho veduto che i primi strati non 
hanno valore, come (juelli che facilmente si sfo- 
gliano e si sgretolano. Solamente dopo il bb- 
condo e il terzo strato, esce la lastra magnifica, 
che resiste alla forza dissolvente del sole e dell 
ghiaccio „ . Tanto infatti lo avvinse 1' amore " 
d'una forma, pazientemente cercata nei penetrali 
più profondi della vergine miniera, che talvolta 
nelle sue rime giovanili, parve collocare tatto 



l'opera B0A POETICA 



I il valore dell'arte net pulimento esteriore, nella 
I parsimouia difficile, negli accoppiamenti inaspet- 
I tati 6 brillanti, e nelle astuzie del verso, ora 
spezzato, ora fluente. 

E eareblje stato un danno grave che si fosse 
fermato lì, contentandosi di dame odiciue belle 
di sfavillante leggerezza, come il suo veneto Ca- 
tullo, come spesso Orazio e Anacreonte. Ma ad 
altra scuola ci aveva cresciuto Dante dapprima, 
e nel nostro secolo ci aveva richiamato Alessandro 
Manzoni. L'arte per l'arte, che diletta e non 
giova, che blandisce e non eleva, che fulge e 
non arde, che seduce e non innamora, è insuf- 
ficiente pei fortissimi intelletti. È come aver 
mezz'anima per la vita, un pie solo per la danza, 
un'ala sola per il volo. Se ne avvide presto Gia- 
como Zanella ; e dopo la primissima educazione 
ingenua della natura, che chiamerei la scuola 
materna, dopo la seconda educazione nel semi- 
nario vicentino, che chiamerei la scuola dei pe- 
dagoghi, se ne procurò una terza, più larga e 
più libera, che l'uomo dà a se stesso, e vale sola 
a procurargli l' indipendenza intellettuale, a for- 
margli il giudizio sicuro e corretto, ad armarlo 
per le battaglie della vita, 



Armato venne, ma tardi. Il suo ingegno so- 
migliò l'albatro dei nostri boschi appennini : lun- 



1 



96 GIACOMO ZANELLA 

gi dal fiorire precoce sulla nuda frasca, porta il 
bianco fiore tardivo iusienie col frutto, eh' è un 
corallo insaporito di selvatica dolcezza. Era ma- 
turo d'anni, quando si fece noto all'Italia col^ 
primo volume de' suoi canti. Per l' arte, a' en(i| 
venuto assimilando le forme del Parini e del Fo- '' 
scolo ; tuttavia l'espressione del pensiero riteneva 
ancora, in qualche lavoro, il togato andamento 
della frase latina; pregio o difetto che si scorge 
pure nelle canzoni giovanili di Giacomo Leo- 
pardi. Più ardito però del Leopardi, aveva fis- 
sato a lungo lo sguardo nelle bellezze dei poeti 
stranieri. Senti tutta la passione elegiaca della 
lirica inglese; e forse il puro cristallo dell'ani- 
ma sua rimase lievemente colorato dai riflessi di 
quell'arte. Con più cautela s'avvicinò ai tede- 
schi, che credo giudicasse più alieni dal nostro 
genio nazionale. Pensò certamente che il bello 
fosse pianta di tutti i climi: ma come natura 
non dà alle vallate del mezzogiorno la flora delle 
Alpi, così gli parve irragionevole ed infiTitfcuoaO* 
trapiantar fra noi tuttociò che spunta tra i 
salti di Finga], o sui gioghi de! Brokeu, p&tì 
che l'arte diventi una serra artificiale comun 
ad ogni paese. 

Uscir poeta insigne dopj i 40 anni è < 
rara. Allo Zanella non negò natura i soUeoitS 
estri; ma la severità di lui verso le opere sus|3 
e la pazienza delle lunghe correzioni, ritardò ftl 
noi la raccolta de' siioi canti. Forse anche .1 



K l'opbha sua poetica 97 

quell'anima schiva di cittadino e di sacerdote la 
pubblicità faceva paura ; poiché presentiva gli af- 
laniii della gloria e le lotte e le invidie piccole 
e molteplici, che si raccolgono intorno ai lumi- 
nari delle arti o delle scienze, come nuvole d'in- 
setti notturni intorno ai fanali del Lung'Arno, 
Firenze, nijlle sere d'agosto. 

VI. 

La cura tormentosa della forma ha per effetto 
frequente di rallentare l' ispirazione subitanea e 
l' impeto lirico : e quasi di tutti i [weti famosi 
per eleganza sovrana, come il Parini e il Foscolo 
tempi nostri, il Petrarca ad altro secolo, e l'an- 
tico Orazio, si può dire che ferisse meno pronta 
meno profonda per essi la punta dell'affetto. 
Al loro nnuiero appartiene Giacomo Zanella, che 
differieoe in questo notevolmente da Giacomo 
Leopardi. Il quale parmi ohe desse il primo alla 
lìrica italiana tutta la passione moderna d' tin 
secolo vecchio sul nascere, econfortato e dubi- 
tante ; e la vecchiezza prematura di sé stesso e 
del secolo significasse con una forma tanto in- 
genuamente bella e tanto castamente ignuda, 
che c'innamora mentre ci spaventa. Certo, una 
grande ira, o un dolore durevole ed intenso, so- 
gliono eccitare con maggior veemenza gli api- 
riti poetici, e inducono a usar parole, se repu- 
gnanti dalle meditate eleganze, molto più ac- 



ZANELLA 

conce a commovere ed infiammare. Né qnesfc(r^ 
amarissimo privilegio del Leopardi, e spesso di [ 
Dante e dei grandi tragici, fu comune allo Za- ] 
nella. La forma riflessa e volontariamente ador- [ 
na ha bisogno d'un sentimento tranquillo, od 
efficacemente contenuto, che accompagni, ma non i 
disturbi con movimenti improvvisi e 
il lavoro elettivo ed ornativo della fantasia, L& j 
Zanella era in grado di giovarsi di questo sereno i 
sentimento, moderando gì' impeti dell' ippirazio- J 
ne, secondo il freno richiesto dall'arte sua. A ^ 
ciò l'aiutava la sua inclinazione alle buone spe- 
ranze, la compiacenza nel vedere il suo tempo ^ 
rinnovare in bene molte cose, e 1» sua fede aalda J 
nel progres^^o inde£ni!o di questa umanità, peKl 
legrina dei secoli, benché ritardato da varia vi-!^ 
cenda di smarrimenti e di ritorni. 

L'attenzione vigile, accompagnata dalla con-l 
templazione obbiettiva degli argomenti, dava si- 1 
curezza allo Zanella di condurre con mano ferma , 
il disegno de' suoi lavori. E invero, la maggior 
parte di essi è delineata a contorni cosi netti ' 
d'ogni asperità, così geometricamente 
zanti tra loro, che fa evidente anche ai lettori. \ 
più distratti l'indipendenza della mente e la pa- 
dronanza dell'autore verso la materia dell'opera i 
sua. Nondimeno, in talune delle molte compo- 1 
sizioni a grandi linee, quando più nudi e direi 1 
quasi più rigidi si presentano i rilievi del dise- I 
gno, panni d' incontrare qualche movimento i 



E L'OPBRA BOA POETICA 99 

composto, qualche traccia d' immagini o di figuro 
coms errate e bizzarre, in cui la mauo dell'arti- 
sta trascorse per l'intimo fervore della fantasia. 
Non saprei rendermi sufficiente ragione di que- 
sti rari e non aspettati interrompìmenti all'e- 
guaglianza 6 correzione costante di digegno. Ep- 
pure essi stabiliscono un' altra diversità tra la 
forma dello Zanella e quella del Leopardi, che 
sempre, anche quando si fa modellatore di tenue 
rilievo, rimane inalterabilmente disegnatore di 
correttezza irreprensibile. Ne poi lo Zanella si 
allontana più dalla purità delle linee, nei com- 
ponimenti di piccola dimensione. Anzi, parti- 
colarmente nei sonetti, diventa cesellatore di 
cosi delicato artificio, che fa pensare al Cellini, 
e ammirare, invidiando, la plasticità della fan- 
tasia e la destrezza pronta ed elegante dello 
scrittore. 



VII. 



Progresso e speranza furono parole comiche 
a Giacomo Leopardi, che, udendole per le gaz- 
zette e nei cafl'è, tra il fumo dei sigari e il ru- 
morìo delle tazze percosse, alzava le risa alte e 
solenni. Cosi nella Palinodia, medio de fonte 
leporam trae su qualche cosa di molto amaro, un 
veleno squisito e sottile. E nondimeno, Mefi- 
stofele innocente e convinto, con quel terribile 
Bogghigno, lanciato contro la società nella Pa- 



100 GIACOMO Z. 

lidonia, e contro tutto il creato nella Ginestra,"] 
non uccide che ÌI puro fiore dell'anima sua : ma 
nessun dottor Fausto è lusingato di seguirlo in 
quel viaggio, per tenebre senza nome, senza for- 
ma e senza ritorno. Tutte le mirabili inven- 
zioni dell' industrie e delie scienze moderne di- ,' 
ventano oggetto del lugubre riso ; e gli stessi | 



nomi inglesi o trancesi 
superbo disprezzo li gii 
perchè sonando essi stri 
più discordi e stridenti 
è meno infel 
anzi supremo de' mali 
e di quella divi 
la virtft. 



de' nuovi trovati, con à 

ita là nel verso antico, 

[denti e d incordi, appaiano 

le cose. Per lui l'uomo 

isura eh' è più selvaggio ; 

icenza del vero, 

.dorata follia, che pì chiama 



Lo Zanella raccolse le fiducie neglette dallo 
sconsolato Recatanese, e fu soprattutto poeta ci- 
vile. Inneggia senza paura all'allegra vittoria 
dei popoli, che tra i due secoli distrusse i pri- 
vilegi del feudalismo, e diffuse l' industria delle , 
plebi sui latifondi già abbandonati alla randa- 
gia pecora dall'orante cenobita. Aguzza lo sguar- 
do sull'orizzonte del mare, per salutare le navi 
reduci col carico d'estranee ricchezze. Entra l'a- 
bituro dell'artigiano, e veda con gioia Ìl nitore J 
delle stanze, gli agi cresuiuti e i davanzali or- 1 
nati di fiori. Neppure le delizie del lusso di- 
spregia, quando sieno premio dell'operosità e de- 
gli onesti guadagni. E richiama in fantasia Is'] 
belle popolane di Venezia scendenti da Bj&JtO|J 



superbe come dogaresse, vestite di seta e di lini 
d'Olauda, e adorne di quelle perle che le galee 
riportavano dall'oriente. 

Nessuna questione, che agitasse profondamen- 
te gli animi, o dalle cattedre, o nelle officine, o 
Bulla gleba, lasciava indifiereate il suo infatica- 
bile intelletto. In due odi rapide, tocca il ma- 
linconico argomento dell'emigrazione. Due sven- 
ture per il colono : il restare e il partire. Nella 
prima ode, il poeta ora si sdegna, ora piange 
con lui, che 

Cesse al vicino i vomeri 
Gol bue, che la lunata 
Fronte volgendo, mugola 
All'aia abbandonata. 

E lo tenta a rimanere, ricordandogli la fecondi- 
tà antica e diversa delle terre italiane, il biso- 
gno di rendere la tlorida ubertà d' un tempo al 
Lazio 6 alla Sicilia; e l'esorta con passione : 

L'illusa vela. Giova 
Le lunghe notti al murmurc 
Della cadente piova 
Addormentarsi. 

Ma nell'ode seconda, il fittaiolo, ritto sul molo 
di Genova e determinato a partire, sente la pun- 
ta amara del verKo e risponde: 



I duri verni, ì guai 

De' morbi e delle grandiai, 

Gaio poeta, sai ? 



GIACOMO ZANELLA 



Dolce è l'aratro ^ 
Col proprio boi 



La trave del granaio, 
Se d'intonchinta segala 
Sì colma a noi lo staio, 
E la spiata maoìna 

A noi due volte fi greve; 

Dirai che siamo improvvidi ? 
E rimanda una einistra profezia : 



Odo il vuloan che o 

Nel foudo e 1' ire aduna, 
Sb pia ricolieKza al povero 
Non' fa miglior fortuna! 



I 

B, scrutate -^^H 



Erudito nelle dottrine economiche, t 
e discusse forse col suo amico, il senatore Lam- 
pertico, volontieri al rumore de' subbi e delle 
spole, al fremito delle caldaie, allo stridio de- 
gl'ingranaggi negli opifici del suo cugino, il s 
nat«r Alessandro Eobhì, temperava la strofa me- i 
more dell'industrie repubblicane; 

E tu la plebi glorioso allora 
A' telai della seta e della lana, 
Chiamavi oolta vigilo campana, 
Inclita Flora ; 



Che poscia in pi 
La vedavi, seri 
Elicei se fulmic 



terrìbile fatica 
Ite agli stendardi, 
,r dai baluarili. 



Con cuore leale di cittadino palpitava ai ri- 1 
cordi delle recenti nostre vittorie ; e sul feretro ' 



B l'opera sua poetica 103 

dpi primo Ite d' Italia e di Daniele Manin, su- 
gli ossari di Solferino e di S. Martino, sui ca- 
duti di Monte Berico, gemeva con libera elegia. 
Non lo impediva la sua religione, ch'era sempli- 
ce, lucente, scevra di viltà, d' interessi e di pas- 
sioni politiche, quale si palesa nel canto Milton 
e Galileo, nell'altro a Mia Madre e nelle Cata- 
combe di Roma. Ogni anima onesta dovrà dire 
di lui: si può non aver la fede di Giacomo Za- 
nella, ma non si può negare ch'ella fosse pura, 
caritativa, socievole e consolatrice. Voleva la 
patria forte, laboriosa, ricca e felice ; la voleva 
soprattutto morale e concorde; e fa che parlino 
una gagliarda parola i cavalli di S. Marco, per 
trarre eccitamenti ed angurj da glorie antiche e 
moderne : 

O del Ponte e di Matghèra 

IndomabiLi custodì, 

Duuque epentti in voi non era 

D'altri giorni la. virtù? 
E di Lepanto a di Rodi 



E veneto veramente d'affetti e d'ispirazioni fu 
lo Zanella. Venezia a lui diede il vigoroso co- 
lorito e l'armonia delle strofe. Come ne' suoi 
senari sento una tranquilla ondulazione di gon- 
dola, un molle strisciare sopra laguna in riposo, 
o un rombare misurato di colombi intorno ai mo- 
saici d'oro, cosi in altre forme di verso sento la 
grazia flessibile, arguta, femminea, che ho vedu- 



GIACOMO ZANELLA 



ta iu corti gruppi di donne, che per quelle catl 
e pBr quei campieli parlavajio il dialetto, 
tanto le abballa. 



vm. 

Non fu Bempre tranquilla e serena la vita del 
Poeta. Una cupa sd inerte malinconia gravò a 
quell'agile e luminosa intelligenza; ed ei passò 
alcuni anni come defunto alla vita, agli ai 
ed all'arte. A un tratto si ridestò, non s 
bene per qual forza e in qiial modo, e gli ami- 
ci ne provarono allegrezza quasi d'una resurre- 
zione. Me ne dava subito la notizia egli stes- * 
so : " Ho passato quattro anni assai dolorosi, 
terribili strette di spirito. Ora respiro, e torno J 
con gioia alle antiche amicizie e ai diletti miei | 
studi,. Venne allora a visitarmi nell'agosto 
del 76. 



Soave d' indole, carezzevole co' fanciulli, abor- 
rente fin l'ombra d'ogni vanità letteraria e d'o- 
gni pedanteria, ricco d'aneddoti narrati con l' i- 
lare vivacità dei veneti, riceìiissimo di varia e 
spigliata erudizione, la patita sventura gli avev» 
lasciato appena qualche tocco di fina ironia sul- 
le condizioni degli studi, delle scienze e delle * 
arti in Italia, un po' più di mesta sfiducia nelle. I 
umane provvidenze e giustizie, e una ritrosia i 
maggiore nel l'accettare pubblici uffici ed ouorL,^ 



E l'opera soa poetica 105 

Mi ei perdonino alcuni ricordi, nei quali mi trat- 
tengo soltanto, perchè mi giovano a porre in 
luce più sincera e più geniale la figura del Poe- 
ta, Gli domandai se avrebbe veduto volentieri la 
nostra pinacoteca. Volentieri, rispose, se il tem- 
po non fosse breve, e se i capolavori della acuo-: 
la umbra non potessi ammirare anche in altre 
grandi città. Fatemi vedere piuttosto le bellez- 
ze del vostro orizzonte : nò Roma ne Firenze po- 
tranno darmi le linee e i colori dei vostri pae- 
saggi. Prendemmo la via di Monte Luce, dove 
tra i colli più vicini e quelli che seguono al di 
là, s'interpone una lenta sfumatura di distanze 
fino ai monti semivelati nei violetti vapori del 
creptiscolo. Guardava il Poeta come per incan- 
to la gradazione dei prospetti e delle tinte, e 
notando quel filare di vecchi olmi e quei fianchi 
oscuri di monastero, che limitano la strada cam- 
pestre, diceva con voce piana : Oh questo è bel- 
lo ! E passando poi ai modi d'esprimere la bel- 
lezza naturale delle cose, in che riteneva mae- 
tro insuperato Virgilio, ricordava quel verso: 



C'anllida V 

E guardava in alto il cielo sereno, come se ve- 
desse sfilare le candide cicogne, come se assi- 
stesse alle lotte aeree dei lunghi serpenti, che 
si divincolano nelle forti strette dell'uccello. 
Quante immagini, diceva, mirabilmente raccolte 
nella brevità d'un sol verso! E le sue parole, 
ohe parevano non già una lezione, ma un pia- 



106 GIACOMO ZANKLLA 

cido continuare di sue abituali meditazioni, 
svelavano come e dove egli avesse studiato. Il 
di più che io desideravo sapere, lo appresi non 
a Perugia, ma a Vicenza. 



IX. 



mi 
II 

on 

I 



Nell'aprile del 79 potei godere la vista del- 
l'eleganze Palladiane. Allora mi si moltiplica- 
rono spontaneamente iu fantasia i confronti di 
questo o quel suo canto, con questa o quella nuo- 
va bellezza d'edifici. Ammirando il portico, la 
Beala e le logge del palazzo Porbo Colleoni, con 
certi sveltissimi colonnini sui quali la primave- 
ra gittava lunghi tralci di glicine fiorito, mi ven- 
ne detto allo Zanella : Ecco una vostra ode. Sf^ i 
ne sorrise, né superbo né modesto, come ben no- 1 
ta il Manzoni; poiché sempre la consapevolezza 1 
dell' ingegno e il riverbero ideale dell'arte toi^ 1 
menta e consola gli artisti. 

La bellissima Vicenza mi veniva raccontan.'J 
do così molte cose del suo cittadino. Là nelj 
sontuoso palazzo Chiericati, colla facciata a dm 
ordini, dorico e jonìco, e col portico di tredici 
intercolunni, al quale rispondono due logge la- 
terali nel piano superiore, trovavo le proporzio- 
ni squisite de' migliori suoi canti. Nell'interno 
dello stesso jialazzo, dov' è il museo di storia na- 
turale della provincia vicentina, vedevo la fon- 



E l'opera sua poetica 107 

te delle ispirazioni e degli argomenti prediletti. 
Quelle valli subalpine, dove s'erano succeduti con 
vicende arcane, uell'andar dei millenni, gl'impe- 
ti tropicali di vegetazioni potenti, i muggiti del- 
le maree, e le lente strie dei ghiacciai tra le pa- 
reti delle morene accusatrici, dovevano esser fe- 
conde al poeta di leggende e di storie senza fi- 
Vedevo palme ancora vigoreggianti d'alta 
statura nella pietra, frutti fossili grandi come 
enormi cucurbite, sepolti entro gli strati dello te- 
nuissime argille, foglie e conchiglie in numero 
varietà mirabile. Tutto questo fu cagione del- 
le appassionate domande liriche del poeta alla 
gelosa natura, e delle risposte di lei, che rimo- 
vendo appena il lembo d'un vero, lascia intrav- 
vedere al di là un formicolìo d'altri più pro- 
fondi e molteplici veri. 



Ci avviammo alla salita di Monte Borico. II 
Eetrone, che corre veloce presso la porta della 
città, formava incantevole acena di molini e di 
pioppi; ed io notavo l'effetto del sole sotto i 
bianchi colonnati dei grandi platani, radente una 
prateria d'erba tanto fina e vellutata, che face- 
va pensare alla vicinanza dei pascoli alpini. Dalla 
cima di Monte Serico guardavamo la gran pia- 
nura del Bacchiglione, la città adagiata nella 
valle, a forma di granchio, i campi dorati dal fio- 
dei ravizzone, le appendici allegro de' borghi, 
ville e la famosa Rotonda, che Palladio edi- 
ficava, ripetendo quattro volte in giro il porti- 



1 

1 
1 



108 aiacoMo zanella 

co e il colonnato del nostro tempietto del Cli- 
tunno. Più oltre, a psrcììta d'occhio, i monti ne- 
vosi di Rovereto, le Prealpi, le Alpi tiroL 
nella, caligiue remota il campanile di San Maroo., 

Davanti a un cenacolo di Paolo Veronese, ehe 
si conserva nel santuario di Monte Berico, lo 
Zanella richiamava la mia attenzione sugli accor- 
gimenti del pittore, osservando come il bello no^ 
8ca talora da tenue cosa, tanto tenue, che aem- 1 
bra ed è spontaneo, quando invece non sia l*"! 
boriosamente meditato. Con qualche tocco bre- 
ve e risoluto si determina la piacevole armonia 
del quadro. Ed ora è un drappo fiammante, col- 
locato sotto un getto gagliardo di luce, tra mol- 
ti sfuggevoli toni di colori opachi , ora è un bel 
cane, o un bel paggio, che si atteggia sul da- 
vanti, arresta lo sguardo, e allontanando le co- 
se d'intorno, produce l'illusione della profondi- 
tà. Questa illusione si ripete, non all'occhio ma 
all'animo, nella cantica Milton e Galileo. Sul 
colle d'Areetri, al suono dell' a vem aria, il filo.so- 
fo italiano e il bardo inglese, stanchi di lungo 
e non lieto ragionare, cedono alle lusinghe del- 
l'ora e del silenzio. Ecco il fondo che lentamen- 
te s'appanna. Ma dall'ombra in cui rimangono 
le due grandi persone, si distacca biancheggian- 
te nella luna la cenobitica figura di Maria, fi- 
gliuola di Galileo. Ella coglie rose e porta al 
poeta del Paradiso perduto il cannocchiale, pel 
quale scesero i cieli la prima volta allo sguardo 
umano. 




t 



: L OPERA SUA POETICA 



X. 



Fu rietto dello Zanella che avesse paura del 
vero, interpretando con angusto intelletto qual- 
che frase di lui nel canto a Mia Madre. Ma il 
poeta della scienza non poteva aver paura di lei, 
se non quando si scompagni dalla capienza. Egli 
aveva paura piuttosto d'alcuni scienziati, ohe 
abusando dell'induzione contro i limiti raziona- 
li del metodo sperimentale, bì abbandonano leg- 
germente a negazioni od affermazioni, che sa- 
rebbero dottrinalmente innocue, se praticamen- 
te non intorbidassero, contro la loro intenzione, 
le schiette fonti della morale privata e pubbli- 
ca. La scienza era per l'anima sua quello che 
l'atmosfera per i viventi. Li sostiene, li allegge- 
risce, li equilibra, ma è necessario che li circon- 
di da ogni parte : che se invece una sola colon- 
na atmosferica potesòe sorprenderli nel vuoto, li 
echiaccerebbe col suo inenarrabile peso. E l'or- 
se i censori dello Zanella dimenticarono che il 
primo e il più fiero avversario di quella man- 
chevole scienza fu Giacomo Leojmrdi nella leal- 
tà del suo dolore, e nella inesorabile logica del- 
le sue dottrine. Egli investigando i più terri- 
bili misteri dell'essere, al lume di troppo ix*ve- 
ra filosofia, si dolse dell'acerbo vero e del mon- 
do rimpiccolito dalla scienza; mentre la sola il- 
laBÌone e il beato errore trattiene nelle anime 
ignare il sentimento dell'infinito. 



QIAOOMO ZANELLA 



Ini, V 



Ma a parte lo dottrine sostanzialmente diver*' 
se, neppure nei mezzi dell'arte lo Zanella 
concordò in tutto e sempre col Leopardi. A Ini, 
che per indole fu insofferente d'ogn' indugio al 
pensiero, che per istituzione fu amante di sim- 
metria e di rigorose proporzioni nella stessa mec- 
canica costruzione del canto, non piacque mai la 
canzone petrarchesca, e molto meno quella a stro- 
fe libere, benché il Leopardi, traendola dai gre- 
ci cori e dall'esempio del Guidi, le infondesse vi- 
gore nuovo e nuova freschezza. Me ne scrive- 
va un giorno : " Mi permetta che 1' esponga un 
mio pensiero. La poesia è un magnifico fiume, 
ricchissimo d'onde. Ora, se queste onde fossero 
raccolte in angusto canale, come usa l'industria 
colle sue docce, e cadessero fitte e impetuose sul- 
l'anima del lettore, quale movimento non vi de- 
sterebbero ? Io l'esprimo un pensiero eh' è an- 
che un desiderio. Ricorra colla mente tutti i 
grandi poeti, e mi dica, eccetto il Leopardi, quale 
di loro non siasi attenuto a questa forma. La 
strofa breve, uniforme, è come dardo scagliato 
da robusta corda, poiché il pensiero costretto ad 
adagiarsi in brevi confini, si concentra in sé, re- 
cide l'inutile, si empie di vigoria e di vita. Ve- 
da il Farini ! quanto bello nei metri chiusi, quan- 
to dilombato nelle strofe petrarchesche ! „ 

Senonchè mi pareva che il senso della nù^iJ 
aura giusta dovesse esser privilegio dell' ingegnosa 
non dono gratuito del metro. E chi non oonQ< 




E L OPEKA 9DA POETICA Hi 

e l'arte di contenere fortemente il proprio 
pensiero in un canto libero, non vedevo oome 
potesse riuscire a porre consapevolmente un fre- 
1 numero delle strofe regolari perchè non ec- 
isero con danno dell' impeto lirico. Non sa- 
prei trovar difettoso un metro che fu idoneo una 
volta a canti immortali. Kè mi curerei che l'e- 
sempio fosse di un solo poeta, quando questo 
poeta si chiami Giacomo Leopardi, Soltanto io 
credo la canzone libera e il verso sciolto assai 
più difficili dei metri brevi e uniformi, per quella 
rigorosa guardia e calitela dello scrittore sopra 
BÒ stesso, a fine di non trascorrere e pervagare 
con licenziosa debolezza. Ogni artista valente, 
di mano in mano che proceda nell'esercizio del- 
l'arte sua, si affranca dalle comuni difficoltà, 
concepisce con più vigore, produce con più si- 
curezza, rifinisce con più perfezione, e diven- 
ta quasi il naturale signore del marmo o dei 
colori, dei suoni o della parola. Il Leopardi, 
salendo verso l'eccellenza dell'arte, sentiva cre- 
scer le difficoltà dei metri legati, li disirapa- 
ò afflitto come sviluppandosi da una rete in- 
visibile, che impigliasse la speditezza de' suoi mo- 
vimenti ; e dopo aver creato la più bella canzo- 
petrarchesca che esista, nel Unito Minore, si 
consacrò tutto all'elegia appassionata del canto 
libero, E non ci diede neppure un sonetto; ' 



112 OlAOOMO ZANELLA 

componimento che quando à bello, è tanto na- 
zionale, tanto compiuto nella piccolezza sua, la 
vera, l'unica conchiglia j)6rlifera dei mari d' Ita- 
lia. Il cauto libero si addiceva sovranamente »> ■ 
lui. Esprimeva a meraviglia lo stanco suo an^ J 
dare per la vita, aenza scopo, e il suo soffermai^J 
si variabile nei ricordi e nei confronti tra la i 
tura delle cose e la natura dell'anima. Qu-ej'-j 
pensieri forti e lugubri, quei Borriai misti di 1»--'J 
crime 6 d'ironia, iìuiti non quando vuole la stro-l 
fa, ma quando il poeta non ha più una parolai 1 
d'aggiungere, significarono l'ultimo di quell'ai*! 
tifita, ossia il perfetto delle opere sue. Ma quei' | 
canti restano inimitabili, nonostante l'apparen- 
te facilità dell'imitazione. Chi se ne fida s 
ganna. Meno inaccessibile agl'imitatori e ft 
lo Zanella ne' suoi metri serrati ; poiché l'a 
ficio esteriore, i frequenti riposi melodici, la g 
devolezza di quei ritorni o sdruccioli o 
più facilmente colla pazienza si conquistano, a 
che da chi non è capace di raccogliere in q 
le delicate o robuste armonie il gagliardo \ 
siero e la splendida novità, che vi chiuse il T 
centino. Nasce sempre un nobile canto 
l'umana creatura : anima in corpo suo, con beM 
lezza e lineamenti suoi propri, e una sua prt 
pria corrente vitale d'affetti e di pensieri. 
io potrei immaginare una Conchiglia fossile ■< 
ritmo diverso da quello che le diede il 
Poeta; né un Cinque Maggio, che conte 
meglio di quelle serrate falangi di strofe pio 



E L'OPEHA aOA POETICA 



Ì6 6 lampeggianti, tutta la rapidissima epopea 
dei fatti napoleonici. 



XI. 

Negli anni ultimi, stanco delle vertigini di- 
verse della vita, ritornò alla s cuoia primitiva 
dond'era partito fanciullo, alla scuola della na- 
tura, madre alma e nutrice delle cose. Vi tor- 
nò a meditare e scrivere l'ultima e più perfetta 
delle opere sue, VAstichello. S'era fabbricato una 
villetta in prossimità di quella piccola corrente, 
B v'avea fatto incidere sul frontone : Datur hora 
Quieti. Il motto era malinconico, e parve un pre- 
sagio della sua prossima fine, E di Virgilio, 
quando Palinuro nella notte osserva le st-elle e 
veglia al timone. Non vuol dormire ; ma il son- 
no, perfido iddio, lo spruzza de' suoi papaveri, e 
il timoniere cade addormentato nel mare insi- 
dioso 6 profondo. In quella solitudine gustò ore 
tranquille. Dalla vita cittadina non portava alla 
campagna né rimorsi, uè odj, né rimpianti, né 
ambizioni insoddisfatte. Illibato l'aveva trascorsa, 
e sereno la lasciava. Aveva dato agli amici, alla 
scienza, alla patria, i suoi tesori d'arte più super- 
ti.'ora ricreava sé stesso con le novissime melodie 
Ki fu detto che Ìl Duprè modellasse per se solo 
e conducesse in marmo la sua Satìò, né volere 
cederla mai a veruna richiesta. Quella e tatù a 
aveva ammaliato l'artista per la tenerezza dol- 

BamAMOBn - Dtieorii d'arte. % 



114 BIÀOOUO ZANELLA 

l'argomeiito, e per le cure delicate che gli ave- 
va domandato. La mano gagliarda e nervosa, 
avvezza ad assalire martellando i lilocclii dei mo- 
numenti, e a farne saltar via schegge e scintille, 
seppe diventar lieve e morbida nell'estreme blan- 
dizie alla moliissima epidermide, alle fossette, 
alle giunture, al labbro tumido e semiaperto, al 
corrugato sopracciglio, all'occhio perduto nelle 
visioni dell'amore e della morte. Cosi fece lo 
Zanella. Per questa sua opera prediletta chie- 
se aiuti inconsueti ad una semplicità sopraf- 
fina. Orazio amava quei baci che Venere im- 
beve colla quintessenza del suo nettare: qui è 
la quintessenza dell'aurea semplicità. La frase 
aristocratica, talvolta visibilmente elaborata, 
che ora si piegava nella voluta maestosa dei L 
tini, ora s'avvolgeva a spirale metallica, elevait 
do con sé gradatamente il pensiero, qui è scoq 
parsa del tutto. Ma di che specie è la nuoi 
semplicità di questi sonetti? Dio guardi dal b 
spettare che sìa quella pedestre, facile, st^rnel-l 
laute, in pianelle, di certa poe.sia popolare! EU» ' 
è una semplicità più difficile di qualunque orna- 
mento; è la nudità infantile delle cose, traspa- 
rente da sottilissimo velo d'eleganza dissimulata. 
Que' sonetti riconoscono la loro antica famiglia,] 
nella Cicala d'Anacreonte, nel l'ossero di 
sbia, nel saluto a Sirmione pi^pilla dell'isola 
nel Fonte Blandusio. La sagacia dello scrittore 
qui si dirige tutta a fugare con mille e 
la nemica mortifera della semplicità ne] 




K l'opebì sda poetica 115 

posizioni di misura breve e uniforme, la mono- 
tonia. E suscita e promove ed eccita la varietà 
i tutti i lati e sotto ogni aspetto. Muta argo- 
menti al lavoro, sicché riesca ora idillico, ora 
comico, ora drammatico. Dipinge o modella o 
incide tanto più vivo e franco, quanto più an- 
gusto è il cerchio in cui si adopera. Cambia 
1 gli acconti e i riposi all'armonia del verso, e in- 
treccia con risolutezza disinvolta, o con lene 
ondeggiamento, gli endecasillabi tra loro e le 
atesse divisioni metriche del sonetto. Ma non 
appena l'abile industria possa apparire artifizio, 
lascia che il sonetto Huisea lìbero e sciolto, co- 
e lo sospingo ia nativa sua vena. 

Ecco là lo Zanella. Lo vedo sulla levata del 
sole, sorridere alla lunghissima ombra della sua 
persona, che la luce radente gitta al di là delle 
siepi e del fiume, mentre il capo si confonde 
lontano nell'erba densa. Vive in mezzo ai fan- 
ciulli, che dopo un temporale d'estate, corrono 
a gittare sul ruscello divenuto torrente le loro 
flotte di carta. E quante impreso umane, medi- 
tate e seguite con serietà baldanzosa, non sa- 
ranno parse al Poeta flotto di carta sulla cor- 
rente! Nelle sere della domenica, si mette a se- 
dere sotto gli olmi, sui muriccioli del piazzale 
erboso, tra vecchi che parlano di pioggia e di 
sereno, di dazi e dì grandine, e raduna proverbi 
e sapienza campagnola. Si fa consigliere di ve- 
recondia alle fanciulle, che vengono sull' alba 



116 GIACOMO ZANELLA H 

alla città, venditrici di latte. Rivede nel tremolo 
riverbero del sole tra i pioppi i suoi sogni fulgidi e 
superbi di poesia. Talvolta ricanta alle nuvole 
vagabonde le canzoni d'Orfeo e d'Aristofane, 
serbando al verso italiano le cadenze ondivaghe 
e il pio candore degl' inni orfici. Né al treno, 
ohe passa fischiando per la sua valle, volge più 
la strofa augurale. Anche l'anima umana ha la 
sua sera : allora si raccoglie in sé, si occupa solo 
delle cose vicine, oblia le lontane, alla cadente 
luce unisce l'amor del silenzio; e fa come il par- 
sero sjlitario che, prima di dormire, riniodula 
a bassa voce le canzoni liberate dai cieli alti, 
durante il giorno intero. 



t 

P 



Il lavoro dei sonetti alternò colle traduzio; 
di Teocrito; e me ne scriveva: "Che poeta 
questo vecchio siracusano! È della grande scuola' 
d'Omero e di Sofocle, ma d' un'arte cosi squisita,, 
che volerlo rendere in altra lingua e quasi follia. 
Ma l'audacia non è l'ultima qualità del mio spi- 
rito „. Mi diceva argutamente un giorno An- 
drea Mafiei che, in fatto di traduzioni, preft 
sempre una bella infedele a una brutta fedei 
Lo scherzo significava una cosa giusta e vt 
L'arte ha per fine essenziale ed immediato 
bellezza: e la traduzione è un'opera d'arte. La 
fedeltà o l' infedeltà non entrano dunque nel li 
voro del traduttore, che come mezzi di versamene 
necessari alla produzione d'uu'opera bella. Se 
traduttore rimanesse lavoratore meccanico, 



4 

i 



E l'opera boa poetica 117 

non diventasse secondo autore dell'opera origi- 
nale, non potrebbe conservarle alcuna bellezza 
nativa, o comunicarle bellezze nuove. Cosi il 
Maffei, già disposto dalla natura e dall'arte ad 
esser buono autore, poso mano con signorile di- 
BÌnvoltura ai capolavori inglesi e tedeschi. Ma 
tutta la libertà, usata con essi da lui, si vo- 
ìb adoperare nelle traduzioni dal latino e dal 
greco, si cadrebbe certamente in errore. Qui la 
bella fedeltà, che non è superstizione o pedan- 
teria, è necessaria quanto l'infedeltà bella in 
altri casi. La comunione d'origine, di sviluppo 
di genio fra le tre letterature mediterranee ha 
lasciato cosi profonde affinità tra l'arte greca, 
latina e italiana, che un traduttore infedele per- 
derebbe bellezze nuove ed omogenee , senza 
riprodurre che forme note e volgari. E forse 
l'elegante libertà, che giovò tanto al Maffei nelle 
opere dei poeti anglosassoni, lo illuse nelle sue 
prove coU'arte d'Anacreonte ; nelle quali fu di 
gran lunga superato dallo Zanella, che più con- 
Bapevolmente si contenne nelle proporzioni de- 
licate, nell' ingenuità schiva, e nella dolcezza 
jonta dell'originale. 



xn. 

Che fosse poeta originale lo Zanella non è 
da porre in dubbio. Lo attesta irreciisabilmente 
l'attenzione assidua che seppe adunare e legare 



118 GIACOMO ZANELLA 

intorno a eè, come accade sempre d'ogni artista 
eminente che contrassegni di singolare impronta 
le opere sue. Ma è da ricercare piuttosto quale 
e quanta fosse la sua originalità poetica. E in- 
nanzi tutto, originale non ha lo stesso senso 
d'innovatore. Gl'innovatori introducono un si- 
stema d'arte diverso dai consueti, dimessi a torto 
o a ragione. Così non sempre il nome e la fa- 
tica d'innovatore suona lode e significa irrepren- 
sibile acquisto d'un bene. Talora e torbido gua- 
dagno di corruzione e di stravaganza, come nel 
seicento. La stessa originalità non ha un grado 
solo né una sola forma. Si può non aver trovato 
il primissimo germe di qualche novità buona, 
ma averlo raccolto sul nascere, difeso quando 
era debole e combattuto, nudrito e trasformato 
in vita robasta e rigogliosa. Allora la lode d'ori- 
ginalità conviene tanto al trovatore primitivo, , 
quanto al continuatore e fecondatore della nuo- 
va bellezza. Alt' uno l' invenzione r 
compiuta, all'altro l'opera perfetta. Questa se- 
conda lode è dovuta intera alio Zanella. Per lui 1 
la scienza divenne fantasma, dramma, passione, J 
melodia. 

Ma la scienza nei canti è cosa antica. Soli 
labbro del vecchio Esiodo dapprima pigliarono.! 
in Grecia fattezze ineffabilmente belle le dot-" 
trine ingenue delle Opere e dei Qiorni. Virgilio 
fu l'erede d'Esiodo ; ma alla poesia scientifica 
delle Georgiche diede forme più romanamente 



E l'opera S0A POETICA 119 

floride. Lucrezio invece traduce in un'eleganza 
gelida e fieramente concisa lo Bcetticismo del- 
l'anima, che non sa amare ciò che ammira e ciò 
che canta. E da Lucrezio nacque la fredda poe- 
sia didascalica, di che fu ricco il cinquecento ; 
non certo da Virgilio, tenero e ispirato anche 
allora che parla di lunazioni e di falciature. A' 
tempi nostri non bastarono le polite grazie e gli 
splendidi versi sciolti della Pastorizia e dell' Ol- 
eine delle Fonti, perchè l'Arici riuscisse a spirare 
un oaldo alito di vita nella poesia didascalica. 
Tra gii stranieri ricorderò solo Erasmo Darwin, 
il quale nel poemetto sugli Amori delle piante 
diede prove di verso assai nitido e levigato ; ma 
le personificazioni soverchie, le fantasie allego- 
riche, sostituite allo studio accurato e alla dili- 
gente riproduzione d'un vero naturale, eh' è bel- 
lezza vivente, sciupano l'argomento, e spargono 
gelo su quelle nozze floreali e su quell'artificiosa 
primavera, 

Diede il segnale il Parini noli' Italia supe- 
riore. Intonò una prima, una vera lirica scien- 
tifica sulla Salubrità dell'aria. Il Monti anch'es- 
so, nell'ode a Montgolfier, si sarebbe levato a 
un ardito volo, se il suo globo areostatico non 
barcollasse e non fosse ritardato in aria dai vecchi 
ferrami di molta mitologia. Fregiato d'eleganze 
brillanti, e agile di movenze degne d' un' Ebe, 
è Vlnvito a Lesbia del Mascheroni. E sareb- 
be perfetto, e avrebbe col Parini direttamente 



120 QIAOOMO ZANELLA 

preceduto lo Zanella, se non avesse bisogno di 
troppe chiose, senza le quali rimane un enigma 
ai lettori non dottissimi di scienze naturali. Il 
difetto si perdona troppo volentieri all'amabile 
colpevole; ma il bisogno dei commenti non può, 
non deve mai entrare nelle consuetudini della 
poesia. La quale penetra negli spiragli delle ani- ■ 
me colla forza delia sua chiara luce, e ciascuno I 
deve illuminarsene quanto porta la capacità della ' 
sua pupilla intellettiva, non quanto gli permette 
il suo valore di scienziato, Lo Zanella, difficile 
e parco ammiratore del Goethe, porche troppo 
spesso ha d'uopo di note negli epigrammi, nei 
simboli e nei miti delta sua satira tedesca, ha 
obbligato invece la scienza a farsi aneella pie- 
ghevole dell'arte, non ha posto l'arte a servigi 
della scienza. 

Pure lo Zanella ai nostri giorni non fu BoloM 
a immerger l'anfora nella scaturigine della lirici 
scientifica. Poco prima vi s'era provato a postai 
sua un altro veneto, l'Aleardi. Ma parevano duM 
stranieri, che attingeasero a un fiume comunft 1 
che divìda le due patrie; tanto riuscirono dissi- j~ 
mili tra loro. La poesia dell' Aleardi fu una m&- 1 
teora vagamente colorata e di lenta parabola. .^ 
Perche fosse astro durevole le mancavano il vi- ] 
gore di resistenza, che deriva dalla condensai- j 
zione del pensiero, e l'uguaglianza di splendore, i 
che dalla eterogeneità delle forme è reso inter- i 
mittente. Nondimeno, del gentile Veronese i 



E l'opera sua poetica 121 

oordìamo anche oggi con amore, nelle Prime Sto- 
rie e nel Monte Oircello, la malinconia serena, 
l'idealità pura, e lo invenzioni fantastiche, che 
alla storia e alla scienza danno il vaporoso incanto 
delle favole orientali. 



L'arte invece dello Zanella trasceglie e affer- 
ra dei pensieri il più fecondo, lo distende in 
grandi linee radianti, e ne compone un lavoro 
di agili e salde proporzioni, di sobria ed austera 
eleganza. Benché di lui si possa dire che rin- 
novasse 1' èra del Parini e del Foscolo, insigne 
per bella forma, tuttavia riguardò in essi non 
come imitatore, ma come libero amatore, e in- 
trodusse nello stile tutte le qualità originali della 
sua tempra. Evitò il periodo, talora oscuro, ta- 
lora lungo e involuto, del Foscolo; e alla fre- 
schezza acerba del Parini aggiunse flessuosità e 
morbidezza. Furono insomma tre muso giovi- 
nette : ma l'ultima si riconosce all'andatura piò 
snella e succinta, alla formosità più nudrita di 
vita recente, e soprattutto alla qualità del canto, 
in cui vibra forte e perenne la nota umana d'un 
pensiero profondo s d'un sentimento universale. 



xni. 



Lo Zanella non !ia ancora la gloria di cui 
è degno, Non possiamo dolercene troppo per lui, 
nò pigliarne argomento di sfiducia per 1' avve- 



122 GIACOMO ZANELLA 

nire. Il Leopardi, assetato di gloria, non potè 
gustare in sua vita che pochi sorsi dell'olimpica 
tazza. Lo Zanella non se ne fece un idolo, da 
invocarsi con sacrifizi e con voti. Amò l'arte, 
non la lode ; cliè talvolta la grande lode contem- 
poranea è mal sicura guarentigia della futura. 
Ricordo Giovanni Prati. Disceso anche lui da una 
romita valle dell' Italia settentrionale, fu poeta 
fecondissimo, ispirato, melodioso. Quand' io ero 
fanciulla, tutta la gioventù italiana s' inebbriava 
delle sue romanze e de' suoi canti patriottici. 
Era diffioile resistere al fascino di quel suo ritm.o 
e di quelle sue fantasie ; e forse al giovine Poeta 
nocquero i troppo subitanei estri e il plauso uni- 
versale : geniale seduttore, fu sedotto egli stesso. 
Finche durarono gli anni belli, pensò forse che 
natura lo avesse dotato abbastanza, per farlo 
ricco artefice di canti, senza troppo bisogno di 
ricorrere all'arte antica e tradizionale. Ma tra- 
montate le costellazioni romantiche, mutarono 
tempi ed amori. Egli stesso s'accorse di ciò 
ch'era debole o sovrabbondante nell'arte sua. Do- 
mandò ai latini e particolarmente a Virgilio con- 
sigli nuovi, e liberalmente lì ebbe dal candido j 
Mantovano. Ma all'uomo non sono concesse due I 
giornate: e il trovatore delle Alpi Retiche noni 
vide rinnovare il suo mattino di gloria. Né per 
questo si divise dai suoi alti ideali, benché molto 
l'affliggesse l'oblìo scortese della Patria. 

La fama dello Zanella crescerà lenta ma si- 
cura. Lo disse egregiamente il Fogazzaro: egli 



E l'opera sua poetica 123 

ha bisogno di diventare un antico, Vicenza, che 
già gli prepara la statua, sarà termine allora, 
come la mia paterna Recanati, di gentili pelle- 
grinaggi. ^ E se io potessi giungere a tarda età, 
e vedere di terra in terra popolarmente onorato 
il poeta della Conchiglia fossile e delFAstichello, 
allora ripeterei con orgoglio e con affetto me- 
more : lo conobbi ! 

' La statua fu eretta nel settembre 1893. 



BEATRICE PORTINARI 
E L'IDEALITÀ DELLA DONNA 

NEI CANTI D*AMOBE IN ITALIA 



Discorso letto in Firenze 

per 

l'inaugurazione dolPesposizione nazionale dei lavori femminili 

il V maggio 1890. 



A Firenze, città educatrice d'ogii' idealità nella 
storia, e chs nello stesso nome annunzia la 
sua mitica venustà, s'è adempito da pochi anni 
un avvenimento, che paro leggenda antica. Dol- 
ce e divino anacronismo nel secolo dubitante, 
Santa Maria del Fiore ha avato il compimento 
della sua fronte marmorea. Intuito d'artisti, 
braccia valorose e destrezza d'artigiani, ricchezze 
di principi e obolo di poverelli, cave di marmi, 
tutto fu messo in comune con liberale munifi- 
cenza. Una pura e bianca mano di Donna inco- 
ronata diede il cenno, perchè cadessero i veli 
dinanzi alla splendenza nuova della cattedrale 
di Dante. Il fremito immenso de! popolo plau- 
dente, le vecchie campane di Firenze sonate a 
gloria, il volo delle colombe che presero fin d'al- 
lora la signoria del monumento, composero in- 
me un grande inno, un racconto lirico, una 



1J^8 BEATRICE PORTINARI 

realtà laminosa quanto un ideale. Ed oggi un'al- 
tra festa d'arte e di cortesia viene inaugurata 
Firenze ; la festa delle donne italiane, che tutte 
le chiama dalle tre marine a offerire opere dì.J 
mano e d' ingegno, in nome di Beatrice, donnaJ 
insieme ed idea, fiorentina e paradisiaca creatu-i^ 
ra, femminea bellezza e virtù, a cui l'arte e l'amo- J 
re di Dante commise di rappresentare il riso stes 
di Dio, che tremola in baleni di scienza agl'i 
telletti. 

Sento quanto aia arduo e pauroso l'onore chej 
mi venne fatto, invitandomi ad aprire questa so-1 
leuiiità geniale e a parlare di Beatrice, L' im— j" 
magine della mirabil donna volle il suo poetaj 
deliberatamente consegnare ai posteri delineata 
con mano leggera tanto, che di lei può dir 
come di Piccarda nello specchio della luna, lei 
postille del suo viso esser deboli sì, che perla 
bianca fronte non vien men tosto alle nostre pQ'l 
pillo. Eppure molto fu pensato e scritto su Bea-J 
trice ; uè so se possa esser rimasta a me una sol^V 
parola d'aggiungere. La cercherò nel cuor miojr 
questa parola, piii che nella mente : e sarà sem-fl 
plice, non profonda; più d'amore che di curiosi^d 
tà; pili dì contemplazione che di erudizione J 
Vorrei, se mi fosse dato, abbracciar tutta collii 
pupilla dell'anima l'evauionte figura di quellaj 
donna dugantista, che gioisce di due immorta-J 
Ittà, l'una per dono di Dio, l'altra per douoA 
d'amore. Vorrei pormela innanzi , un poco 



E l'idealità della donna, eco. 120 

distunza, ma non troppo ; perchè all' interezza 
della visione giova una lontananza discreta, e 
alle particolari grazie delle furine giova la vici- 
nanza. Vorrei non solo idoleggiarla nel tempo 
ohe fu suo, ma distinguerla dalle altre idealità 
femminee, che la precedettero e la aeguirono nei 
canti d'amore. Far come chi s' è innamorato 
d'una stella, che la guarda sempre, finché si na- 
sconde nella crescente chiarezza del giorno. E 
anche quando s'è celata, seguita a guardare in 
alto, pensando: quello è il luogo della mia stella. 



In terre latine prese l'amore sembianze varie, 
ool variare dei tempi. I Romani, signori del 
mondo, conobbero la madre, superba dei figli più 
ohe dei gioielli, la sposa che ispira al marito il 
terribile coraggio del suicidio, le matrone casa- 
linghe, filatriui di lana, frugali. Anche Orazio 
onorò d'una fulgida strofa la rusticana gioventù 
soldatesca, assuefatta a romper glebe colle zappe 
sabine, e a portar legna dal bosco, al comando 
della madre severa. Ma veramente non furono 
amate mai quelle donne. Esse passarono, come 
tipi d'epica gravità, nelle storie e nei poemi. 
Alla maternità loro rimase il pianto, l'eroismo e 
la tenerezza. L'elegie e le odi carezzarono piut- 
tosto le cortigiane, esperte nell'arte del cauto, 
della lira, dei baci, delle joniche danze e dei nodi 



130 BKATHICK POKTINARI 

laceui alle chiome. La giovinetta vereconda e 
pensosa, ricca d'affetti e di lacrime, ch'eleva col 
sorriso l'amante, che sontiene, educa e conforta, 
non fu conosciuta. Ed amore non ebbe veli. 
Nella sua greca nudità soddisfatto e potente, non 
chiese alla donna e non diede all'arte, se non 
tutto ciò ch'è giovanilmente sereno, florido, opu- 
lento, e fra la grazia e la forza proporzionato 
ed intero. Ma nessuna divina facella ardeva nel- 
l'orientale alabastro delle vite femminee. Ro- 
mane vergini erano le Vestali. Altere e caste 
per debito sacerdotale, crudeli che, pollice verso, 
comandavano l'elegante morire ai gladiatori del 
circo ; forse perchè, vittime esse stesse d'una ver- 
ginità involontaria, si confortavano vendicative 
nell'aspetto d'altre vìttime sociali. E nondi- 
meno iu quelle non amate ma temute e vene- 
rate fanciulle, si raccoglieva la fede nel fuoco 
eterno e nei fati romani. Orazio s'augurava una 
gloria che durasse dam Capitoìium scandet ciim 
tacita virgitie Pontifex. 



III. 



La tacita vergine cessò presto d'ascendere al 
Campidoglio. Dalle catacombe salirono invece 
al sole di Roma altre vergini, consapevoli del 
martirio, della verecondia, della pietà, del per- 
dono. La Germania più tardi, irrompendo in 
barbariche orde a dissolvere gli ordinamenti rp- 







J IDEALITÀ DEI 



131 



mani nell'Italia, nell'Iberia, nelle Gallie, recò 
ai popoli meridionali un elemento nuovo, la ri- 
verenza alla donna ; elemento che per simpatia 
spontanea s'unì temperatamente e si migliorò col 
cristianesimo vittorioso. Riferisce Tacito che i 
Germani credevano esser nelle donne qualche 
cosa di divino e di provvidenziale. Profetesse 
e guerriere, le teutoniche consigliavano e com- 
battevano, e sapevano morire coi mariti e coi 
figli per la libertà. Ma dai nordici canti del- 
l'Edda alle leggende dei Nibeiungi, comincia ad 
aleggiare un più mite spirito, per cui l'antico 
tipo virile e bellicoso delle cerulee Germane si 
trasmutò nel dolce, casalingo e dignitoso carat- 
tere delle moderne tedesche. Allora la mulier 
diventò domina in tutte le lingue dell'occidente. 
E per l'alleanza della fede col valore, comincia- 
rono quelle romanzesche avventura di prodi e 
di credenti, di crociati e d'amanti, che già Dante 
rimpiangeva a' suoi tempi, come una luco tra- 
montata di lealtà, di coraggio, di gloriose fati- 
che, di ricche e, più che ricche, munifiche co- 
stiimanze. Lo espresse in un verso, che diede 
più tardi l'intonazione ad un altro poema: 

Le donao, i cavaliar, gli atfaiiaì e gli agi, 
(Jhu ne 'avoglìava amore e cortesia. 

lY. 

Dalle imprese cavalleresche, dai racconti d'ar- 
mi e d'amori, alla musica e al canto è un passo 




132 BEATllICK POSTINAEI 

breve. L' Italia taceva esausta ed ischeletrita, o 
balbettava ascetica nelle cronache monacali, tra 
la lingua de! Lazio che finiva e i dialetti che 
iniziavano un'altra lingua. Aure di cauti e 
d'amore le giunsero dalle aranciere della Pro- 
venza, dove le reminiscenze greche e romana, 
s'erano congiunte alle vigorose idealità germ 
nicke. La poesia amorosa de' trovatori non vea 
ne dai popolo, ma discese al popolo signorilmeaa 
contegnosa e uniforme, più di spirito che di e 
timento, gaia, cesellata, elegante, nata sul liutq 
Baroni e conti, con cavalieri e paggi d'um 
origine, i quali però sotto le armi avevano im 
parato il fino amore, diventarono veri peUagria 
dell'arto. Tuttavia l'omaggio trovadorioo um 
ricercava il cuore della fanciulla o della donni 
circondava la dama, come l' incenso una dea. 
nulla toglieva che la dama fosse moglie alti 
Il bacio spirituale del poeta poteva sfiorare ì 
sua fronte, senza farla arrossire ; tanto erano a 
mili tra loro quegli amori e quei canti, tai 
erano altere quelle dame, tanto era straniero if 
eansi quel culto. 

La scintilla provenzale, trascorrente 
Penisola, s'accendeva qua e là dove trovasse d 
gliori disposizioni alla fiamma. Nel Monferrato 
nella Lunigiana, a Ferrara, a Bologna, comia 
ciarono a modularsi canaoni e sirventesi ili 1 
gua occitanica da trovatori italiani. Né possi 
tao diminuire l'importanza di quel movimeaU 



E l' IDEALITÀ DELI 



1^3 



primitivo, rnontre lo stesso Dante, eÌio riprese 
ne' suoi contemiTOranei il difetto di sentimento 
vero, riconobbe in Arnaldo Daniello il miglior 
fabbro del parlar materno, che in versi d'amore 
e prose di romanzi soverchiò tutti. 



Nella Sicilia, isola ricca e beata, tra le fan- 
tastiche vicende e grandezze delle corti de' Nor- 
manni e degli Svevi, dove l'arte moresca rica- 
mava il marmo, e disponeva portici e fontane, 
tra oui la tradizione ellenica s'addormiva in ozi 
soporiferi e profumati, in due forme di poesia 
amorosa si cominciò a tentare il verso dialettale 
del paese. Ardimento gentile, perchà meglio si 
onora ia patria e si canta d'amore nell' idioma 
proprio che nell'altrui. La forma aulica s'atten- 
ne peggiorando alle consuete maniere cavallere- 
sche, e cercò vanamente innestarsi sull'albero 
aecco provenzale, che veniva sempre più torcen- 
dosi e accartocciandosi negli ultimi fogliami. 
La forma popolare, in dinpute, contrasti e pasto- 
relle, fu quasi sempre fieramente realista, come 
i lampi di sensualità che fuggivano dagli occhi 
grecoarabi di quelle brune isolane. 



Ma ecco il tempo che il giovine popolo ita- 
liano, avendo già chiuso co' moi padri latini un 
grande periodo di storia, sente ch'è vicino a ria- 



131 



BEATRICE PORTINAI» 



prime im altro. Cammina sulle rovine de' ino*fl 
numenti caduti, anelando a porsi sul limitar»! 
dell'avvenire ohe sarà suo ; e sdegnoso d' imitavi 
zioni, scruta nella coscienza propria qualche no^l 
vita che lo faccia degno de* suoi destini. E 00- 
minciava la poesia d'amore nel volgare toscano»! 
Dopo i primi rudimenti d'arte nazionale in Guit-J 
tone e nel Guinicelli, si formava la bella scuola 
de' tre spiritualisti poeti, Guido Cavalcanti, Cii 
da Pistoia e l'Alighieri. Nel dolce stil novo li 
donua assumeva quasi sempre qualità di cielo'; . 
L'amore, spennato, del vecchio paganesimo, e 
assiderato nelle forme di Provenza, rientrava ne' 
canti, con ventilare d'angeliche ali. La vaga e 
indeterminata idealità femminea de' trovatori di- 
ventò luce intorno alla fronte e all'anima di don- 
na vera. Lo studio della vita, un caro nome di 
persona appartenente al popolo, lo stesso ordÌD*-j 
mento politico delle genti toscane in Comune) 
ch'escludeva da un lato gli omaggi timidi 
vassallaggio, e dall'altro le inaccessibili alterig; 
delle dama nelle corti e nei manieri, una cw 
^ nnova d'esprimere il sentimento proprio a det-i 

■ tatura d'amore, furono le cagioni e gì' intentu 

H del dolco stile. Però tutto questo non impe^ 

^h ohe l'amore ritenesse dai Provenzali, ed accrft«J 

^1 scesse anche, per consuetudine e genialità ' 

^M studi, una particolare tendenza al r 

^M culativo ; e si mantenesse le piìi volte tanto e 

^P sto e riservato, che noi possiamo pensare a ) 

H donna Bice, sposa del cavaliere de' Bardi e amata 



E I.' IDEALITÀ DELLA DONNA, ECC. 135 

dall'Alighieri, senza sentire un urto tra il cuore 
e la, mente. 



Dalla Dorada di Tolosa venne la Mandetta; 
e per Firenze s'incontrava, uelle comitive di 
maggio e nella sirventese di Dante, Giovanna 
Primavera. Furono esse le angelicate del Ca- 
valcanti, uè forse le sole. Ma non hanno nep- 
pure la piccola storia di Beatrice. Da qualche 
lieve particolarità e da alcune parole della Vita 
Nuova, sappiamo che furono donne vere, sebbe- 
ne non si togliessero mai il velo che le adom- 
brava. Forse Guido era tratto a idoleggiarle, 
più che d'altro, da vaghezza di filosofare dolce- 
mente in amore. Era consapevole della potenza 
del suo dire. Sentiva che quei modi d'arte amo- 
rosa, comuni alla nuova scuola, gli s' illumina- 
vano d'un'alba chiara di poesia delicata ed alta. 
Ma tenero e stizzoso, come dice il Villani, quanto 
pensatore arguto e composto, per vagava volon- 
tieri anche in altri amori, e sospirava alla fre- 
schetta foglia, sotto cui lo aspettavano le foro- 
sette che, ridendo, gli facevano dimenticare gli 
occhi della Tolosana. 



Neppure a Gino mancò la pieghevolezza a 
variabili amori. Di elio Dante lo riprese. Il di- 
segno delle sue angelicate, benché condotto so- 
pra sembianze di donne reali, ha linee poco dis- 
simili dalle idealità femminee consuete. Meno 
ispirato di Guido e di Dante, è più elegiaco e 



156 BEATBICC POnrENARI 

più affine al Petrarca. Coufonde la sua è 
già di Vergiole colla nostalgia dell'Appennino^ I 
in una sola e accorata paissioue di lacrime e dì I 
canzoni. Eppure di quella sua fanciulla pocff J 
più di Guido e molto meno di Dante ci raeconta.'J 
Ma la verità vibra in ogni nota. E quando Sel- 
vaggia fu morta, avrebbe voluto che l'anima di I 
lei, volando al cielo dalla nativa montagna, fossa j 
stata dall'amico Dante posta vicino a Beatrioa. ] 



VI. 



Ho veduto qualche cosa in vita mia che m'ha 1 
suscitato nell'anima il senso d'un quasi divino 1 
sogno. E mi pareva che avrei potuto avvezzar- 
mi a poco a poco a quell'ambiente insolito, é 
tornare a rigustarne in alcuni rari momenti dì 1 
solitudine meditativa. Racconto impressioni Sa \ 
me provate nella città vostra, o Fiorentini, aH | 
convento dì San Marco. Li dentro poco sono ( 
entrati i secoli a variare la disposizione mona^ ' 
stica e a turbare i silenzi antichi. Salita appena 
la grande scala del cenobio, si vede in alto una 
Vergine Annunziata dell'Angelico. È una figu- 
ra sottile, snella, di spalle magroline, di nobi- 
lissima fìsonomia. È seduta, ma come voleBss I 
levarsi per un certo smarrimento virgìneo che la- 
turba. Quella fanciulla quasi incorporea, quella 
pargola maestosa, dovea spiccar nell'ombra della 
notte, al poco lume d^una lampada, in tutta l'ai- 



E l'idealità della donna, eco. 137 

tezza inverosimilfi della sua persona, spirando 
rispetto grande di sé e pensieri castissimi. Più 
oltre, in una cella oscura, pel fioco giorno ch'en- 
tra da una finestrella sul chiostro, ho veduta la 
Madonna bianca. Chi vede la Madonna bianca 
non la dimentica mai più. Gesù incorona la Ma- 
dre: ambedue sono vestiti di schietto bianco. 
Maria par coperta con petali di gigli, e nel viso 
è nna rosa pallida incarnatina. Il resto è aria 
e luce. Una nuvoletta chiara è seggio d'ambe- 
due. Ciò che dà nell'occhio è il candore r ciò 
che tocca l'anima ò il candore : non altro. Di- 
cevo fra me : a che paragonerò io queste due im- 
magini di tanta idealità ? E non trovavo rispo- 
sta al pensiero. Oggi la trovo : alla Beatrice 
della Vita Nuova, e alia Beatrice palingenesiaca. 
Non si dipìnsero mai creature più spirituali di 
quell'Annunziata e di quella Madonna bianca: 
non si cantò mai donna più spirituale di Bea- 
trice. 



VII. 

Senonchè l' idealità squisita, il silenzio dei 
sensi, la grazia posta tutta nel gentil salutare, 
il gaudio posto tutto nella lode, la parsimonia 
del racconto, qualche rassomiglianza di qiiosto 
amore cogli altri amori di donne angelicate con- 
temporanee, e finalmente la traslazione di Bea- 
trice defunta a rappresentare la scienza celeste, 



lEATRlCK PORTINARl 



indussero alcuni commentatori, antichi e moder- 
ni, nell'opinione che Beatrice non fosse stata 
mai donna reale, ma un idolo puramente fanta- 
stico, od unicamente e sempre una personifica» 
zione allegorica. A dire il vero, questa opiniona 
non ha allignato mai nell'animo mio. E però' 
non sentii né meraviglia ne letizia, quando il 
codice Ahsbumham nell' 86 ci diede l'ultima 
conferma della realtà storica di Beatrice, colle 
parole di Pietro di Dante che letteralmente tra- 
duco: " È da premettere che veramente una 
"tal madonna Beatrice, molto insigne per co- 
" etumi e per bellezza, visse al tempo dell'autore. 
"neUa città di Firenze, nata dalla casa di certL 
" cittadini fiorentini che si dicono Portinari. 
" Finch'ella visse. Dante ne fu vagheggiatore e 
"amatore, e fece in lode sua molte canzoni. 
" Quando fu morta, per renderne glorioso il no- 
"me, volle in questo poema assumerla il pili 
" delle volte come simbolo e tipo della teologia „. , 
Doveva esser così, o noi non abbiamo mai avuto 
intelletto ne d'amore, né di Dante, nò della natura 
umana. L'alta idealità che rifulge in Beatrice non, . 
è negazione della persona sua vera. Idealità è 
splendore, col quale si manifesta all' amante e al- 
l'artista ogni cosa bella, nella vita della natura e 
dello spirito, È accrescimento di bellezza, fan- 
tasticamente intuita, alla bellezza reale. Pro- 
rompe come luce e calore, nell 'accendersi della 
passione e del canto. L'artista giura che ogni 
maniera di perfezioni è nella persona diletta; 



E l'idealità della donna, kcc. 139 

non s'avvede ch'egli, amando e contemplando, 
eleva la donna all'amorosa idea della sua mente. 
Ella intanto ignora forse in gran parte la po- 
tenza sua ispiratrice snll'animo di Ini. Ma l'in- 
genita verecondia e i decorosi costumi di Bea- 
trice, più che la bellezza esteriore, fecero tanto 
!;no ed efficace il suo dominio sul timido amico 
I ne uscirono ambedue della volgare Bchiera, 
fortunati e solinghi autori d'una storia, divenuta 
estetica leggenda por coloro che chiamano an- 
tico il loro secolo. 

Se l'idealità nasce nell'amore e s'affina, nes- 
enna vita nuova cominciò mai dall'allegoria. 
Essa venne più tardi. Beatrice si levò a donna 
simbolica, rimanendo insieme donna reale e idea- 
le, quando era già passata su quella dolce storia 
giovanile l'ala virginea della morte ; quando Dan- 
te senti il bisogno di vestire con forme pili dotte, 
più durevoli e d' importanza universale, le visioni 
e i ricordi del tempo fuggito ; e di confondere un 
castissimo e perseverante amore a tutti gli altri 
forti e virili amori sopravvenienti. Il primo 
senso con cui egli apprese la bellezza, fu la pas- 
sione vera : le lacrime, la pietà, lo struggimento 
della persona ne fecero fede, poiché furono e 
sono in ogni tempo indubitati segnali d'interno 
ardore. Negare a Dante d'avere amato since- 
ramente e nobilmente la bella creatura che lodò 
nei canti, è un diminuirlo non del capo ma del 
cuore. E questa repugnanza non basta. V'è 



140 BEATRICE l'OKTINAHI 

una folla di prove minute, costanti, 
nella Vita Nuova, nel Conetto, nella Commedia^ | 
nella stessa poetica eorriapondenza di Dante con I 
amici e congiunti, come Guido Cavalcanti, Gin» \ 
e Forese che ne aBsicurano della realtà storica e 
Beatrice. Ne è da escludersi la contesa testi- 1 
monianza del Boccaccio. Per quanto egli ave^.-j 
se avuto la testa feconda di novelle, quella del^ I 
l'amore di Dante per Beatrice sarebbe stata stra^ 
namonte incredibile a Firenze, viventi gli stret- 
ti consanguinei dei Portinari e degli Alighieri. 
Ma più ripetute e diffuse s'incontrano le prove 
nella Vitn Nuova e nella Commedia, opere unite 
fra loro per intimo legame, non altrimenti eh© j 
l'adolescenza perugina di Raffaello ai suoi anni ' 
di Roma. 



vni. 



Chi legge la Vita Nuova dovrebbe porsi nelle< ' 

condizioni d'animo in cui fu scritta : ingenuità. ' 
ed amore. Bisogna tornar giovani di niente a i 
d'entusiasmi, deponendo le abitudini scettiche 
e i sofismi dell' ipercritica. Bisogna non forzar I 
mai la parola o la frase, oltre l'adagiato senso ' 
che le diede l'autore. E sarebbe ottimo awe* 
dimento conservar questa disposizione anche nei» 1 
l' interpretare il Poema. In ciò che riluce bu-: J 
bito 6 spontaneo consiste il vero ; ne di moltcr j 
riprove ha sempre d'uopo la certezza. Con pBssQ>J 



E l'idealità della dokna, ecc. ]41 

che segue e uou previene, che seconda e non 
torce uè disvia, si dovrebbe accompagnare il 
jioeta. Nei luoghi oscuri ed ardui preferire dì 
rimanere in prudente dubbiezza, pensando che 
l'artista ponesse talvolta a contrasti di chiarezze 
splendenti alunne volontarie caligini. 

Ma nella Vita Nuova non è caligine alcuna. 
Il teune dramma si spiega a questa sole, a que- 
ste primavere, per queste contrade, lungo i ri- 
voli chiari delle campagne suburbane, sui bal- 
coni delie antiche case e per le chiese fiorentine. 
Dante sdoppia sé atesso in uno che piange ed 
ama, e in un altro che consiglia e conforta; si 
fa scolare d'una soavissima scienza, quella della 
bellezza per la virtù ; si educa sotto la tacita 
guida d'una donna, che lo premia col saluto, Io 
punisce col negarglielo, è nemica d'ogni viltà e 
d'ogni noia, col raggio degli occhi lo adduce in 
alto, coll'aspetto della cortesia lo sostiene, e, fata 
incosciente e benefica, gli propara un tesoro di 
ricordanze consolatrici pei tempi buj che ver- 
ranno. Credevano gli antichi ohe le conchiglie 
margher iti fere salissero a galla sui mari e, aperte 
le valve iridescejiti all'aurora, ricevessero le goc- 
ce della più limpida rugiada. Allora, richiuso 
il uicuhiu, calavano nel profondo dell'oceano sa- 
lato e burrascoso, e tra le alighe e le scogliere 
sottomarine davano sostanza, forma e lucentezza 
durevole alla rugiada, trasmutandola in perle. 
Ciò ch'è falso delle conchiglie, è vero di Dante. 




142 HEATKIOE PORTINARI 

Egli ripose in se la bella immagine della donna 
di cortesia; e quando le tempeste tnrbarono an- 
che per lui il mare fosco della vita, egli di sua 
sostanza intellettuale, di sua scienza universale, 
di suo amore perenne, nutrì e conformò e adomò 
la immagino celeste. 

Si volge sempre alle donne : 

Donne pietose, aoliLmente a vui, 
Che non ó cosa da parlarne ttltrui. 

E questa è nota molto chiara della verità let-J 
terale del racconto: poiché credo, o Fiorentini, l~ 
e voi lo credete egualmente, ohe le vostre gen-l 
tildonne dugentiste non sapessero né volessei 
dilettarsi, come i chierici e i dottori, nelle b 
Qulazioni della teologia scolastica. 

Qual'era l'aspetto di Beatrice? Descrizione j 
propria non ve n'è: e tuttavia la vediamo. La ^ 
diamo d'otto anni geutiletta e costumata tanto,. 
che la persona parvola di Dante cominciò a soste- fl 
nerne fiera passione. La precocità dell'amore, e 
me la precocità intellettiva, non è rara nella vita 
dei grandi artisti. Tra i moderni il Bjron raccon-1 
ta di sé che fanciullo d'otto anni amò la bambì-:] 
netta scozzese Maria Dufi'. Sorrideva la gente 
di quella passione infantile ; ma quando egli 
sedici anni intese che Maria, già da molto tera-fl 
pò lontana, s'era fatta sposa, fu per morirne di 
dolore. Rivediamo Beatrice assai più tardi, bian- 
covestita, volgersi a lui per via con bel salutare ■ 




E l'idealità della, donsa, ecc. 14^ 

ond'egli rimase inebbriato virtuosamente si, che 
dovè raccoglierai in solitudine, per gustare me- 
ditando la beatitudine del saluto. La lacuna 
di nove anni nel racconto è spiegata dall'os- 
servazione stessa di Dante, che dar valore a pas- 
sioni ed atti di tanta puerizia sarebbe sembrato 
un parlar favoloso. Allora e sempre, avversario 
d'ogni indugio e d'ogni superlluità in arte, di- 
sdegnoso d'attribuirai frivoli vanti, procede spe- 
dito, uè si preocupa delle nostre postume curio- 
sità. In questo solo riassume i nove anni : ch'e- 
gli cercò sempre di vedere quel l'an gioia giova- 
nissima, per ammirarne i nuovi e laudabili por- 
tamenti. 



IX. 



E vennero i sogni e lo visioni d'amore. Vere 
visioni o sogni penso io; non che avessero in 
so alcuna cosa d'obbiettivo e di profetico, ben- 
ché da luoghi del Convito e della Commedia ap- 
parisca che Dante stesso lo credesse ; ma inav- 
vertiti e vivaci effetti di quella grande jHitenza 
d'astrazione ch'ebbero parecchie menti privile- 
giate, e che talora •'.: propria dell'età giovanile, 
delle fantasie fervide, delle complessioni gracili, 
come appunto era allora quella di Dante. Esi- 
stono alcune creature, ed io ne conosco, dotate 
di cosi pronto immaginare che, fino a nn certo 
limite, jKìssono sognare ciò che vogliono, e met- 






144 BEATRICE PORTINABI 

tersi da sé in istato di coutinuare, dormendo, 
fifitìO conttìmplaro della veglia. Quanto più que- 
ste virtù native, benché rare, non dovevano 
rare meravigliose ed arcane nel medio evo, quaji- 
do la stessa astrologia, con importanza e nome 
di Kcieuza, era insegnata nelle Università ài 
Padova, di Bologna, di Parigi? E quantunque 
Dante uoudannasse il Bouatti e l' Asdente a una 
pena più di scherno che di dolore, nondimeno 
egli credeva alla veracità di certi sogni matti- 
nali, credeva alle influenze sideree, e dall'astro- 
logia traeva in parte la sua fede nelle combi- 
nazioni numeriche del tre e del nove. 

Neppure continua dovea rimanere a Dante 1 
compiacenza del saluto. Quand'egli a celare i£| 
suo segreto cercò lo schermo d'altra donna, aia 
un giorno s'era interposta in chiesa tra gli sgtiai 
di suoi e Beatrice, e di questo scher 
oltre i termini della cortesia, a Beatrice diapÌM 
qua la simulazione, come non degna d'anim 
retto e discreto ; forse anche le dispiacque i 
una straniera si frapponesse tra lei e il suo poeta, 
al quale voleva esser sola ispiratrice d'amore e 
d'arte a fino di virtù. Allora gli negò il dolce 
salutare, e Dante ne pianse e s'addormentò nelle 
lacrime, come un pargoletto battuto. Lievi sde- 
gni e curnicci, tanto consueti ìu amore e tanto 
inesplicabili, se In donna vera si dileguasse dal 
racconto nell'ombra d'nn'astrazione o d'un sim- 
bolo. 



E l'idealità della dunna, ego. 145 

Ed ecco un altro cenno, non meno vivo, d'atti 
femminei in Beatrice. Eìi'era a convito di noz- 
ze, e Dante intervenne. Pareva fosse costume 
di questa città che i cavalieri servissero a mensa 
le gentildonne. Ma Dante alla vista di lei fu 
vinto da subito tremore e dovè per ismarrimento 
di sensi appoggiarsi alla parete. S'accorsero le 
donne di quel trascolorare e, meravigliando e 
sorridendo tra loro, si gabbarono di lui. Con- 
venne a Dante pel suo turbamento lasciare il 
convito : ma a quel bisbiglio e a quel sorriso 
aveva preso parte Beatrice, disapprovando velar 
tamente l'estrema debolezza di Dante, che espo- 
neva ambedue a men benigni sorrisi. La sposa 
di Simone de' Bardi doveva operar cosi. Né 
diversa fu poi l'alpestre e cruda virtù di Laura, 
di cui disse il Petrarca che : 



Morta era l'amica di Beatrice, moriva anche 
il padre di lei. Cominciavano ad errare nelle 
visioni 6 nei cauti i mesti presagi della fine. 
Dante infermo, vaneggiando, vede il lutto della 
natura, e gli uccelli volando cadere, e la terra 
tremare, e correr donne Bca])igUate, ed altre don- 
ne coprir d'un velo la bianca faccia dell'estinta. 
E mentre coi biblici segnali del finimondo è 



I'l6 BEATRICE PORTINÀRE ■ 

accompagnato nella turbata fantasia quell'avve- 
nimento, gii angioli come pioggerella dì manna 
si conducevano Beatrice su in cielo, e la morta 
rimaneva in atto d'umiltà verace, che parea che 
dicesse : io sono in pace. Quel sogno è come lo 
sgomento naturale di chi ama una perfetta e f'rar 
gilè creatura. Udiamo dire tra le pauroso madri 
del popolo, di qualche loro fanciulletto bello e 
savio oltre il costume : non può vivere ; ha trop^ 
pò senno, E Menandro nel verso : 

Muor giova iiB colui ch'ai cielo è caro 
6 Petrarca nell'altro; 

OoBU balla u moi'Cal poasa o non dura 

ripetevano a distanza di tempi il pensiero tre- 
pido di Dante: 

Uadoana è disiata in. l'alto cielo. 

Forse Dante notava nel viso della sua donna 
farsi più diafano quel pallore, ch'egli avea detto 
aver somiglianza colla perla ; pallore che legger- 
mente si muta in roseo alla luce. E ricordo 
questo per la rarità degli accenni alla bellezza 
corporea di Beatrice. Forse notava anche l'an- 
dare più stanco della persona, nella meraviglia 
che destava intorno a sé, quando la gente si 
volgeva a riguardarla. Allora egli s'affretta, 
s'affretta a far più delicata l'amorosa lode. E 
scrive due sonetti con tocchi ritmici di soavità 
inestimabile, con frasi formate di pai-ole chiare 



1 




E l'idealità, della donna, eoo. 147 

e agili al, che la nostra lirica d'amore non ebbe 
mai melodie più fine. Egli st.esso potè diro di 
quell'arte sua, che l'aveva allevata per figliuola 
d'amor giovane e piana. Prima che si partisse 
dalla terra, osò chiamar quella gentilissima col 
nome di Monna Bice. Nel nomignolo familiare 
ella si fa umana anche più graziosamente del 
solito; e quel nomignolo rimane nitido e caro 
suggello della realtà sua. 



Indi a poco la morte vera, non 
Dante non s'affanna con dolore rumoroso, come 
il Petrarca : 



Ohimè ■! bai -v 






Non pensa alla bellezza corporea svanita. Geme 
sommesso co' treni di Geremia, austero e rasse- 
gnato. Ne piange colle donne e co' pellegrini 
ohe paesano per la contrada. Le donne riman- 
gono le sue pietose confidenti, e si compiace del 
loro compatire. Pare se ne compiacesse anche 
troppo! L'ultimo sonetto prende un'epica inte- 
rnazione : 

Oltre la spera, che più larga gira, 



Teda uisa donna, elle riceva onore, 
E luce si, che pei lo suo splendore 
Lo peregrino spirito la mira. 

E sono i versi della Vita Nuova che più s'ap- 
pressano all'armonia larga, vigorosa e profonda 
della Commedia. Qui è il preconio e l'augurio 
di più alti canti. Una mirabile visione gl'im- 



BEATRICE PORTINARI 



pone silenzio al leggero cantare, finché non dìcfbJ 
di quella benedetta ciò che mai non fu detto i 
d'alcuna. 



Finisce qui il dolce libro. La giovinezza di 
certi uomini straordinari non va misurata dalla 
giovinezza comune, né i loro amori dai com.uni 
amori. A parte ebbero gioie ed affanni. Stu- 
diateli soli, non li paragonate a nessuno, e men , 
che meno a noi, gente di piccoli tempi, di fiac- 
che fedi, di poveri ideali. Furono sognatori, di- 
cono ; ma i loro sogni valgono infinitamente piii i 
che le nostre veglie stanche e sonnacchiose. So- ' 
gnau do, toccarono quel misterioso confine, da , 
cui il divino s'irraggia senza confondersi nella ] 
universale natura, e ne s-'entirono in so st( 
l'aura, l'inenarrabile, il numen. Umili e superbi 
insieme, ingenui e profondi, attinsero alle sor- 
genti dell' infinito quel refrigerio che manca alla 
nostre disseccate intelligenze, la fede gagliarda ' 
e inconsumabile nelle cose alte, nella virtù, nel- 
l'avvenire, nella patria, nella donna, nell'amore, 
in Dio. Impetuosi e timidi, furono naturalmen- ' 
te polisensi nelle opere loro, perchè non sape- 
vano quale preferire e quale abbandonare dei J 
molti e forti amori onde aveano affocato il petto, j 
Io dico eFsi, i genj, i solitari, e dovrei dire l'u- 
nico Dante, poiché le opero degli altri non mi ^ 
danno il divino nell'umano quanto la sua. 



r 



E l'idealità della domna, eoc. 149 



XI. 

Altri tempi, altre cure. Lo fazioni, il matri- 
monio, il priorato, Bonifazio Vili, Carlo di Va- 
lois, gl'incendi, i clamori della città partita, e 
finalmente le condanne ed il bando. Dante che 
aveva erapito le carte giovanili della parola 
umiltà, imparò l' ira negl' immedicabili dolori 
della povertà e dell'esilio ; e si levò ministro 
inesorabile di vendette oltremondane. E poiché 
ho accennato al matrimonio, non panni cortesia 
tacere di quella dimenticata Gemma Donati, che 
fu sposa al poeta e madre d©' figli suoi. Gemma 
rimane amabile per la stessa oscurità in cui la 
lanciò il tempestoso marito. Fra le donne vir- 
tuosamente ispiratrici e le donne casalinghe, 
operose e modeste, corre la diiferenza che passa 
tra una bell'acqua di brillante e una bell'acqua 
di fontana. II brillante è raro, è ammirato, (• 
un lusso della vita, è un superbo dono di natu- 
ra all'arte. L'acqua disseta, irrora, rispecchia 
nella sua semplicità e trasparenza le cose belle 
del cielo e della terra; ma fugge via dai luoghi 
che ha rinfrescato, senza chieder gratitudine agli 
uomini, agli uccelli, alle piante. Tutti si gio- 
vano della salubrità sua, pochi o niuno la loda: 
solo Pindaro nella prima delle Olimpiadi gridò : 
ottima è l'acqua. Il silenzio di Dante su Gemma 
non è però contrassegno d'animo ingrato. Un 






150 

silenzio eguale ei mantenne sulla madre educa- 
trice e sui figli. Ma se i secoli ci avessero con- 
servato i documenti della vita intima degli Ali- 
ghieri, chi sa che non avremmo in Gremma un'al- 
tra Dora Del Bene, o un'AJessaudi-a Macinghi 
negli Strozzi ? Solo di Cacoiaguida si gloriò Dante 
in cielo, e di due cognate disse parole soavi : 
Nella e Piccarda. Ma chi sa che lodando la ve- 
dovella di Forese, non pensasse alla bontà, di 
Gemma, tanto più cara quanto più in bene ope- 
rare rimaneva soletta la sventurata, vedova di 
marito vivente, gravata di tenera figliolanza? 
Egli sapeva che le virtù di lei erano appunto 
yuetle di cui si sente il beneficio, senza provare 
il bisogno di diminuirle con versi laudativi. Non 
mi mutano da questa opinione le insinuazioni 
malevole del Boccaccio. Che il Certaldese fosse 
poco rispettoso alla donna, lo provano le novelle 
invereconde. Ma Dante, se non fu marito irre- 
prensibile, senti almeno in cuore e onorò nel 
canto la santa idealità della famiglia cristiana e 
fiorentina. E forse quando esclamava: for- 
tunate ! e ciascuna era certa della sua sepoltura !, 
pensava alla povera Gemma, diserta non per 
Francia ma per esilio, colla quale non avrebbe 
avuto comune neppure il sepolcro. Non è po- 
stuma carità interpretare per dispregio il silen- 
zio, specialmente trattandosi d'uomo tanto ter- 
ribile, che consegnò a Minos, quando lo credette 
giusto, i consanguinei, gli amici, ed anche ohi. 
chiamò suo maestro. 



I 




ji'lDEALITÀ OKL1.A, DONNA, I 



Entra Beatrice nel sacro Poema, sotto i due 
aspetti di donna e di simbolo. Come donna, è 
anche pili umana, più disinvolta, più amante ohe 
nella Vita Nuova. Confessa a Virgilio, eoi la- 
crimare degli occhi belli e colla parola franca, 
l'amore contenuto vivendo nel castissimo petto. 
Appena Dante la rivede, e cerca nel viso di lei 
le note postille della terrena giovinezza, ella re- 
galmente sdegnosa lo rimprovera delle sue infe- 
deltà e della sua lunga resistenza alle ispira- 
zioni, con cui aveva tentato richiamarlo a virtù. 
Ella stessa porge a noi la più lucida prova della 
sua storica esiateuza, facendoti! ricordatrice se- 
vera dei falli di Dante : 



Alcun tompo il sostoani col mio volto; 
Mostrando rIì ocelli giovinetti a, lui. 
Meco il uianavn. in dritta parte vòlto. 

81 tosto corno in sulla BOglia fui 
Di mìa seconda ota,de o mutai vita, 
Questi si tolse a me, e diesai altrui. 

Quando di carne a spirto era salita, 
B bellezza b virtù cresciuta m'era, 

E volgendo a Dante il suo parlare per punta: 



Pon giù '1 somo 
Si udirai cerne 
Movor doveati 



del piangere, ed ascolta; 



BEATRICE 

Mai noa t'appre sento uatura ed arte 
Piauer, ^nauto lo liallo mambra, ia oh'ii 
Rincliiusa fui, o ch'or son. terra aparte; 

E se il sommo piacer al ti fallio 
Per la mia morte, qual cosa mortale 
Dovea poi trarre te usi suo dosio? 



1 



Come simbolo, ne determina il contenuto Io 
stesso poeta al primo apparir di Beatrice sul 
verde prato, tra gli antichi savi del Limbo, 
quando la fa salutar da Virgilio con queste 
parole : 

O donna di virtù, sola per cui ^^1 

L'umana spezie eccede ogni contento ^M 

Da quel ciel, ch'ha minor ti cerchi sui. iM 

Nel mistico viaggio, ei s'affida a due maestri che 
gradatamente lo guidano al sommo Bene : Vir- 
gilio e Beatrice. Virgilio è il savio gentil che 
tutto seppe. Beatrice è il bell'occhio che tutto 
vede. In Virgilio è il faticoso e successivo acqui- 
sto della ragione, che indaga e misura i molte- 
plici e sparai veri delle cose naturali e delle po- 
tenze umane. In Beatrice e la visione pronta, 
perenne e simultanea di tutti i veri e di tutte 
l'efficienze. La scienza universale ch'è possibile 
acquistare in terra, coi mutevoli sussidi dell'e- 
sperienza e del tempo, è Virgilio. La scienza 
universale ch'è possibile possedere in cielo, e 
comunicare agli uomini con antecipazioni palin- 
genesiache, è Beatrice. Le altre significazioni 
attribuite da vari interpreti all'allegorica donna, 
non raggiungono, od oltre2>assano l' ìntenziontti 




E l'idealità DEUE.A DONNA, EOO. ]Ó3 

del Poeta. Le iigure particolari di Teologia, di 
Fede, di Chiesa, o di Politica ghibellinsi, non 
comprendono con interezza, come notò egi-egia- 
mente Alessandro d'Ancona, tutti gli uffici ohe 
adempie eifettivamente la Beatrice celeste. Ma 
la figura partiicolare di Filosofia, od anche la 
figura più semplice ed universale d' Idea, non 
corrispondono, panni, neppur esse, al complesso 
organismo e all'intellettuale geometria del poe- 
ma; e valicando anzi o preterendo i rigorosi li- 
miti di luogo, di materia, di forma, assegnati 
all'azione diversa dei simboli, tendono inavver- 
titamente a confondere gli uffici di Bi^atrìce con 
quelli a cui è sufficiente Virgilio, o la ragion 
pura. 

Nello due prime cantiche è t'espottazione cre- 
scente della Donna della solute. Il caro nome 
tion è profferito in inferno. Nel purgatorio, il 
lavarsi il viso alla marina, il cingersi del giunco, 
i sette P cancellati, il fuoco, purificano e rin- 
novano l'umanità di Dante, per farlo degno 
della presenza di lei e della salita alle stelle. 
Sulla cima del monte, Beatrice appare precìnta 
di feste angeliche, in una ditì'usa luce d'aurora, 
guidata dal mistico Grifone, fra canti biblici e 
"virgiliani insieme, che significano il punto su- 
premo di congiungimento tra le due sapienze, 
la terrena e la celeste. Il Poeta attende la donna 
della Vita Nuova, ma i cieli inviano una dea 
velata, E quando egli si rileva obhlioso 



I 



alleai 



154 BEATRICE POI 

d'ogni colpa dal lavacro di Lete, ella non bo5^, 
ride ancora. Non può sorridere. E preoccupata 
da ministero troppo più alto ohe non sia quellt 
d'appagare la decenne sete del suo fedele pelld<J 
griuo. Ella in quest'ora ò addolorata come Ma^' 
ria, è profetessa come Debora. Le pupille, in 
cui balenando si riflette il duplice aspetto del 
Grifone, ella fissa kuì tempi che precipitano av- 
verai, sui congiungimenti adulterini di Ponte- 
fici e di Re, sulle concordie perfide, sulla piuma 
del carro, sulla volpe digiuna, sul drago. Si leva 
in pie colorata come fuoco, e pare visione apo- 
oalittica, che accenni e non disserri i misteri del- 
l'avvenire. 

Misteri aul principio dell' inferno, uella selva 1 
selvaggia. Misteri sulla cima del purgatoria 
nella divina foresta spessa e viva. Il veìtro dapi 
prima, il dtix dappoi. Chi sono in verità? Ntì^ 
sappiamo. Non importa. Il Poeta i 
Bce che nou potè o non volle solvi 
forte. Ma aspettava un bene, uua luce, un i 
corso alle sventure dell' Italia, della Chiesa » 
dell'Umanità. Erano le indecifrate promesse dell 
Provvidenza. Era il coraggio dell'esule che a 
lava a due patrie, Firenze e il Cielo. 

Ma poco stante, Beatrice da quella inaoceaJ 
sibilo altezza di vaticini, ritorna a famigliari 
serena di modi e d'aspetto. Avverte Dante e 
d'ora innanzi parlerà in piana favella, e l'esort 




E l'idealità deli 



lA, EOC. 15& 

a svilupparsi da tema a da vergogna. Goal nel 
subito volo alla sfera del fuoco, scioglie amabil- 
mente i primi dubbi colle sorriso parolette brevi, 
6 spiega il trascendere di Dante gravato di per- 
sona, pei lievi corpi siderei. E su su pei cieli, 
sempre egualmente rimane donna e capienza, 
amante e maestra, materna consolatrice e specu- 
latrice profonda, ora correggendo con pio so- 
spiro, ora ammiccando scherzo samen te accorta 
della tenue vanagloria di Dante nel colloquio 
eoll'atavo crociato, o pallida e timida come si- 
gnora onesta che oda l'altrui fallire, alle terri- 
bili parole di S. Pietro, Disserta sulla fisica 
stellare, sull'ordinamento dell'uuiverao, sui mi- 
eteri della rivelazione, sul libero arbìtrio, Bid.- 
l'estemporaneità dell'atto creativo, sulle cupidi- 
gie dei popoli, sullo sgoverno dei principi cri- 
stiani, snlle restaurazioni future della umane giu- 
stizie, Dalla crescente splandenza del sorriso 
trae l'intrinseca virtù e la leggerezza che tra- 
sloca il poeta di stella in stella fino a Dio. Del 
Borriao di Beatrice son pieni i cieli. E spesso 
le terzine che, variando sempre, descrivono quel 
sorriso, hanno in sé la semplicità soave e la mi- 
«tica passiono dei brevi inni d'Orfeo, adorante 
la divinità nelle nuvole, nelle ore, nelli zeffìri, 
nell'aurora, nella notte. Il dipartirsi di Beatrice 
dal fianco di Dante per tornare alla foglia di 
Toaa bianca, ove ha il suo seggio di gloria, è 
semplice come il primo incontro nella Vita Nuo- 
va. Dante si volge e dice: Ed Ella ov'è? Ber- 



166 BEATRICE VORTINARI 

nardo l'accenna in alto nell'espandimento del 
divino fiore. Dante ringrazia quella diletta, da 
cui riconosce la virtù e la scienza compita, os- 
sia la libertà del cuore e della mente. E lei 
sorride ancora un poco, poi si torna colla pu- 
pilla all'eterna fontana. Così finiece l'amore che 
cominciò fra due pargoli con uno sguardo, si 
confermò tra due adolescenti con un saluto, si 
chiuse in cielo con un sorriso, ^^M 



XIII. 

Quanto diverso l'amore del Petrarca! Mistici 
ambedue gli amanti, ma di misticismo dissomi- 
gliante. L'amore dell'Alighieri è sempre virt.ù, 
principio di salute, omaggio al vero. Iddio stesso 
par gioire nel volto di Beatrice. Il discoatarsi 
da lei è traviamento di sensi e d'intelletto. Bea- 
trice forma con Maria, la donna gentile, e colla 
nimica di ciascun crudele, cli'è Lucia, una triade 
pietosa di donne che intervengono potenti e cor- 
lesi al suo scampo. Neil' inno finale alla Ver- 
gine, egli conclude la confessione serena del 
suo intemerato e permanente amore. Il Petrarca 
non vede sempre nella donna amata un prin- 
cipio di salute, ma anche di vaneggiamento e 
di pericolo. Nel primo sonetto, scritto tardi e 
con animo scouforfato, chiama errore giovanile 
l'amore per Laura, e come fosse indegno d'uomo 
saggio e cristiano lo riprova. Quel sonetto i 



E L'iDEAUrÀ DELLA DONNA, ECO. 157 

parso sempre uu soffio gelato d'inverno, che 
faccia rabbrividire una primavera fresca e pia- 
cente molto per fiori e canzoni. Benché talora 
dichiari unico e puro l'amor suo, e spesso va- 
ggi platonicamente l' idealità di Laura nella 
bellezza corporea e nell'angelico costume, tut- 
tavìa confessa nel suo Secretum : amo si, nta con- 
tro voglia, costretto e dolente; qualifica quella 
volontà d'amore per trista e perversa ; e si ram- 
marica d'aver sommesso il collo sdegnoso ai fem- 
mineo giogo. Pure l'usanza biasimata è in lui 
8Ì fiera, 

Ch'a patteggiar n'arciiaco colla morte. 

Dante vede le tempeste e le contraddizioni urna- 
sotto di sé ; Petrarca le porta in cuore, e la 
purità dell'amor suo n'è talvolta rannuvola- 
Quantunque le disposizioni dolcissime del- 
l'ingegno e degli studi, e l'aura nuova de' tempi 
lo riconducessero alle plastiche formosità dei più 
artistico paganesimo, d'animo e d'affetto volle 
rimanere cristiano. Fu però un cristiano am- 
malato d'oscitanze e d'irrequietezze, un cristiano 
che si aggirò co' bizantini nelle cripte sotter- 
ranee, non nelle ariose basiliche del trecento, 
traendo dalla fede, all'opposto dell'Alighieri, qu n- 
to è umanamente tetro, mortificante, sepolcrale. 
Danto nel suo cristianesimo eerisse sul labaro 
della Croce il VexUla regis prodeunt, Petrarca 
vi scrisse il Vies trae. Teme la morte : vuole e 
disvuole : ama la gloria, la donna e Dio ; ma non 



BEATBIOK PORTINABI 



sa, come Dante, rendere armoniosi tra loro que- 
sti tre amori. In Dante tutto è sintesi orga- 
nica : nessuna incertezza ne! suo andare : ritiene 
di Farinata : 



- que- , 

jrga- 
^iene 

■ 




Benché Beatriue, nella Vita Nuova, si di- 
stacchi dal vaporoso e uniformo coro delle donne 
angelicate, per il tenue rilievo e per la sponta- 
nea, sebben rara, azione sua; tuttavia Laui"a è 
meno schiva e pifi umana di lei, nei portamenti 
e nell'aspetto, È più umana, perchè opera e 
parla più di Beatrice, e perchè più facilmente di 
Beatrice trova altre donne che la somiglino. 
Nella stessa idealità sua, erra tra i boschi di 
Valchiusa, s'immerge nelle chiare, fresche e dolci 
acque, riceve in grembo ima pioggia di fiori dai 
rami ventilati, come una ninfa teocritea. E ap- 
pena si muove un poco alla luce di quei nitidi 
e forbiti sonetti, intravvediamo in lei anche qual- 
che linea fuggevole della dama provenzale, dal 
costume rigido, dal sopracciglio altero, dal ma- 
gnifico abbigliamento. Simon Memmi la ritrasse 
dal vivo : ma quando Dante, disegnatore egli 
atesso, cercò delineàre sopra una tavoletta il ri- 
cordo di Beatrice, gli venne fatto il profilo d'un 



Un inno a Maria chiude il Canzoniere, come 
avea chiuso il sacro Poema. Ma pare canto, ge- 
mito e preghiera di pentito e di morimondo. £ 




E L IDEALITÀ DELLA DONNA, EOO. 159 

già negli ultimi sonetti, l' immagine della morta 
amica invitava il poeta ai supremi riposi. C'è 
un verso che ne riflette tutto l'animo : 

a quoll'aitern, 

Tacito, stanco, dopo si mi chiama. 

Sentiva cbo la fine del Canzoniere segnava la 
fine della sua pifi durevole e pili geniale opero- 
sità. Egli era nato per il Canzoniere, come 
Dantie per la Commedia. Dante dopo la morte 
della donna gentile, ai rileva più valoroso e ga- 
gliardo. Tenta l'opera del Convito, filosofica e 
poetica insieme, e, ben consigliato, l'abbandona. 
La visione lo attrae nelle sue spire sideree, 
l'amore lo sprona, l' ingegno meditante gli sug- 
gerisce l'unica forma del suo poetare. La vita 
vera di Dante comincia da un amato sepolcro; 
la vita di Petrarca si chiude in un amato se- 
jpoloro. 



E dopo costora, quale idealità femminea ri- 
mase nei cantiV Cbe orma di Beatrice nell'arte? 

Petrarca ebbe imitatori, Dante no. Ma nelle 
frigide eleganze dei petrarchisti languì l' idea- 
lità e l'amore. Furono come quei gessi opachi 
e volgari, che per forme consumate e stanche re- 
plicano senza fine la Veuere Medicea e l'Ebe 
del Canova. Catullo e Virgilio ridiscesero per 



160 BEATRICE PORTINARI ^^M 

poco nelle fiorenti stanze del Poliziano, e parbe- 
oiparono ai paesaggi, alle cacce e a Simonetta 
le loro più idilliche grazie. Ma quasi tutto fini 
li. I poeti cinquecentisti amarono con cuore fie- 
vole voluttuoso, quantunque avessero gli oc- 
chi molto bene aperti a tutte le altre gagliarde 
e splendide manifestazioni artistiche del loro 
tempo. Lascio in disparte i poemi dell'Ariosto 
e del Tasso. Le loro incantatrici, le guerriere, 
le stesse donne innamorate, che fantasticamente 
s'aggirano per i cicli del romanzo e della leg- 
genda, non appartengono propriamente ai veri 
canti d'amore. Ma la sincerità del sentimento 
e l'imitazione dell'ingenua natura, che s'erano 
dileguate dalla poetica col petrarchismo, sempre 
più le si fecero straniere col seicento; nò giovò 
a richiamarle l'artificiata semplicità dell'Arcadia. 
L'Alfieri, il Parini, il Foscolo redensero l'arte 
dalle arcadiche vacuità e sonnolenze, non l'amore, 
perchè poco se ne occuparono. Il Manzoni ne 
trasse qualche viva scintilla dal cuor suo, e creò 
quella dolce Ermeugarda, italiana sorella delle 
bionde anglosassoni Cordelia, Giulietta, Imogene, 
Ofelia e Tecla. Il Leopardi, che dall'adolescenBa 
portò impressa nella mente im'alta specie di bel- 
lezza, amò e cauti nella donna vera la donna 
ideale. Erano popolane le fanciulle amate, Sil- 
via e Nerina. Dalle fenestre del palazzo il gio- 
vane patrizio !e vedeva tessere, le udiva cantaro : 
la festa s'ornavano e movevano a danze colle 
compagna: aspettavano a primavera le maggio- 



E l'idealità della donna, eoo. 161 

late degl'innamorati loro. Venne la morte, che 

IS6 più idealmente oare al P oeta. Sempre 
la morte aull'amore, da Beatrice in poi ! Quelle 
due semplici creature ignoravano che il loro po- 
vero nome recanatese sarebbe vissuto nelle ma- 
linconiche rime del Leopardi, Coaì accade. Im- 
maginò forse Beatrice la nostra festa sei volte 
secolare? La vita nuova del Leopardi era fi- 
nita colle Ricordanze, uè si riaprì con Aspasia. 
La vide circonfusa d'arcana voluttà, e inchino 
il fianco sopra nitide pelli. La vide comporre 
di se nell'amplesso de' pargoletti un gruppo di 
fidiaca eleganza. Ma cercò vanamente in lei un 
ìnebbriameuto d'idealità. Partitosi dalla lusin- 
ghiera, tornò più sconsolato che mai al primi- 
tivo amore di quella donna ideale che non ha 

), di quell'unica che gli balenava nei sogni, 
di quella che gli avrebbe fatto seguir lode e 
virtù, se viva l'avesse incontrata, come viva la 
incontrò Dante nella mirabil Beatrice. 

Però il culto dell' ideale non appartiene solo 
I, poesia dotta, a certi popoli e a certi tempi. 
Esso è insito nell' indole umana, e la natura non 
altera le leggi sue per variare di convenzioni 
etterarie e per fosforescenza d'artificiose ma- 
lie. I fantasmi amorosi si trasformano. Alcuni, 
di sublime idealità, si won venuti dileguando. 
Dicono: per sempre. Follia! Riappariranno da 
lontananze inesplorato, quando meno col crede- 
remo. L'uomo ha sete d' ideali, e sempre inse- 



162 BaATRICB POBTINAai 

guirà le sue alte visioni, e vivrà di sogni, di 
lacrime, d'armonie, più che di pane e di scienza, 
£nohè vi saranno sulla terra la gioventù, la virtù, 
i fiori, le fanciulle, ed anche le sventure, ed 
anche quella suprema fattrice e conservatrice 
d'idealità, ch'è la morte. Noi oggi respingiamo 
l' idealità dall'arte e dalla vita. Ed ecco, ella 
si contenta di manifestarsi qua e là in alcune 
poche e nobilissime intelligenze, e volentieri pe- 
netra, meglio, si mantiene nello spirito d'un 
grande popolo, semplice ancora ed onesto, il po- 
polo delle nostre campagne. Non so ben dire 
quanto il Poliziano da lui prendesse, o a lui do- 
nasse in certe sue delicatissime rime. Questo 
so bene, che una cortesia rusticamente cavalle- 
resca, un misticismo verecondo e soave, che per 
tenui e indeterminate somiglianze risale al Pe- 
trarca e alla Vita Nuova, ispira quei canti tra- 
dizionali che voi udite, o Fiorentini, pei vostri 
colli, che suonano per le montagne pistoiesi, tra 
i lagoni di Volterra e nelle Maremme, tra le vi- 
gne e le ville del Senese fino all'Ombrone ; donde 
salgono l'Appennino umbro per discendere al- 
l'Adriatico; e donde rigirando i tufi orvietani, 
si dilatano iter le campagne romane, e s' imbe- 
vono di superbe reminiscenze laziali. 

Tra i canti di città e i canti villerecci la dif- 
ferenza è grandissima. La città riceve il nuovo, 
lo ama, è realist-a e sensuale, è goliardica nel- 
l'arte, ò bacchica, è carnascialesca come il Hin 




E l'idbalitA della donna, eoo. 163 

Bcimento. Muta volentieri forme, ritmi, argo- 
menti. La campagna è schiva, altera, ed è eoii- 
servatrioe dell'antico. Fece suo da tempo im- 
memorabile il verso endecasillabo, che dignitoso 
e potente nell'epopea, si lascia modulare anche 
in gorgheggi pieni, agili e rifiniti di rusignolo, 
nella lirica. Quei canti coi quali il popolo, poeta 
gentile, conversa colla serena, silvestre natura, 
ricordano il transito di tante primavere e di 
tante giovinezze sulle terre d'Italia. Dissero e 
diranno gli amori dei passati e dei futuri. Co- 
noscono l' iperbole, non il seicento ; e son richia- 
mi della donna angelicata queste forme : 

O stella orientale onesta e pura, 

Donna d'alto valor, costante e Sua. 
Qiglio cortese, fior dì paradiso, 

Angiolo delicato, fresco e bello. 
Morte vìen qui per me, quando ti clviamo, 

Che in questo mondo ci vivo noioan. 
E qoasdo ti rincontro per la via, 

Abbassi gli occhi e rassombrì una dea. 

Questa è purissima idealità femminea. Ha 
di Beatrice nostra, mi chiederete voi, come l'Ali- 
ghieri al monaco di Chiara valle : Ed Ella ov'è ? 
Che vestigio rimane di lei nell'arte e nella vi- 
ta? Molto raro, a me sembra ; poich'olla segue 
in parte la sorte del suo Poeta che non ebbe 
imitatori. E nondimeno la sua eterea figura fn 
per poco fissata in tavole e affreschi dall'arte 
che prenunzio Raffaello. Apparve modellata con 
amabile e pietosa gracilità negli angeli di Mino 
■da Fiesole, d'Agostino Ducei fiorentino, e di 



L 



164 BEATRICE POfiTlNAEI 

Luca Della Robbia. Biancbsggia in qualche ti- 
po divinatnente femmineo del Duprè. Quando 
batte !a luna sui nuovi marmi di Santa Maria 
del Fiore, forye Beatritie fuggevolmente riluce, 
nel viso, pieno di Dio, di qualche effigiato sera- 
fino. Dovunque la bellezzii si fa maestra d'af- 
fetti alti, e ispiratrice d'opere leggiadre, ivi sor- 
ride e passa r invisibile Beatrice. 

Se mi chiedeste che cosa resti di lei nei canti, 
dovrei rispondervi : anche meno di tutto questo, 
e quasi nulla. Eppure, chi sa ? Se qualche vol- 
ta vi troverete sotto i vesperi odorosi di mag- 
gio, quando gli alberi e le fratte sono piene di 
nidi, e l'aria è piena di rondini, e si sentono tra 
le ombrelle de' sambuchi i ronzii degli scarabei 
bronzodorati, e suona la cadenza degli stornelli, 
ripetuti dai robusti petti con una cantilena che 
pare modulazione corale ; allora fermatevi a udire 
e pensare; raccogliete nell'anima ciò che udite 
e vedete ; ponete attenzione grande. Se avete 
intelletto di bellezza, vi sentirete occupata la 
fantasia a il cuore da una vaga e salubre e vivi- 
ficante idealità amorosa, come dall'aria dell'alba 
che sia passata traverso uu pergolato di serenel- 
le. Direte allora: Qui è Beatrice; e col suo 
Poeta: 

E par olle della a uà la.bbi^ 



Ghu va dìi^ndo all' 




IL DUOMO D'ORVIETO 

E LB CATTEDRALI DEL MEDIO EVO 



Discorso lotto in Orvieto nel sesto centenario del Duomo 

il 7 giugno 1891. 



Mi narravano che uel Duomo di Pisa, quando 
è vuoto e silenzioso, ehi toccasse all'organo 
successivamente tre note d'un accordo, le udrebbe 
ricalar giù dalla volta riunite in armonia simul- 
tanea, colla fioca dolcezza dell'eco. E chi par- 
lasse di quotato Duomo orvietano dovrebbe far 
vibrare con mano maestra tre suoni, nella ecala 
musicale delle arti belle; architettura, pittura, 
scultura. E allora le tre note salienti in alto 
ricadrebbero lente e soavi sull'anima nostra, de- 
standovi il sentimento d'una consonanza perfetta. 
La mano maestra non può esser la mia; ma 
peraltro mi giova esser umbra tra umbri. 



Questa regione mite e forte, quieta ed au- 
stera, quanto fa un tempo mistica e veemente ; 
che riceve il Tevere dall'Appennino toscano, e 
limpido e giovane lo avvia per le nostre valli ai 



^' 



168 IL DUOMO d'orvieto 

monumenti e alle rovine di Roma, fu posta dalla 
natura tra due civiltà, la laziale e l'etrusca, e 
poi più tardi tra Laterano e Santa Maria del 
Fiore, Onde pare che nel suo sentimento lun- 
gamente sopito d'un' arte remota, discendessero 
con efficacia rinnovatrice le ispirazioni del se- 
colo di Dante, di Giotto, d'Arnolfo, cke furono 
i genj dell'arte cristiana. Noi abbiamo la du- 
plice Basilica di S. Francesco d'Assisi, ch'è il 
più antico tra i grandi monumenti dell'archi- 
tettura ogivale in Italia ; e abbiamo la facciata 
del Duomo d'Orvieto che n'è il tipo più perfetto. 

Ricordo il giorno che venni la prima volta 

a questo montano paese. Avevo traversato una 
grande campagna, squallida e sparsa di cumuli 
di cenere, dove appena il rovo e la ginestra 
s'aggrappano. Pensavo : qui a tempi remotissimi 
fluttuava il mare : più tardi, quando tutta !a valle 
emerse dalle acque, e la marna del disseccato 
letto marino si screpolava al sole, si levò su come 
isolottrO di carbone questo monte, e di boati e 
di fumacchi e di riverberi manifestò una paurosa 
vita in giro per l'orizzonte. Correvano quei se- 
coli che l'uomo non sa contare. "Vennero i Pe- 
lasghi e i Tirreni ad abitare questa media Italia, 
tormentata dai vulcani e dai terremoti. Venne 
il fatidico ed elegante popolo etrusco a stabilirvi 
le sue fiorenti federazioni. Ma non valse ad esso 
la fede nelle potenze arcane della natura, non 
l'acropoli costruita nella cerchia di questo nero 




E LE CATTEDRALI DEL MEDIO EVO l(i9 

lapillo, a proteggerlo contro la forza e la fortuna. 
Boverchiante di Roma. Quel popolo, colla ran- 
cura de' vinti, scese tntto nei sepolcreti, por- 
tando seco le suo armi, le sne arti, i suoi dei, 
tranne Vertunno, che non si vergognò d'abban- 
donare i fuochi volsinj per seguire la sorte dei 
vincitori. 

Forse nessun altro paese come questo è al- 
ternato d'oasi e di deserto, d'amenità e di sal- 
vatichezza. La canapa ondeggia nel piano ; il 
Paglia, come meandro d'argento, solca la valle; 
lontano, la selva inospite della Bandita; vicino, 
le vigne rigogliose di vulcanica forza ; st.erpaglif> 
e nerezza di boschi ilicini presso il tenero verde 
delle querci; e sulle cime, vecchi castelli ghi- 
bellini e guelfi, da cui direste che s'affaccino gli 
I spettri de' Monaldeachi e de' Filippeschi, de' 
Seffati e de' Malcorini. 

Allorché si visita una città, pare a me che 
si vada a interrogare l'anima di quel popolo, e 
a domandargli, non per fredda successione di 
letture storiche e artìstiche, ma per simultanea 
e concorde testimonianza di monumenti, il suo 
intimo e multiforme pensiero. Ond'io salivo 
curiosamente l'erta, e guardavo le mura polife- 
mic.he entro cui si cela il paese, che lascia sor- 
montare appena qualche vetta di campanile. Sa- 
pevo che li si trovava il giglio d'oro delle cat- 
tedrali d'Italia. Ma neppure le malinconiche 



170 IL DUOMO d'orvieto H 

pontrade potevano prepararmi alla singolare vi- 
BÌone ; perchè voi tagliate a fette il tufo della 
vostra montagna, per fabbricarvi case o palazzi 
d'aspetto cupo e severo. Solo quando fui di 
fronte alla divina Cattedrale, e il sole di ponente 
ne investiva i mosaici, essa m'apparve come av- 
volta in un incendio. Bisognò che il sole di- 
minuisse la forza della luce, come Beatrice dovè 
diminuire il sorriao dinanzi alla debole vista del 
Poeta, perch'io potessi contemplare in pace il 
mirabile edificio. E dunque il contrasto la sorbe 
storica e lo spirito antico di questo vostro paese. 

Ma nel contrasto, che più o meno gagliardo, 
pur sempre nella vita de' popoli e delle arti rap- 
presenta la lotta per una vittoria, benché riesca 
talora ad una sconfitta, come potè placidamente 
germinare, fiorire ed espandersi questo decoro 
delle cattedrali d' Italia ? Quali forze occulte di 
pensiero nazionale e religioso la prepararono? 
Come avvenne che , consapevoli di quanto do- 
veasi ricevere od eliminare del passato ed ag- 
giungere di nuovo, molti maestri, quali Arnolfo, 
il Maitani, i Pisani ed altri, ebbero in tutti un. 
intuito solo , e quasi un'anima comune a tutti, 
per cui dal getto primitivo all'ultimo finimento, 
l'intero tempio fosse plasmato e condotto quasi 
opera unigenita di mente unica ? 



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^f S LE 0:! 



CATTEDRALI DEL MEDIO EVO 171 



Per quanti Becolì, per quali prove e per qual 
ordine di sentimenti l'arte cristiana giungesse a 
cosi alta forma di tempio, lo vedremo con un 
rapido sguardo ai principali duomi italiani e stra- 
nieri. E utile notare intanto che quegli occhi 
e quegl'ingegni si erano assuefatti ad ogni modo 
di bellezza, o nascente dalla contemplazione in- 
teriore, o preesistente e vagheggiata negli studi 
preparativi. Sicché l' eliminare , il conservare, 
l'aggiungere, non per sé stesso uè in ogni tempo 
e in ogni gente esteticamente sicuro, era dive- 
nuto per essi non fallibile potenza elettiva d'ogni 
squisita perfezione. Allora l'idea cristiana fu 
contenuta in lucentissimo vaso , come fiamma 
elettrica nel suo cristallo. Allora il contrasto 
fu piena vittoria. 

3e la romanità decaduta dello stile non dava 
più alle basiliche costantiniane la fresca impronta 
d'un concetto bello e forte, davano le rovine i 
preziosi materiali dell' arte. Si fabbricava in 
fretta, disgregando i vecchi edifici pagani ; si 
rizzavano dispaiate colonne di marmi finissimi. 
Talune sorbavano inbatto il flessuoso capitello 
corintio; s'imposero ad altre capitelli imitati da 
goffo artefice. Eppure una novità entrò allora 
nel dominio dell'arte e vi rimase: l'arco tondo 



172 IL nnoMO d'orvieto 

girato sulle colonne, che fu subito caro al po- 
polo cristiano, e dall'architettura latina in Ita- 
lia, in Francia, in Germania fu replicato sem- 
pre con portici e loggiati. Forse quella fuga di 
lente e uguali parabole rassomigliava al movi- 
mento uniforme delle anime elevantisi a Dio 
colla speranza, e discendenti da lui alla terra 
colla pazienza. forse, non pensando a nessun 
simbolo, apparecchiavano così gli artefici più 
spazio alle gente e alla luce, dacché i religiosi 
misteri non si celebravano più al lume delle 
fiaccole nei laberinti delle catacombe, ma nella 
pienezza del sole. L'arco piegato sulle colonne 
passò successivamente alle chiese bizantine, alle 
lombarde, alle normanne, alle tedesche. Si tra- 
smutò in acuto. Tornò a riposarsi sferico, quan- 
do rOrcagna lo girò grandiosamente sulla Log- 
gia de' Lanzi, degna di popolo principe; quando 
fra' Giocondo lo illeggiadrì raffaellescamente a 
Verona, e il Brunellesco ne foggiò a Santo Spì--— 
rito di Firenze una magnifica selva. ■ 

Aggiunsero i bizantini la cupola, come co- 
ronamento di volta celeste alla chiesa. Venuti 
a Ravenna colle immaginative piene del Bosforo 
laminoso e di S. Sofia, edificarono quel S. Vi- 
tale che Carlo Magno invidiò all'Italia e imitò 
in Aquisgrana, quel Duomo e quel Sant'Apolli- 
nare dalle ventiquattro colonne grigioperla, ve- 
nate d'oro, che furono dette zaffiree o gemmate. 
Ma tutto vinse S. Marco a Venezia. Oh 




E LE CATTEDRALI DEL MEDIO EVO 173 

lo vede nelle feste solenni! Le cinquecento co- 
lonne di marmo, i quarantamila piedi quadrati 
di mosaico, gli splendori e le tenebre del tempio, 
le logge e le tribune che si profondano nei bracci 
laterali della chiesa, le cinque cupole, i eavalli 
di bronzo, i riflessi della laguna, i tocchi oscil- 
lanti di quella campana che sonava a gloria e a 
pericolo nella Repubblica ; tutto questo immerge 
l'anima in una dolce confusione fantastica : ci 
sembra leggere un poema gangetico, una specie 
di Eamajana cristiano. E quando usciamo dal- 
l'atrio all'aperto, e ci sentiamo sciogliere dalla 
caligine di quel sogno o di quella malia, allora 
solo, pur conservando l'ammirazione profonda, 
diciamo tra noi : No ; per quanto fosse ricca e 
sfolgorante, l'arte in Italia non poteva rimaner 
bizantina. 

La Sicilia formavasi uno stile suo, arabo, 
normanno, bizantino, o meglio tutte queste cose 
fuse iusieme, come si fondono e si capovolgono 
specchi di marine, cupole, moschee, palmeti, nella 
illusione della Fata Morgana. L'Alhambra d'Ita- 
lia, la sua Siviglia, la sua Granata è a Palermo, 
nella Cappella Palatina, nel Duomo, a Monreale. 
K già, in Italia, nessun paese pare un altro! 



Ma il mosaico policromo, tanto idoleggiato 
dalle popolazioni adriatiche e sicule, incontrò più 
temperato favore nelle altre regioni. A Roma, 
a Parma, a Piacenza, a Modena, a Verona, i mae- 



174 IL DUOMO d'orvieto H 

stri ai esercitavano piuttosto nello stile comacino 
o lombardo, etile più sobrio, più solido, spesso 
bizzarro e inelegante, ma che preparava la mano 
e gl'ingegni alle concezioni ardite e mistiche 
del trecento. Annunziano per lo più lo stile 
lombardo i due leoni reggenti le colonne dei 
portali. Si credeva che il leone dormisse ad occhi 
aperti, e la pupilla fosforescente rilucesse la not^ 
te nel deserto. Forse significarono in esso che 
il Leone di Giuda è Cristo, il vigilante eterno ; 
è il solo che sostiene l'arco alla Janna ccoli, e ne 
guarda la soglia. 

La Tof^cana, conservando, eliminando e ag- 
giungendo, colla genialità sapiente dell'indole 
sua, coll'agilità e libertà delle sue ispirazioni, co- 
minciò col Duomo di Pisa, sul chiudersi del bar- 
baro e oscuro millennio, la serie delle jiiù belle 
cattedrali italiane. Soldati, navigatori e mer- 
canti, i pisani non sapevano dividere le glorie 
navali della Repubblica da una certa altera co- 
scienza dell'arte ; e pensarono di convertire in 
monumento magnifico le grandi ricchezze con- 
quistate a Palermo, quando combattendo ne spez- 
zarono animosamente la catena del porto, Ar- 
tisti di vigorosa inventiva, memori d'ogni tradi- 
zione di bellezza, trasfusero nell'originale ele- 
ganza del tempio l'austera semplicità latina, e una 
velata apparenza di meschita, quasi riflesso dei 
loro viaggi orientali. 





t 



K LE OATTEDBALI DEL MEDIO EVO 175 



in. 



Fuori d'Italia, l'immaginosa Normandia, l'a- 
lato ingegno de' Franchi e il mistico entusiasmo 
della gente Anglosassone ricercavano avidamen ■ 
te un'originalità nell'arte, che rispondesse me- 
glio al sentimento loro particolare di quella fede, 
che apriva tra osai la storia della civiltà. E non 
farò questioni sull'incerto principio del sesto 
acuto. Non chiederò all'isola di Parigi, se fosse 
lei la madre antica dell'ogiva ; o all'architettura 
moresca, se ne avesse già apparecchiata l' inven- 
zione. Noterò solo che fin dal primo diffondersi 
dell'arco acuto, la Germania disse : È mio ; e dis- 
se il vero. Non bastavano le basiliche latine, 
corrette e severe di "Worma, di Spira, di Mayen- 
ce a soddisfare la sete d'ascensione al sopranna- 
turale, il bisogno della vertigine, che affanna 
quel popolo credente e poeta, assuefatto alle leg- 
gende del Parcival, alle meteore boreali, agli 
spettri del Broken, ai paesaggi della danza delle 
streghe e delle valli d' inferno nella Selva Nera. 

Le cattedrali d'una nazione sono i suoi poe- 
mi di pietra. Chi non intravvede nella Chiesa 
di Nòtre-Dame l'anima di Victor Hugo? Chi 
non sente la formidabile grandezza di Milton 
nelle austere profondità dalle Chiese di Sancta 
Fides, di "Westminster, di Canterbury? Maestro 



176 IL DUOMO D'OKVIETO 

Ervino anticipava nella Cattedrale di Strasburgo 
il poema di Goethe. Nul Duomo e nel Fausto 
s'eleva e s'assottiglia uno strano Bimbolismo di 
cose umane e divine. Passano e ripassano nella 
notte, ora le stelle ora le nuvole, attraverso gli 
aerei trafori dell'alta torre: e similmente nella 
grande Commedia tedesca, ora trascorre la fialetta 
luminosa dell'Homunculus, ora l'apparenza tene- 
brosa delle Madri. L' ironia e lo scherno del 
Fausto si fa visibile nei mostriccioli delle gron- 
daie. Demonj e spettri, faccende di popoli e di 
re, tregende della Valburga, amori e pianti, so- 
spiri dal profondo e ghigni dall'alto, s'alternano, 
a' inseguono, s'avvinghiano sn su fino all' invero- 
simiglianza dell' ei^uilibrto ; qua in figura di canti, 
d'epigrammi, d'elegie ; là in figm'a di spirali, di 
guglie, di balaustre, di statue, di cariatidi, di 
bassorilievi. 

Poemi non solo, ma sistemi di filosofia tra- 
scendentale cristiana uell' ispirata maestà del- 
l'interno, e sistemi di filosofia trascendentale 
panteistica nell'inesausto ornamento esteriore, 
sono i duomi di Colonia, di Friburgo, di Stra- 
sburgo. Entriamo. L'elevazione del tempio c'im- 
paura: somiglia alle profondit'i della notte: eia 
notte appartiene a Dio. Sotto lo sue volte, co- 
me sotto l' infinito stellare, parla unico il Verbo 
increato, e non è possibile all'uomo di credersi 
un piccolo iddio. Solo nel giorno l'uomo par 
grande ; e par grande, se abbraccia collo sguas- .. 




E LE OATTEDKALI DEL MEDIO EVO 177 

do l'esteriore dì quelle moli. La profusionfi illi- 
mitata dei loro ornamenti è la parola umana, 
che incessante, molteplice, audace, tenta inne- 
starsi 6 fondersi nella divina. Le fioriture, le 
spire, le filigrane marmoree sembrano moltitu- 
dine innumerevole d'anime umane, che s'aggrap- 
pino e si cristallizzino piramidate intorno ad 
ogni pinnacolo, per diventar particelle sostan- 
ziali d'un' immensa spirituale unità, dominatrice 
degli orizzonti. V'è l'incompiuto in tjue' duo- 
mi, come nella natura, come nell' umanità tutta 
quanta, come nel dio egheliano. Se si conti- 
nuasyero altre torri, altre gnglie, assottigliando 
anche più la mano e l'ingegno in cesellature 
da orafi, crescerebbero di gi-andiosità e di poten- 
za le cattedrali del pensiero tedesco, ne per que- 
sto sarebbero finite mai. 

Ed è genio vero in quell'arte ? 6ì : il genio 
della sublimità religiosa, dell'ornamento inesau- 
sto e della pazienza, E il genio che può ap- 
partenere alle moltitudini e ai secoli ; non quello 
che scintilla iu una breve vita, solingo e per- 
sonale, d'Arnolfo, di Giotto e del Brmiellesco. 
Per costoro ogni linea è contorno d'un concetto, 
ogni concetto è canto al poema d'un tempio, 
meraviglioso d' unità infrangibile e di chiarezza. 
Aggiungete qualche guglia o qualche statua al 
Duomo di Milano, non ne sarà turbata l'indefi- 
nita armonia. Togliete, mutate, aggiungete una 
■ cornice, un rampante, un bronzo alla facciata 

BBDauioni - Di*aiT$i d'artt. t^ 



178 



IL DUOMO d'orvieto 




del Duomo d'Orvieto, e ne sarà spezzata qnella 
forma organica e definita, per la quale, 
somigliare a nessuna, ha le bellezze spE 
molte altre. 



IV. 



Da Busche tto autore del Duomo di Pisa, 
Arnolfo e al Maitani, molt'acqua d'Arno era pas- 
sata al mare. I nuovi architetti toscani, benché 
invaghiti dello stilo ogivale, pur seppero man- 
tenerlo libero dal dominio dispotico dell'ornato. 
Lo adoperarono come adoperò Dante il nuovo 
volgare. Lo resero flessibile a tutte le dolcezze 
dell' arte adolescente, conservandolo ardito e leg- 
giero. Lo subordinarono alla pittura e alla scul- 
tura, che rappresentano con più vivezza e de- 
terminazione le credenze e gli affetti religiosi 
del popolo italiano. Con gusto cosi soave e di- 
screto si pose mano alla Cattedrale di Siena. 
Siena, la forte e gentile città della Vergine, 
avanti che nascesse Caterina, l'ispirata popolana 
di Fontebranda, avanti che Sapia ridesse sugli 
amari passi di fuga de' suoi concittadini a Colle 
di Val d'Elsa, e avanti che Proveuzano Salvaci 
si conducesse a tremar per ogni vena per riscat- 
tare l'amico, aveva immaginato una cattedrale 
che fosse una sorprendente novità di bellezza. 
La fece cospargere di stelle nelle volto azzurre; 
di bronzi, di marmi, di pitture e d'intagli prezio-. 



I 




E LE OATTEDHALI DEL MEDIO EVO 179 

ai, in più tempi, la volle decorata; il pavimento 
istoriato a mosaici e graffiti. Pose sulla fronte 
gli stemmi delle città confederate ; e piantò ac- 
canto ai pilastri della cupola le antenne vinte 
a Monteaperti, per attestare anche innanzi a 
Dio la fermezza dell'animo ghibellino. Frat- 
tanto la Cattedrale della guelfa Orvieto su- 
perava la vicina rivale, non nella magnificen- 
za interiore, ma negli splendori della facciata. 
E, strano a dirsi, la superava appunto coli' in- 
gegno meraviglioso del senese Maitani- Così 
al di popra dei dissidi politici si consacravano 
le fratellanze dell'arte; e Siena, dai cento pa- 
lazzi medievali, dalla snella e altissima torre del 
Mangia, superba de' diciassette gonfaloni, Siena 
sapeva anche dimenticare ed esser cortese colla 
città nemica, alla quale largiva di se la parte 
miglioro: quella del genio. 



Se fosse vero che le arti belle chiedessero 
tempi di pace a prosperare con più giovanile 
impeto, nò Santa Maria del Fiore sarebbe sorta 
a Firenze, né le Cattedrali di Siena e d'Orvie- 
to, né il Sacro Poema sarebbe stato scritto. E 
in questo sembra che abbiano somiglianza col- 
l'iride; la quale non gitta Ìl suo ponte aereo in 
cielo sereno, ma su nuvola piovosa ; né si culla 
sopra un lago tranquillo, ma dove l'acqua si 



. Italia più^ ^H 
1 stagnanfce ^B 



spezza e mugge nelle cateratte. Tuttavia, 
che i secoli delle iiere lotte fossero in ] 
propizi alle arti che qiwlli d'una pace stagnanfce 
e mal viva; non è men vero che gli animi di co- 
loro i quali commettono pubblici monumenti e 
degli artisti che H eseguiscono, debbono sapere 
ascendere in una zona superiore ai nembi, ove 1 
ritemprandosi in un etere di serenità e dì quie«^ j 
te, possano efficacemente ispirarsi e animiraxe. 

Svolgendo adesso la sola cronaca scritta, v^J 
dremo che in una specie di bufera infernale fnj 
commesso e cominciato il Duomo, vostro org( 
ad amore. Orvietani, Questa città, posta a eon.-iJ 
fine tra l'Umbria e la Toscana, creatura de' PapiJ 
e loro soggiorno favorito, ebbe parte vivissima 1 
nelle lotte comuni tra la Chiesa e l'Impero. S'ag»J 
giunsero battaglie tra il dogma e l'eresia, inacei 
bite da un lato per le influenze papali e dall'al-d 
tro per le ribellioni ghibelline ; ribellioni non! 
solo politiche ma intellettuali, per le quali Fari-^J 
nata fu dal Poeta condannato tra gli eresiarchij 
Orvieto, alleata dapprima con Siena contro 
potente feudalità del contado, le divenne avverai 
saria all'approssimarsi delle contese sveve e an- 
gioine. Scorribande sanguinose e incendiarie 
iufestarono allora U suo territorio, fatto segno di 
vendette dai viucitori di Monteaperti. Né la 
pace successiva fu lunga e fida. Quando avento- 
laarono le insegne di Corradino, le rinate speran- 
ze ghibelline e p^terìne^ aiutate dal di ftiQi^ 




: LE OATTEBItALl DEL MEDIO EVO 



181 



commossero a sedizione la città. Carlo d'Angiò 
ridnsse in breve all'obbedienza quella potente e 
bella ròcca papale, ma le sue piazze furono con- 
tristate dai roghi dell' Inquisizione. Appena il 
Comunp si sentì forte e sicuro, i Monaldeschi 
guelfi e i Filippeschi ghibellini convertirono in 
aperte offese reciproche le tristizie e le minacce 
contenute a stento nel tempo delle maggiori fa- 
zioni sveve e francesi. E si morsero con tanta 
rabbia quelle due cagnesche consorterie, che Dan- 
te le distinse a nome nell'infinita miseria delle 
discordie italiane. Per la discesa del Lussem- 
burgo, rimbaldanziscono i ghibellini e tornano 
alle armi. Tre giorni si fa sangue in città. I 
ghibellini danno addietro, ma per porta Vivaria 
entra Bindo de* Baschi cogli alleati di Todi, d'A- 
melia, di Terni, sonando trombe d'argento, e ta- 
cendo lieto tumulto. I guelfi s'arrendono ; prega 
il vescovo, pregano i buoni : Risparmiate la pa- 
tria! abbiate pietà! No, gridano i vincitori ; bi- 
sogna bere il calice amaro sino al fondo. I guelfi 
inseguiti, fuggono da porta Pertusia, chiaman- 
do la Vergine. Credono udire una voce dal cie- 
lo: Tornate! Salgono l'erta i peinigini in loro 
aiuto. Si rinfrancano, tornano a combattere, e 
novamente ì ghibellini sono sconfitti ; uccisi i 
loro capi : vendette e contro vendette : precipitati 
dalla rupe uomini, donne, fanciulli: si diroccano 
le torri dei Filippeschi : rilucono gl'incendi nel- 
la notte. Il dominio ripreso dai guelfi, senza 
pace, anzi con sospetti e terrore fii nlantenutO. 



IL DUOMO D ORVIETO 



La città e ì borghi provvisti di ben centovenl 
cinque sbarre da chiudersi la sera e riaprirsi il 
tino. Sonando la campana a martello, gli artigia»- 
ni e i popolani doveano accorrere con aste e graffi 
di ferro intorno al gonfalone del Comune. I 
ghibellini angariati iu ogni modo, con vigili 
e leggi crudeli. Altre calamità: pestilenza e fa 
me. Tutti i mulini guasti; poca l'acqua e ft 
gosa ; per ardere adoperato il legname delle case; 
Orvieto così demoliva sé stessa. Ma intanto il'] 
Duomo saliva nell'aria fino, luminoso, elegante. 

Si dice che ogni opera bella sia figliuola deli 
la luce, e ogni opera brutta delle tenebre, 
per quest'opera sovranamente bella la luce genera^ 
trice dov'è ? Come potè da quel nembo fumigante^ 
balzar fuori un astro tanto mite e radioso ? Se po- 
tesse aver corso tra noi una leggenda settentrio- 
nale, si direbbe che il Duomo d'Orvieto, oom 
dicevasi del Duomo di Colonia, fosse fabbricate 
dal diavolo. Ma una cronaca che non si trovai] 
scritta, e che solo s' intravvede tra linea e linei 
delle cronache scritte, ci rivela la natura inti-rj 
ma di quelle anime strane, che quantunque foi> 
temente credenti, pure pareva avessero cancel*] 
lato talvolta dalla loro coscienza le parole 
sericordia e amore. Anime strane, eguali allei 



■ G. EoNDOST, Oroielo nel Midio Eao, aeU'Albun politM 
t/lolto a curi dilV Aecadtmia " La Nuova Fenice^, SieoBjl 
Roma, 1^91 ; L. Fuui, Oruitte, note ilorieke e bioQraJhht, Oi^jl 
tà di OMtetlo, 1S91. 



1 



r 



E LE CATTEDHALl DEL MEDIO EVO 



183 



ninfee delle paludi, che hauno fitte lo radici nel 
loto, ed espandono sulla superficie dell' acque 
le pàtere delle larghe foglie e il bianco fiore, al 
sole di giugno, E la fervida duplicità della gio- 
vine vita trecentista, quella duplicità che ha la 
sua più alta, poetica e storica manifestazione nel- 
la Divina Commedia. Mai nessun tempo fu più 
impetuoso al male e al bene. Date giù le cali- 
gini sanguigne, mai pupilla umana non vide me- 
glio della loro le trasparenze dei cieli. Mai le 
plebi e gli artisti non si elevarono con più agi- 
lità aopra la regione delle tempeste, verso l' idea 
cristiana, punto delle supreme concordie. Indi 
appare ijuauto omogeneo e significativo fosse a 
quegli spiriti l'arco slanciato e chiuso in cima. 
Da quel vertice, come da un luogo di preghiera, 
d'amore e d'oblio, dove tutte le spinte e le con- 
trospinte trovano l'equilibrio, la saldezza, il ri- 
poso, ridiscendevano ricreati e rinnovati, colmi 
d'interiori melodie, affascinati dall' infinito. Quel- 
l' inebbriamento d' idealità era la tregua di Dio, 
era una specie di sospensione d'ostilità, pur trop- 
po non durevole, e interrotta sovente da guizzi 
subitanei di folgore. 



VI. 

Mirabile spettacolo questo popolo piccolo e 
ardente come la vendemmia de' suoi poggi, cUe 
gittava tesori in mano de' camerlenghi e de' 



184 IL DUOMO d'orvieto 

soprastanti, che nella Loggia assegnata all'opera 
del Duomo chiamava a raccolta fin quaranta, 
fin ottanta architetti, scultori, pittori, maestri 
di mosaico, di tarsia, di vetri colorati, per pre- 
sentare al maestro de' maestri i loro disegni e 
modelli. Si traevano su per quest'erta dirapata 
gli alabastri di Sant'Antimo, i marmi di Siena, 
di Carrara, di Roma, e lunghe file di carrate 
d'abete da Pian Castagnaio. In paesi diversi 
tenevano squadre d'artefici che lavorassero per 
questo Duomo; e tutto dovea farsi senza misura 
di spesa, perche non vi fosse al mondo cosa più 
bella a vedere, come gli orvietani superbamente 
dicevano. ^ 

Principale intendimento era di onorare la 
Vergine, Ma la commozione destata in questa 
regione dal recente miracolo di Bolsena, che 
confermava il più domestico e soave mistero di 
nostra fede, conferi alla maggiore magnificenza 
dell'edificio. L'avvenimento dovette avere im- 
portanza grande anche nella Chiesa Universale ; 
perchè da esso ebbe origine la festa splendida e , 
popolare del Corpus Domini, e Tommaso d'Aqui-j: 
no, lettore di teologia in Orvieto, scrisse alloraj 
per ordine d'Urbano IV quegl'inui teneri e j 
fondi, pei quali a Bonaventura di Bagnorea non? 
dispiacque esser vìnto nella lirica prova. 



P. Deli.* V\i,lr, Slaria del Duomo d'Orrieto, ] 
1791; L. FiTMi, lù Danno ifOrtieto e i laoi r.itauri, Borni 





E LE OATTEDEALI DEL MEDIO EVO 185 

stanza quasi di due secoli e mezzo, Raffaello di- 
pingeva in Vaticano, per commissione di Giu- 
lio II, la storia del Corporale, come naturale ri- 
chiamo alla grande e mistica composizione del 
Trionfo Eucaristico, per cui, secondo la dottrina 
dell'Angelico, partecipano di Cristo i cieli e la 
terra, fruendo in lui d'una vita comune. 



m. 

Siiblime di semplicità e di chiarezza è il con- 
cetto simbolico della facciata. Rapida e orga- 
nica n'è la sintesi. La Chiesa s'appoggia ai 
quattro Evangeli, che riassumono e dominano la 
storia dell'umanità; caduta per il peccato, ri- 
sorta per il Verbo divino, fattosi uomo nel se.no 
d'una Vergine predestinata, sua volontaria e glo- 
riosa corredentrice: predetto dai Profeti, annun- 
ziato dagli Apostoli, dichiarato dai Dottori. Le 
quattro torri evangeliche, fulcro e propugnacolo, 
fortezza e vedetta della Città di Dio, strette a 
fascio di colonnini, s'alzano diritte e leggiere, 
finito in pinnacolo, coronate di piccole guglie, 
pari a fiori piramidati d'asfodelo, aprentisi alla 
luce dell'alto. Sul basamento della torri, squa- 
drato a largo ripiano, gli emblemi degli Evange- 
listi, fusi in bronao e di grandiosa misura, per- 
chè sono i capisaldi del tempio. 

E aott'essi le storie umana. A destra della 
fa<ìoiata il passato, a sinistra il futuro : a destra 



IBfì IL DnOMf> n'ilRVIETO 

la creazione, a eiiiiatra la redenzione: a destra 
i Giudici del iwpolo d' Israello, a sinistra il tìiu- 
dica supremo ; a destra le profezie, a sinistra il 
compimento loro : a destra il principio, a sinistra 
i novissimi. Nei riquadri dei portali e nelle 
cuspidi, ove i mosaici, per secoli ed opere d' ine- 
guale valore, hanno serbato sempre il potente, 
primitivo pensiero, la storia e la gloria della 
Donna corredentrice. Ed ecco, sopra la sinistra 
porta i genitori della Vergine, ai quali è annun- 
ziata dall'angelo la concezione della divina fan- 
ciulla, e nella prima cuspide il nascimento di 
lei. Salendo in alto alla seconda, ecco Maria 
pargoletta consacrarsi al tempio, e nella cuspide 
opposta, donzella inanellata in castissimo coniu- 
gio. Discendendo alla porta destra, per chiudere 
il giro delle storie, sopra il fiat della creazione, 
eopra la genesi umana e la colpa d'Eva, scol- 
pite nel basamento, incontriamo il fiat dell'Eva 
seconda, la genesi di Cristo e la sua prima ma- 
nifestazione sovrannaturale sul Giordano. E do- 
po l'opera, la gloria. Sulla porta centrale l' As- 
sunta, titolare della Basilica. Ella siede nella 
mandola d'oro, come dentro un arcobaleno che 
siasi rinchiuso per raccoglierla tutta nel suo pa- 
cifico nimbo. Sulla cuspide eccelsa la rivediamo 
incoronata dal Figliuolo. Ella abbassa gli oc- 
chi, piega le mani, e tutto il tempio visibile 
sfolgorato dal sole, e tutto il tempio invisibile 
sfolgorato da Cristo, pare che colle sue armonìe 
di colori, colle sue file di santi col suo i 




E LE OATTEDUALl DEL MEDIO EVO 187 

meggiare di storie, vibri d'amore e di melodia, 
osannando : Rallegrati, o Regina del cielo ! 

Pure ogni leggerezza di linee salienti al ver- 
tice, o rigiranti in archi, ogni quiete di ripiani, 
ogni rappresentazione fulgente dai mosaici o bal- 
zante dai marmi, e' incentra nella bellissima ro- 
sa, pupilla della Basilica, spartita a triplice giro 
di foglie, nel cui mezzo sta l'effigie di Cristo, 
come la favilla pura nel centro dei nove cori, 
come il punto fisso che tiene all'ubi l'universo. 
Nel quadrato della rosa, in nicchie verticali le 
statue de' Profeti, non più trasognati sotto l'ane- 
lito del vaticinio, e coll'anima fluttuante nelle 
visioni, ma nella calma serena delle grandi cose 
avvenute e del Cristo svelato : e similmente gli 
Apostoli, non più in aspetto di combattenti alla 
conquista del mondo per la nuova parola, ma 
come i designati da Cristo a occupare i dodici 
troni e a giudicare le dodici tribù d' Israello. 
Negli angoli del quadrato, quattro figure di Pa- 
dri latini, perchè non tutta l'opera era compiuta 
per gli Apostoli. Rimaneva l'apostolato dei Pa- 
dri, cai era commesso persuadere la fede colla 
scienza, sviluppando una dottrina del Cristo, 
che fosse una teologia, filosofia ed etica, potente 
e libera assimilatrice d'ogni verità umana, e 
fosse insieme ossequiosa, ferma, indefettibile con- 
servatrice e promulgatrice della rivelazione di- 
vina. 




IfiR IL DUflMO d'orvieto 

Altro simbolismo, e pia fina bellezza d'arte. 
La porta ceutralo, triforme, perchè ha la grazia 
dello schietto architrave, il grandioso arco ro- 
tondo 6 l'elevazione della cuspide che innalza 
l'Agnus Dei fino al centro della facciata, s'apre 
attraverso i giri concentrici dello sguancio pro- 
fondo, costellata di mosaici, come attraverso i 
sette cieli di Dante, alla maestà divina. A que- 
sto trionfale vestibolo può applicarsi il verso del 
salmo : " Attonite portas, principes, vestras, et ele- 
vamini porto ieternales ; et introibit rex glorite „ . 
Le due laterali, meno ampie, che co 11 'archi trave 
sostengono, dentro la dolce curva dell'ogiva, fi- 
nestre di trasparenti alabastri, sono le porte del 
popolo orante e sperante. La destra, sotto il 
battesimo di Cristo, è simbolo del battesimo no- 
stro, per cui s'entra alla vita. La sinistra, di 
fianco ai novissimi, detta, popolarmente dell'in- 
ferno, chiamerei più volentieri della morte, per 
cui .s'entra all'eternità. 



Il portico elegantissimo che corre a metà 
della facciata e tutta la divide, ricorda le basi- 
liche latine del mille, e forse non si scompagna 
da un'ascetica allegoria. Chi sa che non alluda 
alla parola di Cristo: "Riposatevi un poco„. 
Ma dove? non in temi, dalla quale avete stac- 
cato i piedi ; non in cielo, dove non siete giunti 
ancora : bensì in solitudine elevata, tra cielo e 
terra, donde contemplare l'ascensione l'atta e 
quella che rimane. Quel davanzale aereo, posto 




E LE CATTEDRALI DEL MEDIO EVO 



18! 



fra due rampanti, mi fa rammentare la vita con- 
templativa e la. parola della Scrittura : " Vigilai 
e divauni come il passero solitario aul tetto , ; 
e l'altra: "La colomba mia abita nei forami 
della pietra „ . 

Vili. 

Non 80 ae gli eruditi, continuando le loro 
pazienti indagini, riusciranno a trarre in luce 
qualche documento s\ii veri autori dei bassori- 
lievi, e a farci conoscere se parte avessero e qual 
parte a tanto lavoro, oltre i Pisani, Arnolfo e 
i Cosraati, Godiamo intanto cli'è opera vera- 
mente italiana, e che una fratellanza d'arte um- 
sckia 6 soave la ravvicina alla Divina Comme- 
dia, dove tutto, come qui, è parco, vigoroso ed 
ingenuo ; dove il pensiero procede più oltre del- 
l'efBgie ; dove ammirando o leggendo ci sentiamo 
contenti d'aggiunger qualche cotta a compire un 
concetto rapidamente accennato, non dissipato 
in molteplici parole di pietra o di rima. 

L'edera, gli acanti e la vite scompartono colle 
loro ghirlande le storie, e i corimbi e i grap- 
poli pendenti gittano una not^ di grazia campe- 
stre sulla severità degli argomenti. Tra quei 
festoni le storie della creazione. Scattano le fi- 
gure con briosa snellezza e disinvoltura dal mar- 
mo: il segreto della bellezza loro è la sempli- 



190 IL D0OMO d'orvieto 

cita. Ecco il primo raggiar della luce e Ìl pri- 
mo mareggiar dell'oceano. Terribili soggetti per 
così piccoli spazi e per la primitiva ignoranza 
delle prospettive che dovea sgomentare i mae- 
stri. Ma si sgomentano forse i fancinlU? E qui 
una divina fanciullezza d'ingegni esercitò lo 
scalpello. Vedete sugli alberi le nuove famiglie 
degli uccelli : direste che protendano i becchi 
per tentare i primi canti, e crollino le penne per 
i primi voli. Gli angeli assistenti al creatore, 
colla grand'ala spiegata e colla ventilazione delle 
vesti e delle chiome, hanno tanta leggerezza che 
solo Dante 1Ì sapeva fare così. Giovanilmente 
venuste le figure d'Adamo e d'Eva. Timide nel- 
l'atto della colpa, perchè non è mai franco né 
baldanzoso il primo passo reo degV innocenti. 
Se ne meraviglia un uccellino che volta il collo 
quasi consapevole, e ritrae nel movimento angu- 
stiato il nuovo brivido della natura, dinanzi al- 
l'arcano male, che viene a turbare l'ordine ter- 
restre. Sapienza spontanea e naturalismo sim- 
bolico, con cui si spiega in geniali vivezze fi- 
gurative il racconto Mosaico. Salendo in alto 
tra l'edera, incontriamo altre colpe ed affanni. 
11 fratricidio ; ed eapìativa punizione e conforto 
insieme ai diseredati del paradiso, il lavoro. La- 
voro manuale in principio ; lo spezzar glebe e il 
filare : lavoro intellettivo dappoi, premiato col 
ritrovamento delle belle arti e delle scienze, in 
Tubalcain e in Noema sua sorella. L'inventore 
de' metalli è riuscito a temperarli in leghe arr 



BAW DEL MEDIO EVO 191 

gentiue, a fonderli in foroia di ptccolfl squilla ; 
e percotendole a due martelli, ne impara stupito 
le ignorate armonie delle note musicali. Noema 
che per i greci fu Minerva, la dea filatrice e sa- 
piente, insegna a leggere ad un fanciullo ; il quale, 
fatto poi adulto nell'ultima storia, siede pensie- 
roso e apre le seste sopra un papiro. Cosi l'uomo 
gradatamente è condotto a rendere immagine di 
quell'Artefice supremo, che dallo scultore era 
stato rappresentato recante in mano l'archetipo 
disegno dell'universo. 

Sorvolando sui bassorilievi di minor valore, 
non possiamo non fermarci davanti al Giudizio fi- 
nale della quarta torre. È l'ultim'ora del tempo. 
Si svegliano i morti: molti sollevano,, con giova- 
nile vigoria di membra rinnovate, i coperchi 
delle arche; vivissima la tensione dei muscoli, e 
direste di sentire il crepito e lo spostamento 
delle pietre. Parrebbe ohe la scena di questo 
camposanto, scolpito su parete verticale e senza 
sfondi, dovesse riuscire strana e inverosimile. 
Forse à così. Ma che fascino ha quest'arte, se 
la etessa stravaganza prospettica non giunge a 
farla apparire men bella? Ogni viso esprime la 
sua sentenza ; le ricordanze danno fiducie e di- 
sperazioni ; alcuni risorti sorridono e tendono 
all'alto gli occhi e le mani : altri si piegano tri- 
sti e confusi, maledicono la seconda vita, vor- 
rebbero tornare a dormire nelle tombe, che per 
nessuno loro sforzo si sono aperte. Nello scom- 



1&2 IL DUOMO n' ORVIETO 

partimento dei peccatori, i maledetti legati al 
collo da lunghe oigue, sou tratti a forza da un 
villoso auriga satanico verso Malabolge, di cui 
si vede sotto la gran caverna. Laggiù i diavoli 
acciuffano, straziano, maciullano i dannati. Il 
grottSBCO più del terribilB. Lo schemo di Far- 
farello, la carezza unghinta di Graffiacane, vi- 
cino al gran Verme, coronato di serpenti, attor- 
cigliato i fianchi da draghi, avvinto, sebbene 
riluttante, mani e piedi, perchè finita la sua ma- 
lefica potestà sulla terra. Negli spazi intermedi 
è un placido avviamento delle anime alle sedi 
de' beati. Amplessi e gratulazioni angeliche nel 
primo giro : vesti leggiere e qiuisi tessute di nu- 
vola, pose tranquille e labbra dischiuse all' inno 
o al aorriaij. Pili in alto fra i santi, vicino a 
Cristo è la Vergine, timida del Giudizio, levata 
in piedi per pietà, supplicante al Giudice, non 
dimentica mai delle suo prerogative di donna e 
di madre. 



IX. 

Benché la Basilica nell'interno sia meno ric- 
ca e magnifica della facciata, ogni paese si ter- 
rebbe a gloria di possederla. Quanta armonìa 
di linee sincere, che gitto libero e riposato di 
archi, che graziosa corona di ballatoio all'ingi- 
ro! Dalle tarsie finissime del coro alle pitture 
dell'abside, dalla cappella del Corporale a quali» i 




E LE CATTEDRALI DEL MEDIO EVO 193 

della Madonna di S. Brizio, dal tabernacolo d'ar- 
gento, che adorno di smalti, di statuette, di 
cesellature, usciva dalle mani d'Ugolino de' Vieri, 
agli altari del Mosca e alla Deposizione profon- 
damente pietosa dello Scalza, i secoli che si suc- 
cedettero dotarono il tempio d'opere insigni, 
quantunque diverse di stile. Dirò solo che gli 
altari del Mosca, intagliati e scolpiti coli' arte 
squisita del più voluttuoso cinquecento, stanno 
Il come una seducente e allegra irregolarità, 
come una Galatea in un coro di monachelle ; e 
mi permetterà d'osservare che l'Annunziata del 
Mochi rassomiglia troppo a un sonetto del Min- 
zoni, interpolato non si sa come, in un codice 
miniato della Vita Nuova. 

Una singolarità che a primo aspetto sembra 
capriccio, sono le finestre chiuse per la metà 
inferiore da grandi lamine d'alabastro giallo, e 
per la metà superiore da vetri colorati. Forse 
quegli antichi artefici vollero diminuire più del 
consueto la luce, che non entrasse radente fra i 
misteri di Dio. forse, pensosi della duplice 
sorte serbata all'umanità e del contrasto spiri- 
tuale tra il bene e il male, presentarono allo 
stesso raggio di sole la varia colorazione de' due 
segmenti; sicché di sotto si accendesse quasi 
una vampa di fiamme oscure, e di sopra una 
chiara gloria paradisiaca. Certo, il distacco fra 
i cristalli e gli alabastri è risentito e tagliente ; 
ma il tempio ne guadagna d'ombrosa calma e di 



194 IL DDOMO d'orvieto 

raccoglimento. Dolce invenzione quella dei ve- 
tri colorati, e non solo oonforme al sentimento 
delle chiese medievali, ma mirabilmento accon- 
cia a rappresentare l'ufficio mediatore del Cristo. 
L'umanità di Lui s' interpone tra il raggio fulmi- 
neo, incomportabile della divinità e la nostra 
tenebra. Cosi le cristalline figure di Cristo, di 
Maria e de' Santi, pervase dall'esterno sole, trat- 
tengono nelle bifore lunghe e sottili l'alto rag- 
gio, temperato e fuso in colori di rubini e di 
orisolampi. 

Nella cappella della Madonna, Luca Signo- 
relli, nato fra Dante e Michelangelo e ritraen- 
te d'ambedue, replicò il Gindizio finale. Ma a 
che parlare di quella epopea, che comincia dai 
vaticini del finimondo e dal secolo sciolto in fa- 
ville ? Ne abbiamo udito avant'ieri una poten- 
te riproduzione musicale. ' I terrori dipinti della 
tremenda cappella erano divenuti terrori di suo- 
ni. Erano strepiti di trombe celesti, sepolcrali, 
vicine, remote, stridenti, incalzanti. Erano cu- 
pi colpi, reboanti negli echi del tempio, come 
se si aprissero o si chiudessero gli enei battenti 
alle porte dell'eternità. E fughe di sospiri uma- 
ni, che spiravano nell'aria, diminuendo fino a 
toccare il silenzio. E voci filigranate, soavi, pe- 
nitenti, di preghiera, di paura, di speranza. E 
gridi strazianti, arrestati nella gola dei fui 



■ La Ì£tua di Sequiem del Maestro Vbrdi. 




E LE OATTEDRALI DEL MEDIO EVO 19& 

ti. Era un succedersi fantastico di visioni apo- 
calittiche, ascoltate, non vedute. Era il brivido 
delle cose davanti alla morte ; era lo stupore del- 
la morto! Due genj, il Verdi e il Signorelli, a 
distanza di secoli, si sono inconsapevolmente in- 
contrati in una grande opera comune : il Dies 
trae. 

Due Giudizi in questo Duomo e due inferni. 
PeroLè? L'argomento piaceva agli artisti, pei 
quali era feconda occasione di sfoggiare nelle 
fantasie più ardite e più varie. Ma perchè agli 
altri piaceva? Il terrore, come la vertigine, ha 
un fascino naturale sull'immaginative del popolo, 
che corre sempre avido ai racconti e agli spet- 
tacoli paurosi. Il misticismo dell'età di mezzo 
affidò a questa specie strana d'umano diletto l'al- 
to senso dell'esametro virgiliano : "Discite juati- 
tiam moniti et non temnere Divos „. Ma diver- 
samente nei tempi fu significata dall'arte quella 
cosa giusta ed arcana che, non sapendo qual pro- 
prio nome avesse, pagani e cristiani chiamaro- 
no inferno. Noi ne abbiamo qui due forme. La 
più antica, in pietra, e leggenda satanica che 
graffia gli spirti, gl'isquoia, gi'isquatra. La mo- 
derna, dipinta , meglio esprime fra i tormenti 
fisici i dolori del rimorso, dell'invidia e della 
rancura pel bene perduto. I demonj hanno for- 
me più umane ; membra gagliarde color di por- 
fido, con lividure dì bronzo antico; facce con 
ghigni ferocemente sensuali, però meno di be- 



196 rt, DUOMO d'orvieto 

Btie che di satiri inebbriati nell'orgia del male. 
L'umanesimo ragionatore del Rinascimento ria- 
acl a perfezionare l'inferno ; ma non riuscì a su- [ 
perara l' ingenua ed amorosa idealità del trecen- I 
to e del quattrocento nell' effigiare il paradiso. 



Tale è questa Cattedrale umbrotosoana, ricon-fl 
e, più ohe ricca, mistica ed elegante; di front*! 
più amabilmente varia che quella del Duomo di \ 
Pisa, e più concettosa che quella del Duomo J 
di Siena ; trecentista giovinetta, come i Fioret- J 
ti di S. Francesco ; ispirata, come i canti di À 
Tommaso d'Aquino; teologica, fantasiosa, triou- J 
spìdale, come la Divina Commedia, che sotto 1& -j 
sue alte navi fu commentata al popolo, come 9 J 
Firenze in Santa Maria del Fiore : non superba»! 
di glorie non sue per colonne rubate agli edi- 
fizi romani, come le basiliche costantiniana e de- 
gli Esarchi ; non grave e malinconica, come un 
tempio longobardo del millennio ; non brillantata 
di mosaici a solo scopo d'ornato, come le chiese 
moresche; non trasformata per mosaici in una 
reggia metallica, come S. Marco; non quasi in- 
crostata di stalattiti per rigida selva di guglie, 
come la Cattedrale di Milano, meravigliosa e tar- 
diva straniera in paese nostro. Essa è vera- 
mente uno de' più fulgidi esemplari di tempio 
cristiano, medievale italico. 



; LE CATTEDRALI DEL MEDIO EVO 



rFlù tardi la ^Rinascenza pensò il Vaticano ; 
e, affermazione massima di terrena signoria, il 
Panteon de' Cesari coronò la Confessione di San 
Pietro. Ma rimane e rimarrà sempre alle cattedra- 
li trecentiattì un'ispirazione più pura, un'espres- 
sione più profonda e sincera dello spirito cri- 
stiano. San Pietro domina colla linea orizzon- 
tale e colla maestà delie volte posate sui mas- 
sicci pilieri; annunzia il regno di Dio sulla ter- 
ra; è convegno delle nazioni; è quasi l'Olimpo 
della ciiiesa trionfante ; à una palingenesi anti- 
cipata. Il duomo ogivale ò tempio essenzialmen- 
te cittadino ; sa gli affanni e le storie del suo 
paese ; appartiene alla vera Chiesa di quaggiù, 
la militante e la sofferente. In Vaticano nes- 
suna demonologia, nessun misticismo, nessuna pe- 
nombra ; l'uomo stesso che vi passeggia si senta 
magnifico, perchè le proporzioni squisite del tem- 
pio gliene diminuiscono l'ampiezza. Nel duomo 
archiacuto, la volta quasi velata dall'altitudine 
ci persuade che rimangono tra cielo e terra al- 
tri misteri a risolvere, e al popolo altri aneliti 
verso un bene non raggiunto ancora, altre bat- 
taglie, altre espiazioni. La gracilità delle for- 
me ascendenti è parola incessante che prega: Ad- 
veniat regnum tuum; e tutto il simbolismo del 
tempio ne avvisa che il cristianesimo non ha 
compito ancora tra le genti l'opera sua di veri- 
tà, di civiltà e d'amore. 

San Pietro chiude la storia delle nostre glo- 
riose cattedrali. Essa è l'ultima. E simile alla 



198 IL DUOMO d'obvieto 

Ger lisa lemme del Tasso, che obiude l'epoca leg- 
gendaria de' grandi poemi iu Italia. SÌ scrive- 
rauno altri poemi degni dell'immortalità, o i 
edificheranno altre cattedrali insigni come qua- J 
sta d'Orvieto? L'arhe nostra e i nostri tempi J 
sono forse propizi alle cattedrali e ai poemi? 



B- 

1 



Era una fosca notte, ed Enrioo Heine passava^ 
per le vie di Colonia la santa. Riunoreggiava 
il vecchio Reno al suo orecchio ; una sinistra 
canzone gli rumoreggiava in cuore. Il biondo 
giovane scagliò quella canzone come freccia d'oro 
contro il Duomo. " Ecco là, diceva : quella mole 
che s' innalza cupa e scura nel lume della luna, 
è il Duomo di Colonia ; doveva esser la Bastiglia 
del pensiero ; i romani dovevano struggere in 
quella carcere la ragiono tedesca. Venne Lu- 
tero ; gridò : Alto ! e la fabbrica del Duomo ri- 
mase interrotta da quel giorno, né sarà finita mai 
più. No ; non lo sarà, malgrado lo stridere de' 
gufi antiquari che abitano le torri delle catte- 
drali: nelle sue ampie navate scalpiteranno i ca- 
valli -. 



Il Poeta non fu presago del vero. Questo se- 
colo, che fu giovane con Enrico Heine, fini la 
cattedrale di Colonia e Santa Maria del Fiore ; 
restaurò con sapienza fedele il Duomo d'Orvieto, 
e medita di rinnovar la facciata a quello di Mi- 
lano. Ma ogni alta opera conservatrice è dal- 
l'uomo, il genio è da Dio. La conservazione può 



E LE OATTEDKALI DEL MEDIO EVO 



r essere perpetua ; il genio non può essere che tem- 
poraneo 6 raro. Non credo che il secolo inuni- 
nente saprà darci poemi e cattedrali, mirabili 
d'originalità e di splendori come le antiche. Ma 
credo che un complesso di fedi oneste e libere, 
alimentate da sorgenti diverse, tutte limpide e 
salubri, accrescerà nelle generazioni future il bi- 
sogno di studiare, d'amare e d'avvicinarsi all'ec- 
cellenza di quelle arti, che ci fecero grandi, quan- 
do eravamo discordi e infelici, e non avevamo 
una patria. Fra queste tedi, io distinguo a no- 
me la religiosa, scevra d'ogni volgarità e d'ogni 
mondanità ; e le metto subito allato una fede 
civile nelle forze del pensiero e nella intrinseca 
virtù delle istituzioni nazionali. Né ho paura 
di sinistri presagi- La freccia d'oro d' Enrico 
Heine fischiò nel vuoto. II dotto ed austero po- 
polo tedesco ama più che mai le sue cattedrali, 
B spende milioni per conservarle. E noi, nazione 
giovane, che abbiamo appunto il difetto de' gio- 
vani, quello di crederci e di vantarci più scet- 
tici che non siamo, ci sentiamo beati ogni volta 
che la festa centenaria di qualche monumento, 
preparata con intensi studi e con lavori pazienti 
da eruditi e da artisti, ci chiama a godere d'un 
doppio bene, quello delle arti conservate e della 
patria acquistata, e e' incuora a difendere un dop- 
pio tesoro, i monumenti nazionaU e l'unità della 
patria. 



INDICE 



Pietro Perugino e l'arte umbra pag. 7 

Raffaello Sanzio ossia dell'arte perfetta . . . „ 57 

Giacomo Zanella e l'opera sua poetica . . . . „ 89 

Beatrice Portinari e l'idealità della donna nei 

canti d'amore in Italia „ 127 

Il Duomo d'Orvieto e le cattedrali del medio evo „ 167